Site icon Politica Insieme

La rivolta, la “sicurezza democratica” e il diritto al futuro – di Umberto Baldocchi

La paura, la disperazione e la rivolta

Stiamo assistendo in Italia e in Europa al dilagare di una protesta diffusa ed, in Italia, in particolare, ad una rivolta giovanile disperata e violenta, inedita in modalità più che in intensità, senza bandiere e senza obiettivi, indirizzate, coordinate o deviate “da remoto”, come può succedere a “droni” da combattimento mossi da motori algoritmici remoti non identificabili, sul modello della “invasione di Ceuta”. Se prescindiamo dalle banalità semplificanti, per cui tutto sarebbe effetto delle ondate migratorie o magari delle istigazioni della Sinistra alla Mélenchon, o forse anche di “potenze occulte” attraverso la cd. “guerra ibrida” (definizione comoda che esonera dal dovere umano del pensare, mettendo la realtà immaginata al posto di quella concreta), emerge la necessità saggiamente indicata dal presidente Mattarella di capire la novità dei soggetti inediti di queste azioni. Anche perché su questo andrebbero calibrate scelte politiche di fondo che vadano oltre le misure emergenziali.

Al tempo stesso questa problematicità è evidenziata anche dalle risposte inedite che i governi danno a questa violenza in Italia ed in Francia, dal coprifuoco francese all’impiego italiano dei “parà” in funzione di supporto all’ordine pubblico. Iniziative che non si erano mai viste neppure durante gli “anni di piombo” in Italia, se non nel terribile periodo del sequestro di Aldo Moro. Peraltro la anomala violenza di oggi si manifesta in un momento in cui in moltissime aree europee dilagano fortissime ed esasperate proteste, sinora generalmente pacifiche, che hanno la loro matrice nella devastante “economia di guerra” che i governi di Destra e tecno-liberisti – che prevalgono in Europa e ai vertici UE – si rifiutano ostinatamente di riconoscere apertamente e di fronteggiare con le misure finanziarie emergenziali che sarebbero necessarie. Proteste che sarebbe molto pericoloso delegittimare.

Più che a una violenza politica indirizzata contro un obiettivo preciso (non basta dire “contro il governo” o autodefinirsi “Movimento 17 ottobre” o lanciare manuali per la rivoluzione in rete) sembra di essere di fronte ad una “protesta violenta e inafferrabile” a carattere epidemico, una sorta di pandemia sociale, di cui non sono prevedibili i canali di “diffusione”, senza delimitazioni spaziali temporali e sociali, che non pare prestarsi al dialogo ragionevole. Una libertà caotica, anarchica, o nichilistica, che sembra rispecchiare non un progetto ideale, ma replicare, orientandola verso obiettivi “sociali”, la realtà della violenza relazionale che si era da noi annunciata nell’uso dei coltelli entro le aule scolastiche, nel dileggio e nelle violenze sui docenti, nelle violenze minorili o nei femminicidi, divenuta ora una violenza che si alimenta di una continua paura del futuro e di una lotta “selvaggia” contro le diseguaglianze. Una realtà per cui è impossibile persino tracciare una linea di demarcazione tra crimine comune e violenza politica. È una regressione sociale e culturale impressionante che non ha precedenti anche per il fatto che si manifesta coinvolgendo fasce di età in cui difficilmente l’attenzione si concentra su una dimensione sociale o politica, ma su altri aspetti della formazione personale. Condannare, stigmatizzare e reprimere quindi non basta. È urgente capire. La sicurezza pubblica e l’ordine pubblico sono cose serie, non possono rimanere slogan da campagna elettorale o “proclami” lanciati da “decreti-sicurezza”, che sono spesso norme figurative, a forte effetto mediatico, simili, nella loro inefficacia, alle “grida” di manzoniana memoria che avrebbero dovuto fermare le violenze dei “bravi”. Tale rischia di essere anche l’ennesimo decreto-sicurezza.

