Anche sui giornali italiani sono state lanciate delle grida d’allarme in relazione al fatto che molti lavoratori, soprattutto tra i giovani, lascerebbero in numero crescente anche gli impieghi garantiti da un contratto a tempo indeterminato. E’ il fenomeno che nei paesi anglosassoni viene chiamato “Great Resignation” e che raffigura la scelta  di coloro che, insoddisfatti delle condizioni lavorative, lasciano l’impiego. In molti casi, cioè, si sceglie la qualità della vita rispetto all’occupazione, magari anche per mettersi alla ricerca di ulteriori opportunità di carriera sposate ad una maggiore serenità da godersi sul posto di lavoro.

In Italia, però, questo non è un fenomeno da considerarsi davvero significativo. Nel nostro paese le “persone non scappano dalle aziende, ma ci sopravvivono come fosse una necessità ineludibile, di cui minimizzare
senso e impatto sulla propria vita”.  Questa è la conclusione cui è giunta la ricerca raccolta nel 5° Rapporto Censis-Eudaimon  sull’analisi dei fenomeni di trasformazione del mondo del lavoro (CLICCA QUI).

Il Rapporto risponde alle seguenti domande: “Quale il rapporto degli italiani con il lavoro dopo un biennio di pandemia? Quali esigenze, giudizi, desideri sono maturati in un periodo segnato da trasformazioni profonde e repentine del modo di lavorare? E, poi, di cosa concretamente hanno bisogno lavoratori e aziende nella annunciata transizione ad una normalità che, allentata l’emergenza sanitaria, non sembra voler tornare, vista la crisi internazionale alle porte di casa? E quale il ruolo e il valore del welfare aziendale in relazione all’evoluzione del rapporto soggettivo con il lavoro, dei fabbisogni sociali dei lavoratori e del clima nelle aziende?”

Dopo due anni di pandemia, un lavoratore su tre ha ansia nel pensare al ritorno alla normalità e quasi sette su dieci si sentono meno sicuri e meno tutelati sul luogo di lavoro. “Da un lato – è scritto nel Rapporto-  prevale un senso di sollievo per il proprio lavoro (meno male che ho un lavoro), esito sia della traumatica esperienza delle inedite e tremende difficoltà affrontate da interi settori un tempo fiorenti, sia della consapevolezza che sia difficilissimo rientrare nel mondo del lavoro una volta usciti;  dall’altro, c’è una latente, sommersa, ma intensa insoddisfazione verso il proprio lavoro. Prevale tra i lavoratori l’idea di meritare di più e che il lavoro non dia il riconoscimento necessario per generare identità e appartenenza”.

Il Rapporto affronta anche le reazioni delle aziende al rischio di perdere lavoratori cui, eventualmente, non intende rinunciare. E qui scatta la questione del cosiddetto welfare aziendale che può contribuire alla ricostruzione di motivazione, appartenenza, riconoscimento, identità al fine di rispondere all’insidioso fenomeno dell’estraniazione
dal lavoro. Tenendo conto che i benefit e i servizi offerti  dell’azienda sono sempre più apprezzati dai lavoratori e  che le aziende considerano sempre più il welfare uno strumento strategico per favorire lo sviluppo di un migliore clima lavorativo e organizzativo.

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