In Italia impera la baraonda dei partiti. Anche quando sono alleati, dimostrano cosa sia la frammentazione individualistica che viviamo ai nostri giorni. Si tratta di un pluralismo che non è mai esistito neanche negli Stati Uniti, patria del pi§ vasto e diffuso associazionismo sociale di base, sempre riassunto da due soli grandi partiti.

Papa Francesco ha posto il problema con la sua metafora della barca, che sono portato a citare spesso perché sembra incredibilmente adatta a interpretare e far intendere bene il tempo attuale. Volenti o nolenti, ci troviamo tutti imbarcati su una sola e unica barca, solcando le onde di questa globale rivoluzione  migratoria, digitale e climatica.  Una metafora satura di concretezza, che ci suggerisce e ci fa riflettere sulla inutilità delle tante barchette isolate, con pochi passeggeri a bordo e il leader vogatore che ci sprona, con tutti gli strumenti possibili della comunicazione sociale, a salire a bordo.

Ora, non credo ci possano essere risposte totalmente diverse ai problemi dell’oggi. Quelle di destra, centro e sinistra, distintamente proposte, appiono come categorie geometriche del passato; categorie, in verità, che di fronte ai cataclismi in agguato, sarebbe altamente consigliabile abbandonare o ridefinire da cima a fondo. Certo, distinzioni bisogna farne e il pluralismo è bene tenercelo caro. Tuttavia, se vogliamo avere i piedi per terra, è diifficile credere che di fronte alle rivoluzioni sociali, antropologiche, culturali e tecnologiche in “agguato” nel mondo occidentale, una saggia classe politica possa fornire rigidamente un’alternativa di destra o una di centro o una di sinistra. Si è portati di più a credere a risposte tendenzialmente affini, una volta smussati gli angoli ideologici e una volta convinti che quell’1% di superricchi con in mano i microchip, i motori di ricerca, l’IA e la finanza globale, fa ormai il bello e cattivo tempo nelle economie e democrazie del mondo intero.

Un fatto, quello dei tanti partiti, che dovrebbe se non altro incuriosire e suggerire analisi sociologiche approfondite sui motivi di fondo di questa abbondante offerta. E che dovrebbe essere analizzato dagli studiosi, anche nei suoi risvolti antropologici più banali. Partiti diversi sì, ma diversi in che cosa e perché, se non nel leader e nel contrassegno?  In Sardegna su 25 partiti ha toccato il fondo con uno zero virgola la Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi. Mi spiace dirlo,  così si offende la storia di un nobile partito come è stata per 50 anni in Italia il partito di De Gasperi, Fanfani e Moro.

Il punto vero è che a prescindere dalle continue quanto inutili tiritere sul populismo e l’attuale bipolarismo selvaggio, la frammentazione individualista e liquida, se non gassosa, in cui viviamo e a cui siamo arrivati, ci trasforma tutti in singoli e isolati leader ammalati di narcisismo, e quindi innamorati della propria diversità. Pronti ad avanzare da soli sulla nostra personale barchetta. E decisamente anche contrari ad avere compagni di strada storicamente – ma solo storicamente – diversi.

Bisogna allora dire che il tanto difeso premierato proposto dalla Meloni, nel ricordo non tanto sfumato del Presidenzialismo voluto da Giorgio Almirante, non fa altro che apparecchiare una bella tavola per i tanti potenziali narcisi. Con pericolosi risvolti di ben nascoste psicosi autoritarie. Non è tanto un equilibrato premierato ad allarmare, quanto il soggetto-premier che arriva a quel posto senza neanche un …test attitudinale! “…Bell’affare, un mediocre, o un imbecille con i superpoteri“, scriveva anni fa Aldo Giannulli.

Di fronte al singolo narciso, il “noi” scompare del tutto! Rischia di non essere più utile. Non c’è più. Si eclissa anche la “persona in relazione”, con i suoi mondi vitali. Almeno finché non prendiamo di nuovo coscienza dell’utilità di camminare, discutere e parlare insieme. Dovremmo riconoscere il ruolo irrinunciabile da fare svolgere al Parlamento e, al tempo stesso, rigettare la logica di preoccupanti autonomie differenziate, alzando lo sguardo e guardando costantemente all’unità politica europea.

Si sviluppa, insomma, una insana voglia di essere unici e diversi. E ciò spinge ad evocare come nemici le etnie, il colore della pelle, gli emigranti a causa della loro “…fame e sete di giustizia”. Così attrezziamo risposte alzando muri e recintando le frontiere con chilometri di filo spinato. Francesca Rigotti, nel suo bel libro “L’era del singolo”, ha chiarito l’aspetto inquitante di questa involuzione: “…essere individui oggi non basta piú. Ognuno è singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca della felicità su misura, personalizzata e non personale…” .

Sul pluralismo corretto e scorretto, non posso infine non ricordare il “dialogo” tra Norberto Bobbio e Benigno Zaccagnini, avvenuto circa 50 anni fa. Scriveva Bobbio su “La Stampa”, nel lontano 1976, che “…anche del pluralismo si può dire che non è tutto oro quello che luce….Io stesso avevo detto che accanto al beneficio che può derivare dalla frantumazione del potere, c’è il maleficio della disgregazione(...)”. E chiamando in causa Zaccagnini osservava come “…non bisogna mai accentuare il rischio della disgregazione, per sminuire o sottovalutare, invece, il pericolo della burocratizzazione partitica”. E il 18 ottobre, sempre su “La Stampa”, il segretario della Dc rispondeva con un articolo intitolato “Quale Pluralismo“‘, nel quale diceva di aver riflettuto sul fatto che del pluralismo bisogna temere molto la crescita della burocrazia dei partiti, assieme alle “... condizioni permanenti di conflittualità” a cui può condurre. Senza mai ignorare – aggiungeva – “...i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe”.

Non sono parole, quelle di Zaccagnini, che dovrebbero indurci a meditare, vista l’esasperazione di un pluralismo distorto e malsano?

Nino Labate

Pubblicato su www.ildomaniditalia.eu

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