Sicurezza, come precondizione dei diritti

La modernità europea si è costruita nel tempo dal sedicesimo secolo in poi a partire da quattro diritti fondanti, quello all’eguaglianza, quello alla sicurezza, quello alla libertà, quello alla proprietà. Tutti e quattro erano diritti fondanti parimenti importanti e necessari a bilanciare il peso di uno Stato che costruiva nuovi e più efficaci strumenti di potere (esercito permanente, fiscalità, burocrazia, diplomazia). Il diritto alla sicurezza non era meno importante e meno essenziale degli altri. Come invece ha ritenuto il “progressismo” del XXI secolo che ha considerato libertà ed eguaglianza come quelli essenziali, diffidando della pubblica sicurezza (magari confusa con l’“ordine pubblico”) e finendo per alimentare il “partito della ZTL”, cioè il partito dei diritti di libertà senza alcun vincolo di sicurezza.

Nell’anomalo attuale panorama politico italiano è “sbucato” all’improvviso dalla società (fortunatamente, non dalle segreterie politiche e dalle lobbies come di solito avviene) un nuovo partito, PIU UNO, che nel suo manifesto ha inserito un passaggio significativo proprio sulla sicurezza. Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli “simpaticamente” presentati come lo “sbirro” e l’“esattore” – stranezze della storia! – hanno messo finalmente al centro non una nuova DC, ma uno dei diritti più gravemente dimenticati dalla Sinistra e dai progressisti.

“La libertà non è soltanto assenza di divieti: è la possibilità concreta di uscire di casa, abitare uno spazio pubblico, lavorare e partecipare alla vita collettiva senza subire la forza o intimidazione altrui. Per questo la sicurezza è una precondizione degli altri diritti. Lo Stato deve contrastare criminalità, mafia e corruzione, controllare il territorio, prevenire i reati, investigare con efficacia e assicurare l’applicazione delle decisioni, punto 10, sulla giustizia.” (Manifesto per una Italia più libera, più giusta, più uguale di Più Uno, punto 10, La sicurezza come condizione della libertà)

In altri termini non ha alcun senso lo slogan “liberi in casa propria”: la libertà attiene alla dimensione sociale della persona e, per esprimersi, ha sempre bisogno di condizioni che tutelino, cioè mettano in sicurezza il cittadino da ogni prevaricazione esterna nelle sue relazioni con l’altro. Ma perché ci eravamo dimenticati della sicurezza pubblica come precondizione della libertà affidando la sua tutela essenzialmente alle Destre? Certo abbiamo forse spesso confuso pubblica sicurezza e “ordine pubblico” che è concetto molto diverso ed assente dalla nostra Costituzione (almeno fino alle modifiche inserite nel 2001).

Eppure il diritto alla sicurezza era il primo diritto ricordato nella Declaration americana del 1776 che citava il “diritto alla vita” e solo dopo quello “alla libertà e alla ricerca della felicità”, ed era il terzo in ordine di successione nella Dichiarazione dei diritti francese del 1789, dopo la libertà e la proprietà e prima della “resistenza all’oppressione”. A partire dal XVI/XVII secolo la riflessione teologico giuridica e poi politica aveva costruito gradualmente questo diritto così essenziale per fondare il moderno stato di diritto (rule of law). Il diritto alla sicurezza era infatti all’epoca – un’epoca segnata dalle guerre civili di religione in Europa che erano le “guerre epidemiche” dell’epoca – il diritto di poter conservare la vita in tranquillità al riparo da ogni uso privato ed arbitrario della violenza, che essa provenisse dallo Stato o da altro soggetto. Era il diritto – l’unico rigorosamente “inalienabile” secondo Hobbes – ad essere tutelati contro un uso illimitato e indiscriminato della violenza, contro la guerra di tutti contro tutti, o contro una “guerra liquida e globale” dovremmo dire oggi. Sicurezza non voleva dire peraltro pura conservazione della vita, ma anche garanzia di poter fruire le soddisfazioni derivanti dalla industria legittima e di fruire dei prodotti del lavoro al riparo da guerre e lotte civili entro il più ampio contesto sociale.

