Dal popolarismo al populismo: la metafora della quercia
Si potrebbe dire che il “populismo” è ciò che resta del “popolarismo” dopo che questo è stato squassato e spogliato dai venti dell’individualismo. Come se una quercia secolare, nel pieno rigoglio dell’estate, fosse investita da un ciclone che d’un sol tratto la privasse di tutte le foglie e ne spezzasse molti rami. Anziché la sua forma armonica, addolcita dalle fronde, mostrerebbe il suo torsolo nudo e nodoso, l’alberatura a tratti contorta, e quella stessa fisionomia che d’inverno apprezzeremmo consona all’ambiente, qui, fuori stagione, apparirebbe spettrale.
Che cosa intendiamo davvero quando diciamo “populismo”?
Quando parliamo di “populismo” sappiamo esattamente cosa andiamo dicendo e ci riferiamo allo stesso oggetto, oppure ognuno accampa una sua interpretazione che, nella misura in cui non collima con quelle altrui, rende aleatoria e persino confusiva un’analisi puntuale del fenomeno?
Relazioni e persona: nessuno è un’isola
“Nessun uomo è un’isola”: così, in anni ormai lontani, ci ammoniva Thomas Merton. Le “relazioni”, secondo le loro mille e differenti forme, sono a livello sociale ciò che le sinapsi sono a livello cerebrale. Individuo e persona non sono entità separate, tanto meno contrapposte. Senza il nucleo “in-dividuo” del soggetto non potrebbe darsi “persona”. Verrebbe meno il cardine su cui ruotano le relazioni “interpersonali”, che via via, per accumulazione successiva, secondo un processo di aggregazione molecolare delle esperienze, strutturano la forma personologica di ognuno.
Ciò che vale per l’individuo vale per le comunità
Quello che vale per ciascuno nella sua singolarità vale altrettanto per i gruppi umani e le comunità. Nessuno può vivere senza cercare, riconoscere o costruire a suo modo, sia pure in termini di “mito”, un senso compiuto del mondo, delle cose che lo abitano, del divenire sperato o temuto.
Quando la solidarietà si spezza: la transizione verso il populismo
Quando l’ostilità prende il posto della solidarietà; il sospetto la vince sulla fiducia; la capacità critica e l’autonomia di giudizio di ognuno cedono il passo all’omologazione al pensiero corrente; il fatalismo e la rassegnazione subentrano al valore dell’impegno e della responsabilità personale; il timore che trattiene e frena cancella la curiosità e l’attesa di una speranza e di un tempo nuovo; la libertà costa fatica ed adeguarsi è, al contrario, accattivante; la ragione si concede al pifferaio, abbiamo compiuto la transizione dal popolarismo al populismo.
Il totem dell’interesse particolare e la politica che alimenta il negativo
L’interesse particolare, fuori dall’orizzonte del bene comune, diventa il totem e, ad un tempo, la prigione di molti. Si cade in questo avvitamento quando subentrano condizioni economiche, culturali e sociali che impoveriscono la trama delle relazioni che recano con sé consapevolezza, identità, creatività. Le persone e le collettività avvizziscono.
A maggior ragione questo succede quando — come avviene oggi da noi — imperversano forze politiche che questi sentimenti negativi si fanno carico di coltivarli.
Domenico Galbiati