La liberazione del campo di annientamento di Auschwitz segna una data destinata a restringere il tempo e a dilatare la memoria.

La Shoa, parte preminente di una folle teoria sterminatrice che travolse anche oppositori antinazisti, zingari, russi e slavi, disabili e occasionali rastrellati in tutte le contrade europee, militari delle nazioni antifasciste, non è un ricordo che ripropone una volta l’anno la sofferenza del peso di un anniversario qualsiasi.

La Shoa non è solo una terribile vicenda storica. E’ espressione culmine di quel rifiuto della “responsabilità della coscienza” che, attraverso Domenico Galbiati ci ricorda Romano Guardini ( CLICCA QUI ), e di un Male che non costituisce un aristotelico “accidente”, una parentesi tanto tenace da racchiude definitivamente un qualcosa di cristallizzato nella Storia e là destinato a restarvi. Come pochi altri eventi, propri del cammino umano,  richiede invece  una continua coscienza vigile.

Potremmo parlare di un gruppo di uomini malvagi che cooperarono alla costruzione di un’idea diabolica del potere e della conquista di territori e di popoli. Scelsero deliberatamente, esibendolo, persino facendosene vanto, un sistema di valori basati sull’amoralità attorno cui, però, riuscirono a creare un consenso diffuso che solo la sconfitta riuscì a far dissolvere.

Purtroppo, tutti i fenomeni umani possono ripetersi. Spesso lo fanno sotto mentite spoglie, ma non sono per questo meno temibili. Purtroppo, infatti, restano vivi i presupposti di quel pagano tributo al Superuomo, alla cieca prevaricazione ammantata di una ideologia svuotata d’ogni remora morale, all’egoismo nazionale spacciato per riparatore di torti che pure ci si era procurati, la spoliazione di beni, di affetti e, persino, come ci ha ricordato Primo Levi, dell’umanità sostanziale delle vittime.

Quei presupposti possono essere considerati come un’infezione che resta nel profondo anche dell’uomo dell’oggi. In qualche modo, persino globalizzata attraverso il web in cui sembra trovare un consenso simile a quello che resta una macchia sui popoli che s’immersero nell’ubriacatura nazifascista. Neppure il Processo di Norimberga e i tanti altri processi celebrati nel frattempo per ribadire la superiorità della vita e della dignità umana a fronte di ogni ideologia, di ogni potere costituito, di ogni esasperata passione nazionalistica o di etnia, sono riusciti a mutare l’animo umano di quanti sono pronti a deresponsabilizzare la propria coscienza in un modo tanto radicale da mantenere vivo e preoccupante l’antisemitismo eretto a credo e a pratica corrente, così come il razzismo e l’ostilità contro il diverso.

Meditare sulla Shoa, così, non può restare confinato al sentimento che esprime l’umana pietà, ma deve sempre più diventare una continua stimolazione della parte più profonda della coscienza, personale e collettiva, perché la consapevolezza di ciò che può sempre essere possibile venga contrastato quotidianamente e senza tentennamenti o indecisioni.