La sicurezza andava garantita nel contesto sociale perché la libertà non era una dimensione esclusivamente privata. Infatti la sicurezza diveniva possibile perché nel frattempo erano mutate alcune condizioni di fondo.

Prima condizione: il sovrano che detiene il “diritto della spada”, il potere assoluto di vita e di morte che i romani chiamavano merum imperium, in virtù del quale egli fa la guerra ai nemici e fa eseguire la legge ordinando la punizione del criminale, non può tuttavia esercitare arbitrariamente quel potere sui suoi sudditi, che non gli hanno mai ceduto nel loro pactum subiectionis (patto di sottomissione) il diritto sulla loro vita.

Seconda condizione: il potere statale non deve agire come un potere proprietario, ma come un comando che opera attraverso la legge e non attraverso il puro dominio, il potere arbitrario del dominus, quello, per intenderci, di cui oggi dispone Elon Musk con Starlink, dal cui impiego può dipendere in un’altra parte del mondo la salvezza o la morte di una popolazione sottoposta a incursioni di droni. In altri termini il potere politico non può coincidere col potere economico o finanziario, tanto meno se privo di confini territoriali. Solo se vi è separazione tra potere politico ed economico si danno le condizioni per cui il governo si possa esercitare come una sorta di “servizio”, in funzione della legge (all’interno) ed in funzione della pace (all’esterno). Poi certo non è detto che questo succeda. È però condizione necessaria.

La seconda di queste condizioni sta però oggi decisamente venendo meno e si sta così determinando un conflitto tra sicurezza e diritti di libertà. I due diritti rischiano di elidersi a vicenda. È cambiato qualcosa in profondo nella struttura del potere e nella società.

Dentro la società del rischio

Noi oggi viviamo in una società del rischio crescente che mette in pericolo, diretto e soprattutto indiretto, ma effettivo e non soltanto potenziale, la sicurezza della vita, non più, almeno sinora, attraverso un potere di vita e di morte dello Stato sulle singole persone, ma attraverso una sorta di nuovo “potere proprietario” che sempre meno “risponde” ai cittadini ed ai loro rappresentanti parlamentari, essendo frutto del dominio tecnocratico-finanziario della globalizzazione neoliberista, che impone modelli economici astratti che operano al di sopra dei confini, compresi quelli del diritto, e producono, attraverso una innovazione che si presume non controllabile (come quella della AI), rischi esistenziali non prevenibili e non risarcibili, rispetto a cui lo Stato – specialmente nelle sue istanze rappresentative – è estraneo o impotente.

Ma perché questo potere tecno-finanziario produce in continuazione insicurezza e paura e la richiesta inesausta di sicurezza che alimenta il consenso alle Destre?

L’insicurezza sociale crescente non dipende più oggi principalmente dalla effettiva diffusione della criminalità tradizionale (omicidi, rapine, violenza mafiosa, terroristica, politica ecc.). Lo dimostrano i dati sulla drastica diminuzione in Italia della criminalità specialmente “omicidiaria” nell’ultimo trentennio, dati che i cittadini comuni e specialmente i frequentatori delle TV ignorano (vedi Politica Insieme 17 ottobre Italia, Un paese insicuro? I dati e la paura).

Essa nasce piuttosto da una combinazione di elementi oggettivi e soggettivi che producono una situazione di “guerra latente” che caratterizza ogni “società larga”, oggi forse diremmo “liquida” in cui cioè i legami interumani diretti sono affievoliti o inesistenti – sono connessioni e non relazioni – ed in cui, il “prossimo” non esiste più, prevale il “distanziato” e il “lontano” e, per riprendere il testo classico di Hobbes, “ogni uomo è nemico di tutti gli altri (e vive) […] con la sola sicurezza che è procurata dalla loro forza e inventiva… (ed in cui) dominano la continua paura ed il pericolo di una morte violenta, e la vita dell’uomo è solitaria, povera, sordida, bestiale e corta”. (Thomas Hobbes, Leviatano, Roma. 1976, pp. 73-74). Oggi potremmo dire un mondo in cui si finisce per vivere come nei quartieri degradati di Caivano o anche nelle periferie delle grandi città, pur senza che necessariamente i comportamenti umani assumano profili stabilmente criminosi.

