Nelle scorse settimane abbiamo evidenziato le ragioni che, a nostro avviso, militano a favore di una strategia di politica scolastica di forte discontinuità con la scuola ante-Coronavirus, utilizzando in modo proattivo gli elementi emersi durante la sospensione della didattica tradizionale e approfittando di questa congiuntura per chiudere definitivamente i conti con un modello di scuola antiquato, trasmissivo, squilibrato dal punto di vista dell’equità sociale e incorreggibile, come ha dimostrato ad abundantiam il fallimento delle tante pseudoriforme  avvicendatesi negli ultimi quasi sessant’anni, quelli che ci separano dall’unica vera riforma realizzata in Italia nel dopoguerra, l’unificazione della scuola media (1962).

Da questo punto di vista merita una risposta il garbato invito rivoltoci dall’amico Giorgio Allulli a “lasciar perdere i massimi sistemi” e il disegno di una “riforma epocale della scuola italiana” per cercare piuttosto di “capire cosa realmente succede nei diversi territori e di agire di conseguenza, valorizzando le eccellenze e sostenendo le aree di criticità”. È ben vero, come egli afferma, che in Italia non c’è “una” scuola ma “tante scuole”, e che quelle dell’Italia settentrionale funzionano in genere “molto bene, al pari delle migliori scuole del mondo” mentre quelle di alcune regioni dell’Italia meridionale ed insulare “funzionano in modo insufficiente”. Da questa premessa egli deduce che in Italia non si ponga “una questione di programmi, o di ordinamenti, che sono uguali per tutti (altrimenti come mai con questi programmi, con questi ordinamenti, i risultati degli studenti veneti o trentini sono al pari dei finlandesi?)” e che ciò che davvero serve sia una diversa “capacità di governo e gestione, o, come si dice spesso, di governance”.

Non c’è dubbio che occorra una diversa governance e una maggiore capacità di gestione di un sistema peraltro molto complesso. Ma ciò non esclude che non vada colta l’opportunità di ripensare completamente il modello di scuola, avviando un processo (che dovrebbe impegnare le migliori teste ed energie del Paese) che porti ad avere tra dieci anni un sistema formativo all’altezza delle esigenze dell’Italia. E non parliamo di autoreferenziali leggi di riforma ordinamentale, ma di un grande Piano strategico pluriennale che cambi il modo di insegnare, gli ambienti di apprendimento e le condizioni di lavoro, rendendoli più efficienti, motivanti e funzionali alle esigenze di apprendimento dei centennials. Un’esigenza che si avverte da anni, quindi sempre più urgente mano a mano che si allarga la forbice tra un sistema formativo immobile e una società soggetta alle accelerazioni impresse dal progresso tecnologico e scientifico. Ma che in questa fase potrebbe trovare una insperata finestra di opportunità dovuta da un lato alla improvvisa crisi del Covid, che ha aperto gli occhi alla classe dirigente e all’opinione pubblica sul ruolo insostituibile della scuola e sulla necessità che essa sia all’altezza del suo compito ma anche all’Europa ora disposta a finanziare grandi progetti di rilancio, e dall’altro al trend demografico, che porterà a una forte riduzione di taglia del sistema e a un ampio rinnovamento generazionale e quindi alla possibilità di liberare ulteriori investimenti in mezzi, persone e metodologie. Un’occasione che bisogna vedere oggi e cogliere, perché l’implementazione richiede anni, chiarezza di idee e di obiettivi, coerenza e continuità di azione.

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Immagine utilizzata: Pixabay

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