“La crisi del nostro tempo, che è una crisi di  sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che veramente è umano, ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che, in ordine ad essa, la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del nostro tempo può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia, nella cui tradizione essa è organicamente inserita”.

Lo ha affermato Giorgio La Pira, il 2 ottobre 1955, rivolgendosi a Palazzo Vecchio ai sindaci del mondo che si era inventato di riunire, secondo quella vocazione universale alla pace che lo sollecitava interiormente e pensava di affidare, anzitutto, a quello spirito  di fratellanza, di condivisione di un orizzonte solidale e comune che vedeva incarnato nella vita della città.

“Per la salvezza delle città di tutto il mondo”, così viene ricordato oggi quel discorso di La Pira. Anche in Simone Weil, nel cuore della guerra, compare il tema della “dismisura”. “La vita del nostro tempo è in balia della dismisura. La dismisura invade tutto: azione e pensiero, vita pubblica e privata”

Non rischia, forse, la “dismisura” di essere la cifra anche di questo nostro tempo, segnato dalla pandemia? La dismisura intesa come smarrimento, una sorta di estraniamento che ogni persona vive nei confronti di sé stessa; come impoverimento e dissoluzione  di quella trama di relazioni che “è”, in sé, la città, così come la concepisce La Pira.

Ogni città ha un destino, un “compito originario”, come lo chiama Edith Stein, e Giorgio La Pira, mentre si appresta a diventare sindaco, ripete, rivolte alla sua Firenze – ma, idealmente ad ogni città del mondo – le parole che Geremia riserva a Gerusalemme: ”Urbs perfecti decoris gaudium universae terrae”.

Possiamo sperare che oggi, ancora, come sosteneva La Pira, la città, possa rappresentare il “valore terapeutico e risolutivo”, anche a fronte del trauma della pandemia? Ha senso chiederselo a pochi mesi da un appuntamento elettorale che porterà alle urne Roma e Milano, Napoli e Firenze.

La città è, per eccellenza, il luogo dell’ aggregazione.  Sia spaziale, nel tessuto urbano condiviso;  sia temporale, cioè la città è la sua storia, la sedimentazione del tempo che non passa, ma piuttosto si accumula, giorno per giorno, una generazione dopo l’altra. Aggregazione e distanziamento, coprifuoco, rarefazione dei rapporti interpersonali. Addirittura come condizione per sopravvivere.

Siamo caduti in una palese contraddizione. Per un verso, il distanziamento è la metafora, o meglio la traduzione fisica di una lontananza, un’ indifferenza reciproca, che accompagna l’anonimato del contesto urbano. Per altro verso, questo vulnus inferto alla normale socialità della vita non può essere forse l’occasione per un rimbalzo di consapevolezza che recuperi il sentimento dell’amicizia, la solidarietà come fattori essenziali per dare alla vita il senso compiuto che merita?

“Allora – afferma il Cardinal Martini, in uno dei dialoghi della “Cattedra dei non credenti” – la città diventa un’ occasione, anzi una miniera inesauribile di possibilità di intessere relazioni autentiche, sia con lo strumento del gesto costruttivo o propositivo, sia – e forse ancor più – con lo strumento del gesto dell’accettazione, dell’ospitalità, della riconciliazione e perfino del perdono”.

Tutto questo ha qualcosa a che vedere con i progetti che i vari candidati, i loro schieramenti contempleranno nei loro programmi? Oggi, ogni città – in questi giorni, in modo particolare Millano e con Milano, Napoli – è il luogo in cui l’Italia soffre e resiste.

Si inoltra e si addestra nel territorio della “resilienza”, la capacità di riprendere la propria forma originaria, insomma risorgere, tornare a sé stessi, assorbendo le deformazioni, la compressione subita. Ogni programma locale dovrebbe far proprio l’invito del Presidente Mattarella a far sì che la pandemia non accresca, non aggravi ancora le diseguaglianze sociali. Questo significa predisporre opere, strutture, servizi, piani di intervento in cui la città ritrovi la “misura” smarrita in questi lunghi mesi, che ancora si protraggono. Insomma, una politica che sappia riscoprire il ruolo delicatissimo che all’ “ente locale”, al Comune, qualunque sia la sua dimensione, compete quale anello di congiunzione tra il cittadino, soprattutto coloro che sperimentano una condizione di disagio e di emarginazione, e l’ ordinamento istituzionale.

Senonché ci vorrebbe una politica “mite”, che sappia chinarsi sulle sofferenze, ascoltarle, accompagnarle. Il timore è che ancora una volta prevalga la rissa, l’invettiva, la delegittimazione dell’avversario, la semina di rabbia e rancore e si finisca per trasformare le città nel banco di prova dell’ ennesimo braccio di ferro, diretto a regolare i conti, consumare vendette postume, ridisegnare gli equilibri di un potere, che, in siffatte condizioni, inchioda sé stesso all’impotenza.

Domenico Galbiati

 

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