È dal senso di isolamento, di abbandono, di impotenza personale e di disfacimento di ogni società della “cura” che nasce quel senso di insicurezza che è in effetti equivalente ad una paura continua della morte violenta o, più spesso, della distruzione delle minime indispensabili condizioni di vita. Pensiamo non solo a chi non può avventurarsi in una strada senza rischiare scippi o violenze, ma a chi non può più permettersi, pur disponendo di regolare reddito da lavoro che era anni fa adeguato, di pagare l’affitto di casa. Pensiamo alla minaccia costituita per molti dall’abbandono e dalla solitudine di fronte a malattie cui il sistema sanitario nelle condizioni attuali non consente di far fronte, come anche alla sensazione soggettiva di essere “scartato” cui si può sentire sottoposto il malato fragile “parcheggiato” per ore nel corridoio di un sovraffollato pronto soccorso ospedaliero, dove quella paura può trasformarsi anche in forme di violenza disperata, a prima vista incomprensibile, contro gli stessi operatori sanitari.

La “sicurezza” quando lo Stato era molto più povero di risorse e strutture (quando ancora gli agricoltori non avevano la pensione, e spesso nelle loro case non arrivava l’acqua né la elettricità) era un tempo garantita, prima che dalle politiche statali, da una “società della cura”, una società che si prendeva in carico dei soggetti più deboli. Vi erano parecchie istituzioni che producevano “cura” reale o anche solo simbolica delle persone, la famiglia, la Chiesa cattolica, le reti assistenziali laiche tradizionali, la stessa istituzione scolastica, i partiti politici attivi sul territorio, ma anche, in parecchi casi, il vicinato, le reti parentali, le reti amicali radicate nelle comunità locali e via dicendo. Esisteva l’aiuto di vicinato non il “controllo di vicinato” come sta scritto, grottescamente, sui cartelli posti dai Comuni in tranquillissimi paesi di campagna. C’erano reti “invisibili”, che però anche per motivi oggettivi erano molto più efficaci di quanto oggi non possa fare il volontariato, che interviene soprattutto laddove il disagio è divenuto ormai fenomeno di massa. Chi ha una certa età può ricordare la calma limpida che dominava la vita nelle campagne e nelle città, in cui certo arrivavano tragedie e criminalità, ma come fulmini a ciel sereno, cui di nuovo seguiva rapidamente la quiete.

Nel secondo dopoguerra lo Stato era poi intervenuto, in coerenza con le linee programmatiche della Costituzione, nella costruzione della sicurezza pubblica gradualmente, creando scuole pubbliche, sanità pubblica, ed offrendo prestazioni sociali, per la verità modeste o talvolta mal distribuite, ma integrative di quelle offerte dalle reti già esistenti che per il momento restavano in vita.

Ci troviamo invece oggi in un mondo, oggettivamente e soggettivamente, insicuro, instabile, inaffidabile, dove paiono regnare una competizione ed una diffidenza universali che producono rivalità e diffidenza, talvolta una violenza, che esprime pretese che non lasciano spazio al tempo e alla razionalità. Una società che trascurando la dimensione sociale non trova neppure il modo di educare le nuove generazioni, oggi spesso abbandonate ai “social”, e trasmettendo la necessità di una ricerca di senso e della costruzione di una identità personale.

Ma vi sono elementi ulteriori che rafforzano la spasmodica richiesta di sicurezza ai governi, elementi che non hanno a che fare con la patologia ma con la fisiologia del sistema. Il futuro infatti presenta profili di insicurezza persino più gravi di quelli del presente. Sono gli stessi progressi di una “tecnologia senza governo” a produrre insicurezza e la tecno-scienza produce rischi e pericoli inesplorati, accanto ai vantaggi immediati che indubbiamente arreca. Il tecno-liberismo costruisce una società dell’innovazione continua e dei rischi crescenti, mentre i principi di precauzione, poco presenti ancora negli ordinamenti giuridici, e contestati dai “partigiani” della tecnologia senza se e senza ma, sono ben lontani dal creare per essi un bilanciamento efficace.

