Se dovesse passare la riforma della legge elettorale targata Giorgia Meloni, agli italiani resterebbe la facoltà di scegliere il colore del regime, ma pur sempre di regime si tratterebbe.

La destra non osa sfidare apertamente il Paese, recando, in presa diretta, un grave vulnus alla Costituzione con la riforma del “premierato”, eppure cerca di ottenere comunque tale risultato, emblematico della sua cultura politica e della sua concezione del potere, simbolo identitario e porta d’ accesso alla egemonia cui aspira, convinta che le spetti il compito di fare e rifare la storia del Paese. Vuole giungere al “premierato” sia pure in sordina, come approdo di un percorso che non preveda, attraverso il referendum confermativo, un pronunciamento popolare sulla “madre di tutte le riforme” ed assecondando, pertanto, la suggestione, già renziana, del “sindaco d’Italia”. E questo non dobbiamo scordare se vogliamo comprendere la logica politica del tutto : non dobbiamo fermarci a ciò che alla destra preme sotto il profilo tecnico-istituzionale, ma risalire alla costante del suo disegno che è rappresentato dall’ attacco alla Costituzione. Questo è il vero nodo politico della questione.

Della Costituzione la destra non accetta la lettera, ma soprattutto il percorso di genesi storica da cui è nata. Non si tratta più nemmeno di una romantica e sentimentale nostalgia, ma di una cultura politica, tuttora viva, nelle cui corde al “principio democratico” della Carta si intende sostituire, nelle forme oggi storicamente plausibili, quel “principio d’ autorità”, che certa destra desume da quella sua storia, cui fa tuttora omaggio. Questo è tanto più vero oggi, dato che una tale linea si inscrive felicemente nel più vasto concerto delle autocrazie in fieri e, soprattutto, è coerente alla postura di Trump e del suo movimento. E quando gli capita un’ altra volta, agli allievi di Almirante, una tale fortunosa ed impensabile coincidenza?

Ad ogni modo, siamo di fronte ad un “proporzionale” truccato, fumo negli occhi, orientato a replicare e garantire – in forma anche più netta ed asimmetricamente favorevole alla destra – la struttura bipolare del sistema. Per ora solo due brevi osservazioni. In un Paese dove vota la metà degli aventi diritto, una soglia del premio di maggioranza attestata al 40% significa che chi ottiene il 20% del consenso potenziale dell’ intero Paese guadagna la maggioranza assoluta in Parlamento, con un bonus di seggi che può spingersi fino al 15%. Questo ovviamente implica che anche sull’altro versante, i partiti siano costretti a compattarsi per competere, a loro volta, sul filo del 40% ed in tal modo la polarizzazione è addirittura più forte di prima. Asseverata come esito formalmente implicito, necessario ed ineccepibile del sistema elettorale, perfino più di quanto non sia oggi.

Altrettanto succede con il ballottaggio. Infatti, in un sistema che fosse davvero orientato alla proporzionalità, una volta messo in palio un premio che nessuno è stato in grado di guadagnare, si dovrebbe consentire che i seggi vengano distribuiti tra tutti i contendenti, in modo rigorosamente proporzionale, tenendo conto anche di tutte le forze minori che avessero superato l’ asticella del 3 %. Invece, anche il ballottaggio altro non è se non il martello che batte e ribatte la blindatura bipolare del sistema. Alle prossime puntate un esame più accurato.

Domenico Galbiati

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