La questione della cosiddetta crisi dei partiti continua a tenere banco. Ce lo ricorda oggi anche Giovanni Cominelli (CLICCA QUI).

Qualche giorno fa, su queste pagine, Maurizio Cotta, riferendosi al “presidenzialismo”, invitava a riflettere sul fatto che i deficit registrabili nel funzionamento delle istituzioni risalgono “allo stato di crisi dei partiti oggi assai carenti sul piano della democraticità interna, della serietà programmatica per non parlare della qualità della cultura politica”(CLICCA QUI).

In precedenza, Nino Labate, aveva affrontato una delle “malattie” dei partiti, specifiche dei nostri tempi: quella del “leaderismo” (CLICCA QUI).  Può darsi che questa sindrome finisca per rappresentare la forma cronica di una debilitazione generale caratterizzata da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche. Il paragone medico calza a pennello con la fine della capacità di rappresentanza delle organizzazioni politiche e con i colpi micidiali inferti un po’ da tutti loro alla democrazia interna, oltre che con il partecipare coralmente all’indebolimento dei processi generali di democrazia e di partecipazione. E lungimiranti sono state le voci inascoltate di chi da decenni chiede l’applicazione piena dell’art 49 della Costituzione che non ha visto lo sbocco in una legge in grado di definire bene norme di trasparenza della gestione dei partiti al proprio interno e di regolarne la partecipazione alla gestione della cosa pubblica.

Non è un fenomeno inedito, però. Così come non sono inedite le conseguenze che questa crisi ha significato e ancora oggi significa sul piano più generale per la vita del Paese. Basta andare agli accidentati percorso del secolo scorso per ritrovare il collegamento, quasi l’innesco,  con quella che fu una pulsione intrisa di quella cultura politica che vede il nazionalismo diventa populismo, come spiega nel suo “Dai fascismo al populismo”, Federico Finchelstein. E non gli è difficile offrire un’esaustiva carrellata di movimenti e personaggi, un po’ in giro per tutto il mondo, da Mussolini, a Peron a Trump.

In effetti, neppure oggi è un fenomeno solo italiano, per carità. Anche se la nostra esperienza è davvero stridente con ciò che riguarda i partiti e gli uomini politici degli altri paesi dell’Occidente. La cronaca quotidiana ci dice dell’abisso profondo che ci separa, sul piano della sostanza, anche della morale pubblica, con paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, ma anche Germania e Francia. Il detto su Cornelia, moglie di Cesare, che deve addirittura sembrare onesta, oltre ad esserlo realmente, dalle nostre parti resta nei libri di latino o in quelli di storia romana, come un edificante aneddoto e non di più.

La crisi dei partiti, dunque, viene da molto lontano. Purtroppo, poco si è fatto per porvi mano. Forse anche per la consapevolezza che l’origine è più profonda perché si associa, e ne vede esponenzialmente accresciuta la virulenza, con quella sociale.

La globalizzazione è stata oramai esaminata in lungo in largo. Fino a scoprire il suo protrarsi e il suo finire per influire oltre la sfera economica in cui eravamo, e siamo soliti, identificarla. Già vent’anni fa, Alain Touraine, scomparso lo scorso 9 giugno, la collegava con la “fine del sociale”. Cioè con quell’ambito che è tutto intriso di politica e che alla politica dà sostanza e significato. Non è un caso se cento anni prima don Luigi Sturzo riusciva nell’impresa di fare uscire il movimento politico dei cattolici dalla cosiddetta “pre -politica”, e a portarlo a misurarsi con la società italiana di allora come essa era: non come i cattolici se la immaginavano, o come la desideravano. E ciò perché il fondatore del Ppi era, assieme, uomo di profonda fede e un finissimo sociologo, in grado, così, di dare una sostanza politica al suo impegno di organizzare il mondo rurale non socialcomunista e la borghesia non laicista e liberista.