L’evento Covid 19, ed oggi le prospettive di impiego dell’Intelligenza Artificiale, nonché la dimensione potenzialmente bellica di tutto quanto il progresso tecnologico – ogni oggetto è potenzialmente un’arma come suggerisce un termine usato in alcuni importanti documenti UE, come le Linee guida politiche 2024-29 della Presidente Ursula Von der Leyen weaponisation – presentano il futuro come un incubo o una dimensione da cui è possibile difendersi solo con la nuova tecnologia e con la forza.

Sicurezza democratica e sicurezza percepita

Nello sbandamento della società di fronte a fenomeni di insicurezza globale e incontrollabile di diversa natura, ma di effetti paralleli (l’assalto alla superpotenza USA delle Torri Gemelle del 2001, la crisi dei debiti sovrani del 2008/2010, gli attacchi terroristici al centro di Europa nel 2015, Il Covid-19 nel 2020, la guerra di Ucraina del 2022 e il massacro di Gaza nel 2023) abbiamo finito un po’ dovunque per sacrificare al diritto alla sicurezza la stessa sicurezza dei diritti, magari in nome dell’“emergenza” perenne e dello “stato di eccezione”. Abbiamo finito per dimenticare che la sicurezza non dovrebbe mai essere ritenuta un fine in sé, ma che è uno strumento per tutelare e accrescere la libertà. Vi è addirittura chi ha cercato di introdurre in Costituzione un principio assoluto di sicurezza che non si presenterebbe più come un diritto dei cittadini, ma come una prerogativa discrezionale a disposizione del potere di governo, decisamente una sicurezza non democratica che scende dall’alto: “La Repubblica tutela la sicurezza dei cittadini” è la dizione che si voleva introdurre nell’incipit dell’art. 101 Cost. (Proposta di legge costituzionale AC 2954/ 16 marzo 2021).

In Italia abbiamo così accettato una riduzione progressiva della sicurezza giuridica identificando erroneamente la politica di sicurezza con la lotta alla criminalità vecchia e nuova – tralasciando il ruolo dello Stato sociale di diritto nel garantire e rendere effettivi i diritti di libertà e assicurare ai singoli il minimo dei beni senza cui sarebbe impossibile realizzare una libertà intesa non solo come indipendenza, ma anche come autodeterminazione e autorealizzazione.

Abbiamo dimenticato di considerare tutti i fattori che nei nuovi contesti fragilizzano sempre di più la società, ne alimentano il sentimento di insicurezza e di paura e la spingono a chiedere, operando una sorta di transfert da una dimensione all’altra, soltanto le necessarie misure repressive, orientate verso il controllo, il contrasto alla criminalità, la severità delle pene (ivi compreso il panpenalismo) e persino una “giustizia” (nel senso di sistema giudiziario) utilizzata come strumento di ordine pubblico. Lotta contro il crimine esistente, a questo si riduceva il diritto alla pubblica sicurezza.

La fragilizzazione della società si accompagnava così ad un lento ma continuo processo di de-costituzionalizzazione, cioè di indebolimento delle “politiche costituzionali” che erano vere e proprie “politiche della cura” e della tutela sociale, non subordinate ai parametri astratti e non umani dell’ultraliberismo ma agli austeri “doveri” imposti alla Repubblica dall’articolo 3 secondo comma della Costituzione. Si trascuravano gli obiettivi di politiche di sicurezza che potevano dar frutti solo nel medio e lungo termine, la sicurezza sanitaria, la sicurezza sociale, la sicurezza ambientale, la sicurezza del lavoro e sul lavoro, la sicurezza economica e dei mercati, la sicurezza educativa, che oggi vediamo elemento essenziale. Si trascuravano i beni giuridici essenziali a fondamento della sicurezza.

