Mai come in questi frangenti la politica avrebbe bisogno di un linguaggio di verità. A cominciare dal significato effettivo che attribuiamo a parole, spesso rese ambigue o inespressive  da un malaccorto uso corrente che via via le corrode. “Leader”, ad esempio, sta per chi guida un movimento.

Ma si può dire altrettanto di un generale che insegua la truppa? Il “Sole delle Alpi” è ancora alto nel cielo eppure non brilla più e neppure scalda i cuori di una destra che, piuttosto, si accende per il partito della Meloni. C’è chi ha salutato l’idea di Salvini di federare Lega e Forza Italia in un’unica formazione, che condivida pure i gruppi parlamentari,  come la brillante idea di un capo vero che si dispone alla battaglia o forse meglio ad una guerra civile tutto intestina alla destra.

In realtà, la mossa di Salvini dà l’idea  del Rodomonte che quando il gioco si duro e, dunque, i duri dovrebbero cominciare a giocare, si squaglia come neve al sole. La fusione con Forza Italia non è un gesto di forza, ma, al contrario, denuncia la debolezza di Salvini e ricorda, per molti versi e sia pure a rovescio, la sceneggiata del Papeete.

In vista del filo di lana, il Capitano “rompe” come un ronzino in corsa, si scompone e sbanda, una volta per un insano eccesso di fiducia in sé stesso che lo porta a sbattere, ora perché non regge il fiatone che ormai i Fratelli d’Italia gli alitano sul collo.

Davvero c’è chi pensa che un soggetto tale sia in grado di governare la complessità di un Paese come il nostro? La prima qualità di un vero leader dovrebbe essere la capacità di governare – a tenuta stagna, verrebbe da dire – le proprie emozioni. Salvini appare piuttosto una spugna che assorbe il disorientamento e l’inquietudine di molti  strati sociali, ma, salvo parole d’ordine ormai scontate, di fatto, non ha una vera strategia politica.

Non ne esce meglio Forza Italia che si avvia a concludere ingloriosamente la sua parabola, sostanzialmente tradendo la vocazione liberale che avrebbe dovuto rappresentare il cuore della sua identità. Resta il fatto che siamo in presenza di forze politiche che non ce la fanno a vivere di luce propria e cercano di associare le rispettive debolezze, illudendosi di trarne un’energia che sentono messa in discussione.

La presunzione è di poter gestire i propri elettorati come pacchetti da spostare su una ideale scacchiera, a proprio insindacabile criterio. Se il centro-destra – o meglio, a tal punto, una destra bi-fronte che si è bevuta la presunta centralità moderata dei forzisti – piange, il centro-sinistra non ride.

Anche lì va in onda il copione di forze che – in una fase di necessaria chiarificazione dell’identità autentica di ciascuna – anziché, porsi schiettamente, di per sé, con l’ originalità singolare della propria proposta politica di fronte al Paese, cercano improbabili accrocchi, quasi debbano un po’ camuffarsi l’un l’altra.

Il combinato disposto – di cui dice la stampa – di questa doppia candidatura di Letta e Conte alle suppletive della Camera, secondo la bilanciata intesa di una reciproca blindatura ha, se fosse vero, dell’ incredibile, un po’ tra il beffardo ed il patetico. Eppure rischia di essere una vicenda paradigmatica di cosa siano oggi i partiti in campo e come concepiscano le intese tra loro.

Tanto più che – ma qui è sicuramente la stampa che esagera – tale presunta intesa viene presentata come il presupposto o la garanzia, comunque un quid che ha a che vedere con quel fondamento dell’alleanza tra PD e Cinque  Stelle che si fatica a trovare altrove e, cioè, sul piano della politica come tale.

E ciò per quanto Letta, “motu proprio”, abbia decretato che i grillini sono un movimento di sinistra o, comunque, un momento essenziale di quello schieramento di centro-sinistra che deve contendere il Paese ad una destra pericolosa, intanto per il suo sostanziale anti-europeismo. Da dove si evinca questa natura “progressista” dei Cinque Stelle non è dato sapere, anche se qualcuno di loro, in mancanza d’altro, ha piacere di crederci.

Sennonché, a furia di spiegarci che “uno vale uno”, i pentastellati non riescono a trovarne uno che li valga tutti.

Che fossero Grillo o Casaleggio ieri, Di Maio o Conte oggi, sono una matassa senza bandolo e, per quanto esaltino la democrazia diretta, senza un “capo politico” insindacabile che li comandi a passo d’oca – non a caso sono dei  “portavoce” –  non riescono a cavare un ragno dal buco.

Il che ha molto da dire sulla natura del Movimento: ogni qual volta – se pure i contenuti della proposta politica possano alludere ad una intonazione avanzata – l’impalcatura di una forza è assolutamente piramidale ed a forte connotazione personalista, strutturalmente la cifra inclina a destra.

Domenico Galbiati