Quello che chiamiamo globalizzazione, a ben guardare, in realtà, ha solo allargato l’ambito geografico e sociale dell’individualismo desocializzato e della frammentazione propria di una sistema socio-economico finito  per superare un capitalismo legato, ed emanazione, della cosiddetta economia reale. Questo ha avuto delle conseguenze anche per la politica. Che non è morta. E’ solo cosa diversa da quella cui sono state abituate le generazioni nate nella seconda parte del secolo scorso, con tutte le conseguenze scaturite da una terribile guerra mondiale che, in molti modi, ha finito per incidere fortemente nel sentire collettivo e dare vita, ad esempio, alla nascita ed organizzazione di quei partiti che noi abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa.

L’attuale crisi delle organizzazioni politiche italiane e la conseguente avanzata dei populismi hanno una loro specificità. In buona parte legata anche alla nascita del sistema bipolare che, ad esempio, ha del tutto reciso il radicamento della classe politica con i territori. Tutto cominciò esattamente trent’anni fa e il primo frutto fu l’avvento di Silvio Berlusconi che può essere considerato il padre  della versione moderna del “leaderismo” italiano. Certamente, molto mitigata nella sua azione di governo, ma in ogni caso, e va considerato il periodo particolarmente divisivo degli anni ’90, in lui non mancò anche una venatura populista.

Poi, con il passare dell’acqua sotto i ponti, abbiamo assistito al trionfo del populismo dei 5 Stelle e a quelli d’impronta nazionalistica della Lega e di Giorgia Meloni. Con quest’ultima si conferma appieno il legame studiato dagli scienziati della sociologia e della politica, ad esempio il già citato Finchelstein, del populismo con una forte  impronta nazionalista. E, in questo senso, un fenomeno tutto da studiare è quello del “leghismo” alla Salvini, del tutto diverso da quello del fondatore Bossi: siamo di fronte al paradosso rappresentato dal passaggio da un’istanza autonomista ed indipendentista, fondata anche su rivendicazioni sociali, a quella di un rovesciamento nel suo opposto e cioè in una pulsione nazionalistica.

Credo, però, che si debba cogliere pure una nota su cui riflettere in positivo. E su cui farebbero bene ad ingegnarsi tutti coloro che intendono offrire un’alternativa democratica al bipolarismo e ai populismi. E cioè che, con l’avanzare delle tante forme di populismo cui abbiamo assistito negli ultimi tre decenni, si è creata una reazione silenziosa, ma tenace, fatta dall’astensionismo e dalla perdita d’interesse nell’impegno attivo in politica, momentanea?, da parte della maggioranza degli italiani. Né l’exploit di Salvini, né quello dei 5 Stelle, e neppure il più recente di Giorgia Meloni, hanno significato un cambio reale di passo a livello di partecipazione e di coinvolgimento della società.

Ed è invece ad essa, come insegnò Sturzo, che devono guardare quanti non vogliono limitarsi alla constatazione della crisi dei partiti e dell’intera politica e riavviare, invece, quell’opera di riaggregazione attorno ad istanze sociali in grado di motivare una risposta a masse, più o meno organizzate per categorie, fasce geografiche ed entità socio economiche. Tutti quei soggetti, insomma, che potrebbero tornare a credere nell’impegno politico se solo giungessero proposte adeguate ai problemi attuali del Paese e in grado davvero di coniugare progetto e partecipazione.

Senza popolo non si fa politica. E, al tempo stesso, si deve pure abbandonare l’idea di costituire partiti elefantiaci. Già l’insegnò tutto un mondo della politica italiana per il quale, non a caso, si parlava di “piccoli” partiti popolari di massa perché in grado d’interpretare istanze autentiche di parti vive del corpo sociale. E dunque il grado d’incidere alla pari dei grandi carrozzoni elettorali che oggi sono diventate le nostre organizzazioni politiche e che, ciclicamente, sorgono e vengono ridimensionati.

Giancarlo Infante

 

 

 

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