Contavano solo gli obiettivi immediati ed elettoralmente spendibili: la crescita del PIL, il taglio del debito pubblico ed i conti in ordine, cioè sostenibili, intendendo per conti solo quelli dello Stato, non quelli di famiglie e imprese. Tutti gli altri adempimenti relativi alla sicurezza erano abbandonati. Un “abbandono” reso possibile da un dominio ultraventennale di una “oligarchia pluripartitica”, di Destra, di Centro e di Sinistra, che ha potuto spadroneggiare in Italia dal 2006 in poi anche grazie ad una sequenza ininterrotta di leggi elettorali incostituzionali.

Diversamente non spiegheremmo la nascita delle nuove minacce alla sicurezza, le inquietanti e inedite nuove manifestazioni di criminalità – spesso proprio di minori – come i delitti senza finalità contro la persona, come l’omicidio del familiare o del compagno o della compagna (femminicidio ma non solo), la violenza sessuale o la violazione dell’incolumità sessuale nelle relazioni tra adolescenti, la violenza gratuita (qualcuno confessa: per “divertimento”) contro il passante sconosciuto, la violenza talvolta omicida contro il docente o contro il compagno di classe organizzato in favore di videoripresa. Ed ora anche la violenza saccheggiatrice dei “casseurs” per lo più minorenni che, senza bandiere senza slogan e senza obiettivi, credono di “manifestare contro il governo” organizzandosi su TikTok, coordinati da un algoritmo e saccheggiando negozi esclusivi.

La rinuncia alle politiche costituzionali della sicurezza pubblica ci ha condotto ad una nuova concezione della “sicurezza”: ha preso il sopravvento, di fronte al persistere delle molteplici fonti di insicurezza sociale, la sicurezza percepita che si evidenzia nel contrasto alla criminalità tradizionale.

È la politica securitaria legata alla pura logica repressiva che si rende visibile nella cattura dei criminali presunti, nel controllo del territorio e nel controllo diretto delle persone, nella creazione di luoghi off-limits come i CPR, nell’azione ben esibita di contrasto ad ogni violenza in atto, nel confinamento delle aree pericolose (zone rosse), in tutto ciò che può dimostrare rimozione isolamento o neutralizzazione delle patologie sociali e può perciò rassicurare.

Il circolo vizioso paura-violenza-repressione

Le politiche securitarie però finiscono per generare un circolo vizioso permanente. Si nutrono di una mobilitazione psicologica contro un nemico e un pericolo e sono possibili solo se questa mobilitazione è sostenuta da nuova paura. All’inizio c’è sempre la paura – Ma è dalla paura che nasce, oltre la mobilitazione securitaria, anche, al polo opposto, la violenza. La repressione rischia sempre di innescare nuova paura e di rafforzare, ad un polo la risposta violenta, al polo opposto la aspettativa di una “mano pesante” che garantisca sempre più sicurezza. Violenza chiama violenza e rafforza i meccanismi dell’odio sociale. Capri espiatori, repressione, deterrenza penale, pan-penalismo colpiscono di solito la criminalità, ma non generano sicurezza.

Pan-penalismo e repressione, come le solenni punizioni pubbliche dell’antico regime, servono certo a riattivare il potere, a ricostituire la sovranità che si sente ferita, a ricostruire e sostenere un consenso che non nasce dalla soddisfazione dei problemi risolti ma dalla partecipazione alla mobilitazione contro il “nemico”. Così non si genera sicurezza. Si realizza una sicurezza che genera la paura e vive della paura che riesce ad imporre alla società, che è poi il principio di ogni governo dispotico.

Tanto è vero che si finisce col chiedere alla giustizia, intesa come sistema giudiziario, l’azione per garantire la sicurezza – Non c’è sicurezza senza giustizia! Qualcuno ha detto. Si è così scambiata la funzione preventiva del governo con quella punitiva del sistema giudiziario, contrapponendo così la “sicurezza” alle garanzie della “libertà” personale. Come se potesse valere in uno stato di diritto il principio maoista di “colpirne uno per educarne cento”.

