Gli esperti hanno consegnato, ai primi di giugno, la relazione al ministro Bianchi per l’utilizzo di 1 miliardo e mezzo, previsto dal Pnrr, per una azione sistematica di contrasto alla dispersione scolastica, tra le più alte in Europa. Si attendeva la risposta del Ministero per decidere la strategia al fine di ridurre i divari in istruzione e non sprecare questa occasione, ma il Ministero ha proceduto seguendo altri criteri. Marco Rossi Doria, Vanessa Pallucchi, Ludovico Albert, Franco Lorenzoni, Andrea Morniroli, don Marco Pagniello, Chiara Saraceno, membri del Gruppo di lavoro, sollecitano invece un quadro operativo organico e stabile. Il documento di 36 pagine ha lo scopo di ” non ricominciare ogni volta daccapo”.

Si tratta di un programma di investimenti a sostegno dei soggetti e delle situazioni più fragili, per una seria lotta alle povertà educative. La questione coinvolge centinaia di migliaia di bambini, ragazzi, scuole, insegnanti, terzo settore, civismo educativo ed enti locali. Parliamo di presidi educativi in territori difficilissimi. I dati Istat, purtroppo confermano l’aumento della povertà delle famiglie e, quindi, di quella educativa. Per difendere il diritto allo studio bisogna raggiungere ogni bambino o ragazzo in difficoltà. Il documento indica un percorso dettagliato per una azione di sistema, in grado, con il Pnrr di imprimere una svolta decisiva rafforzando le comunità educanti.

Analizziamo i contenuti del documento degli esperti. Nelle 36 pagine troviamo venti indicazioni precise ed una mappatura/ ricognizione dei principali interventi sul fallimento formativo negli ultimi 5 anni. L’ investimento di 1,4 miliardi del PNRR ha tre obiettivi: misurare e monitorare i divari territoriali diffondendo in modo sistematico i test PISA/INVALSI; diminuire le differenze territoriali per quanto concerne le competenze di base in italiano, matematica e inglese, soprattutto rispetto alla media Ocse e nel Sud; migliorare la strategia per contrastare l’abbandono scolastico.

Il Gruppo di lavoro ha fissato i criteri per individuare le aree di maggiore crisi e dispersione. In base alle diverse zone per gravità dell’esclusione, età e territorialità, ha elaborato un piano di interventi e di misure appropriate. Ha proposto infine un modello operativo, basato sui patti educativi territoriali tra scuole, che gestiscono i fondi, enti locali, terzo settore, civismo educativo, su un piano di parità. In sintesi, queste sono le proposte del Gruppo:

1. Potenziare l’offerta delle scuole con l’accompagnamento competente nella elaborazione e gestione degli interventi mediante l’aumento di organico;

2. creare in zone particolarmente difficili aree di educazione prioritaria con interventi sistematici e di lungo periodo;

3. fissare target di interventi differenziati per età, bisogni, situazioni, in modo flessibile riguardo alla prevenzione fuori e dentro la scuola, mediante azioni di riparazione e riconquista piena del diritto allo studio ed alla formazione, attivando percorsi di seconda opportunità;

4. restituire forza all’ autonomia scolastica e al protagonismo dei docenti con investimenti per migliorare il processo di apprendimento di ciascun alunno in situazione di esclusione/ fragilità, mediante tutoring e presa in carico personalizzati;

5 promuovere alleanze educative coese e permanenti tra scuole, enti locali ed enti del terzo settore su base cooperativa e paritaria rafforzando le comunità educanti;

6. coinvolgere le famiglie e rafforzare il protagonismo dei bambini/ ragazzi;

7. creare una visione lungimirante condivisa tra scuole mediante scambi e confronti, comune capacity building di tutte le professionalità necessarie dentro e fuori la scuola.

Afferma il Gruppo di lavoro: “Vogliamo che il prossimo anno scolastico dia un segnale serio sul fatto che l’Italia vuole cambiare rotta su una questione decisiva che è la più grande questione di equità che serve allo sviluppo del Paese, perché un Paese con questi dati su apprendimento nelle aree difficili e accresciute disuguaglianze e esclusioni non cresce”. Non possiamo sprecare questa occasione, sostiene Marco Rossi Doria. Dobbiamo valorizzare le centinaia di cantieri educativi avviati dalle scuole autonome con il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

In conclusione, è allarme per la povertà educativa in Italia. È partita una lettera aperta del terzo settore al governo in occasione del recente convegno nazionale della Caritas“Serve un investimento a sostegno dei soggetti più fragili, che faccia tesoro dell’esperienza di questi anni di pandemia”.  Insomma la società civile insiste per un serio impegno pubblico contro il dramma della dispersione scolastica.  Non possiamo tardare nel fare gli investimenti necessari.

Da pochi giorni il Ministro Bianchi ha firmato il primo decreto con i primi 500 milioni per interventi sulla fascia 12-18 anni. Nel primo step sono coinvolti 3198 Istituti scolastici. Oltre il 50 per cento dei fondi è destinato al Sud. Sono da raggiungere 420 mila studentesse e studenti.  I progetti biennali partiranno dal prossimo anno scolastico.  Altro step sarà dedicato al raggiungimento del diploma per i giovani dispersi tra i 18- 24 anni. Il Gruppo di lavoro chiede al Ministro Bianchi di correggere il decreto perché non tiene conto di tutti i criteri della Relazione a lui consegnata.

Sconcerto per l’iniziativa di Bianchi è stato espresso da Andis, associazione nazionale dirigenti scolastici. Non sono stati consultate le associazioni professionali dei docenti e dei dirigenti né i sindacati. Molte scuole del primo ciclo dovranno essere recuperate in seguito. Sarà cura del Terzo Tavolo parlamentare tra associazioni professionali della scuola, Mppu, Città Nuova e responsabili nazionali scuola dei partiti, a settembre, affrontare questo tema nel quadro del Bilancio dello Stato e favorire il dialogo con il Ministero per ottimizzare l’uso delle risorse del PNRR.

Silvio Minnetti

Pubblicato da Città Nuova (CLICCA QUI)