La politica è come mettere una pentola d’acqua a bollire sul fuoco. Quando si raggiunge la temperatura di ebollizione – 100 gradi a livello del mare – all’interfaccia tra liquido ed atmosfera soprastante si scatena l’inferno.
Una sarabanda di molecole d’acqua proiettate in aria e, viceversa, gas dell’atmosfera catturati nell’acqua bollente.
Un processo caotico  per quanto deterministico. Cioè riconducibile ad un preciso rapporto di causa-effetto, e, quindi, previsto ed atteso, sul piano macroscopico, ma del tutto indecifrabile nelle sue articolazioni minute. Se osservassimo, appena sotto la superficie, come si comporta l’acqua nella pentola, noteremmo la formazione delle cosiddette “celle convettive”. Colonne di liquido ben allineate, scorrono dal basso in alto e poi, ordinatamente, discendono per risalire secondo una geometria inappuntabile.

Anche in politica, pure quando la schiuma è abbondante e tracima, quando il tutto appare ridondante, a-finalistico e caotico, il processo in corso è pur sempre tributario di una “ratio” che c’è, anche se non si vede. O meglio, non la scorge lo sguardo di chi non sa andare oltre la schiuma e, finisce, pertanto, per prendere lucciole per lanterne.
Insomma, bisogna esercitare lo sguardo perché sappia andare oltre la cortina fumogena dell’ immediato, per cogliere la natura profonda dei processi in corso, per trascendere l’occasionalità del contingente ed andare alla sostanza delle cose.

Non è vero – se non nell’ accezione del linguaggio di uso comune – che la politica è il regno dell’opinabile e dell’irrazionale, cosicché  il tutto si risolve sul piano della soggettività del leader che, di volta in volta, assume il
ruolo di “maschio alfa” del branco. Nessuno può pretendere di possedere la verità in politica, eppure va ricercata pur sapendo che è inattingibile. C’è una verità, cioè una consistenza ultima, non riducibile dei processi storici e delle stesse più immediate vicende politiche, la quale è talmente nascosta ed insediata nelle pieghe più intime del reale, da determinarne irrevocabilmente gli sviluppi.

Enrico Letta questa volta merita un complimento. Il suo sguardo ha finalmente penetrato la schiuma. Si è spinto talmente avanti, tra un “campo” e l’altro, prima largo e poi aperto, da non poter, con ogni probabilità, tornare sui propri passi. Eppure è significativo ed importante – anche per chi, comunque, non ama il Pd – che oggi ammetta come sarebbe stato bene che ogni partito, a cominciare dal suo, si presentasse agli italiani, secondo la sua fisionomia originale, anziché camuffarsi ed intristirsi in alleanze improbabili. E’ la logica di un “proporzionale” intelligente che, nel suo piccolo, da tempi non sospetti, INSIEME non si è stancata di suggerire.