Questo circolo vizioso si può rompere solo se non si parte dalla repressione, pur in casi estremi ed eccezionali necessaria. Partendo da essa permane la paura alla base del sistema, che lascia inalterata la sfiducia reciproca, la competizione distruttiva, la concezione predatoria della ricchezza, il lavoro senza senso, la cultura dell’apparenza, l’egoismo dissociativo, che incoraggia il rifiuto di ogni solidarietà a partire da quella contributiva (“la tassazione che fa venire l’orticaria”). Quella che prevale è una sicurezza parcellizzata e individualizzata (come una ZTL allargata) che non riconosce la necessità di un ordine condiviso e che genera una postura difensiva e diffidente nei confronti del vicino che è opportuno tenere a distanza,

Per rompere quel circolo vizioso occorre combattere quella paura e perseguire la vera sicurezza che è la sicurezza giuridica e la sicurezza dei diritti. Questa sicurezza, come le reti relazionali tradizionali, mira a ristabilire la fiducia reciproca tra le persone, quella che riponiamo negli altri anche prima che essi la ripongano in noi. È questa fiducia civile – ancor prima di quella dei mercati – che crea le condizioni per far funzionare la comunità, l’economia, l’educazione, la crescita delle persone, il superamento delle diseguaglianze ingiuste e dà ordine e sicurezza alla società, secondo i lineamenti messi in evidenza dalla Costituzione.

Il diritto al futuro, ovvero il “diritto alla pace”

È invece dall’idea extra-costituzionale di “sicurezza” che nasce, nelle nostre società del rischio, il crescente sostegno a poteri autoritari che possono fornire solo il surrogato della sicurezza, ovvero la sicurezza percepita. Ed è questa idea che contemporaneamente spiega anche il ripudio diffuso in una larga parte del mondo politico di Destra Centro e Sinistra ed anche della cultura diffusa di quel diritto alla pace che lo stesso crudo realismo di Hobbes aveva costruito nel XVII secolo e che spesso si guarda invece con la benevola compassione che si rivolge alle utopie di giovani illusi ed ingenui.

La guerra il maggiore dei rischi, un rischio che oggi non ha più confini né spaziali (uso dei droni e guerra teleguidata), né temporali (impossibilità o difficoltà delle tregue finché il lavoro sporco non è finito, assenza di dichiarazioni di guerra e armistizi), né sociali (civili e bambini ormai bersagli legittimi) appare come il contesto di fondo, finalmente scoperto e portato in chiaro, di ogni comunità umana. Una nuova “rivelazione”, una sorta di “vangelo” della diffidenza e dell’odio. Che senso può avere in questo contesto la sicurezza? Potrebbe esserci vera sicurezza entro uno stato di guerra perenne, peraltro de-istituzionalizzato e perciò indistinguibile dalla condizione di pace, come quello che considerano ormai inevitabile le nuove ideologie – prive di argomentazioni – prodotte dalle élites europee? O dovremmo realisticamente accettare una deterrenza perpetua, una “non belligeranza” conseguita solo con la produzione crescente di armi?

Nel XVII secolo, molto realisticamente, dopo le paci di Westphalia del 1648 si istituzionalizzò la guerra affidando alla sovranità degli Stati il compito di garantire la sicurezza anche nelle relazioni tra popoli e tra Stati. La sicurezza interna si completava allora con un “diritto alla pace” che non era né una astratta utopia, ma semplicemente il diritto alla ricerca e alla costruzione della pace ed alla pace come condizione e stato separato e istituzionalmente distinto dalla guerra, e subordinato al diritto internazionale. Una visione oggi negata apertamente da chi parla, senza mai fornirne le prove, di una guerra ibrida e globale come cornice esterna ineliminabile delle relazioni internazionali, cui è necessario rispondere con una escalation a tempo indeterminato ed a tappe forzate (Readiness 2030) nei riarmi nazionali.

Il problema delle guerre attuali non si risolve perciò in Europa discettando su un dilemma fasullo: armi sì armi no all’Ucraina. Non è questo il punto. Il dilemma è molto più impegnativo ed epocale: ma la ricerca della pace, il diritto alla pace, nel senso realistico del termine è ancora possibile oppure ci dobbiamo rassegnare ad una guerra mutante, ibrida nelle forme, ma globale e permanente? Questa è la vera alternativa su cui discutere. Apertamente, serenamente e con argomentazioni serie, da una parte e dall’altra.

Tornando ancora al programma del nuovo partito dello “sbirro” e dell’“esattore” troviamo al riguardo un altro passo interessante al riguardo:

“La sicurezza non si ferma però ai confini nazionali. Una politica della sicurezza è anche una politica per la pace, fondata sull’uguale dignità di ogni persona e di ogni popolo e sul ripudio della guerra […] Per questo tiene insieme il diritto alla difesa e il dovere del limite. Ma la sicurezza non coincide con una corsa indiscriminata al riarmo: le armi, da sole, non costruiscono una pace giusta e possono alimentare logiche di potenza e un’economia che dalla guerra trae profitto” (Manifesto per una Italia più libera, più giusta, più uguale di Più Uno, punto 10, La sicurezza come condizione della libertà)

Diritto alla pace significa contestare l’inevitabilità della guerra oggi assunta dai propagandisti instancabili attivi nei media come un dogma assoluto, in barba alle vicende storiche che ci mostrano altro, a partire dalla eguaglianza della dignità dei popoli di tutti i popoli che si combattono. Non certo dei loro leader. L’inevitabilità della guerra sarebbe d’altronde una prospettiva che rimuove e delegittima ogni concetto morale rispetto all’azione politica. Se solo il prevalere della violenza bellica assicura la giustizia come esser certi che esse convivano insieme, che la giustizia cioè sia dalla parte della forza vincente? Non c’è altro mezzo per sostenere questa identificazione se non quella pubblicamente sostenuta da Netanyahu, ma condivisa da tutti i sostenitori della guerra, il credere cioè che esistano due Imperi quello del Male e quello del Bene e che noi apparteniamo, non è chiaro perché, al secondo. Gott mit uns! Dio è con noi, come dicevano i nazisti. Sarebbe questo un ridicolo manicheismo moderno, che può ricordare l’opera di colui che lo ha a suo tempo contestato con la forza del suo pensiero, ponendo le premesse della grande cultura comune europea, cioè l’opera di Sant’Agostino, che ha riportato quel conflitto – tra bene e male – alla coscienza e cioè all’intimo di ogni persona dove si custodisce la sua dignità. E dove la pace vera è l’oggetto di una durissima lotta interiore, morale e culturale.

Negare oggi il “diritto alla pace” sarebbe perciò oggi negare alle nuove generazioni il “diritto al futuro”, inteso come la speranza, la possibilità e la libertà di lavorare, educarsi, convivere, progredire che solo la “sicurezza” vera può garantire. Non è un caso che il “diritto al futuro” sia divenuto l’unico obiettivo in comune tra le grandi manifestazioni pacifiche e le rivolte disperate e nichilistiche di chi saccheggia i centri urbani. “The only stable thing here is our collective anxiety” (“L’unica sicurezza qui è la nostra paura collettiva”) stava scritto in inglese (una realtà inedita per l’Italia anche l’inglese!) su un cartello portato da ragazzi che manifestavano il 24 ottobre in una piccola città di provincia (Lucca).

L’unica sicurezza rimasta dunque, è, per i giovani, la paura collettiva! Il diritto al futuro sostituito dalla paura collettiva del futuro! Probabilmente uno dei risultati inattesi della propaganda dell’ideologia della “guerra globale e permanente”. Forse anche un preavviso di una bancarotta delle oligarchie governanti che restano legate ai disastri del presente e sono totalmente incapaci di pensare le vie del futuro. Bisogna però andare oltre la paura e la violenza. Per costruire sicurezza vera all’interno e all’esterno. Forse questo è uno dei sensi di ciò che sta succedendo.

Umberto Baldocchi

 

 

Exit mobile version