Nella tessitura complessa della vita, un filo sottile ma potente connette il passato al presente e si snoda con speranza verso il futuro. “La speranza è essenziale per vivere”, una dichiarazione che, se scrutata attentamente, rivela la sua risonanza eterna nelle vicissitudini dell’umanità. Attraverso miti antichi e riflessioni filosofiche, emerge un quadro che dipinge la speranza come un faro luminoso che guida l’umanità attraverso le tempeste della vita.

Il mito di Pandora, un racconto intriso di saggezza greca, incarna il paradosso della speranza. Se inizialmente la sua apertura del vaso scatenò i mali del mondo, è proprio la Speranza a emergere come l’ancora che tiene insieme il tessuto sociale umano. Un’analisi più profonda rivela che, per i Greci, la speranza era inizialmente temuta per la sua vicinanza all’illusione, ma inevitabilmente si rivelò come la forza che alleviò l’insopportabile esistenza umana.

La speranza, intesa come “desiderio” nelle radici linguistiche, si rivela come un impulso innato. Attraverso il desiderio, l’essere umano valuta costantemente il futuro, un minuto dopo l’altro, proiettandosi in un percorso che spera sia positivo. Questo impulso verso il bene, ancorato nella biologia umana, si rivela come un’indispensabile necessità di sopravvivenza.

Nel mezzo di correnti di disfattismo e catastrofismo che minacciano di oscurare l’orizzonte, la speranza emerge come un faro che guida l’umanità attraverso le tenebre.

Sperare diventa così una forma di ragionevolezza, un atto di fiducia nel potenziale positivo del futuro. Sebbene la storia insegni che la speranza può essere preceduta dalla delusione, è proprio questa tensione tra la speranza e la realtà che rende la vita umana tanto drammatica e affascinante.

Riflettendo sulle radici etimologiche della speranza, ci accorgiamo che essa implica un tendere verso il bene. È un impulso che, in ultima analisi, promuove la coesione sociale e il benessere collettivo. In un mondo che spesso si confronta con malattie, guerre e mali inimmaginabili, la speranza diventa un baluardo contro l’oscurità, una forza che spinge le società verso un futuro migliore.

In conclusione, la speranza è intrinsecamente intrecciata nella trama della vita umana. È una forza che affonda le sue radici nella biologia stessa dell’individuo, guidandolo attraverso le sfide e illuminando il cammino verso il bene. La società, in questo contesto, ha il dovere di coltivare e proteggere questa forza vitale, permettendo così all’umanità di intraprendere un cammino sempre illuminato dalla speranza. La speranza, dunque, non è solo un desiderio; è una bussola che orienta il viaggio umano, rendendo ogni passo significativo e ogni momento un’opportunità di sperare.

Il quadro concettuale che qui vorrei offrire non è frutto di pensate a tavolino, ma – come si è narrato negli articoli precedenti (CLICCA QUI e QUI)– è costruito in un fecondo dialogo, il tema del Bene Comune una ricerca del significato tra il benessere individuale alternativo a quello comune e il vero benessere di tipo individualistico;

Lo possiamo distinguere con gli aspetti seguenti:

Benessere individuale alternativo a quello comune:

  • Questo concetto suggerisce che ciascun individuo persegue il proprio benessere in modo separato dagli altri membri della società.
  • Potrebbe implicare una visione individualistica che non tiene conto degli interessi collettivi o del bene comune.
  • Potrebbe essere associato a un approccio egoistico o centrato esclusivamente sugli obiettivi personali, senza considerare l’impatto su scala sociale.

Vero benessere di tipo individualistico:

  • Questo concetto potrebbe suggerire che l’individuo, pur perseguendo il proprio benessere, lo fa in modo consapevole e in armonia con il bene comune.
  • Potrebbe implicare un bilanciamento tra il benessere personale e il riconoscimento della necessità di un benessere collettivo.
  • Questa prospettiva potrebbe integrare valori etici o sociali nell’ottenimento del benessere personale.

In sintesi, mentre il “benessere individuale alternativo a quello comune” suggerisce un approccio isolato e talvolta egoistico al benessere personale, il “vero benessere di tipo individualistico” indica un modo di perseguire il benessere personale che tiene conto dei principi sociali e del bene comune.

A fondamento di ogni discorso sul Bene e sul BeneComune non può non esservi un principio di vita, un principio di umanità: il primato della persona.

Un principio non astratto: IL PRIMATO DELLA PERSONA E LA CENTRALITÀ DELLE RELAZIONI

Si dice, infatti, primato della persona, quando si fa riferimento al primato di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, giovane, adulto o anziano che è sulla faccia della terra, a prescindere dalle latitudini e dalle longitudini.

Dunque, non un discorso vuoto o retorico: mettere al centro la persona vuol dire prestare attenzione alla persona vera, concreta, storica in tutte le dimensioni della sua vita e in tutte le condizioni in cui si trova a vivere.

Il concetto è complesso, ma è quello che si ispira al Bene Comune di Tommaso D’Aquino, nel pensiero dell’Aquinate è un bene che fa riferimento ad ogni uomo ed a tutto uomo, cioè alla sua dimensione corporale e spirituale nello stesso tempo.

In questo bene comune l’uomo dotato di intelligenza e di libertà, cioè la persona, trova tutto il necessario per raggiungere la sua piena perfezione.

Una specie di circolo ermeneutico tra attese e il quadro astratto elaborato dalla teoria politica e dalla prassi storica.

In mezzo entra come fattore determinante l’educazione, “la formazione” dunque l’arte del possibile che, come definizione, ha qualcosa che la avvicina alla stessa definizione di politica.

“Formare” la propria coscienza è compito fondamentale.

La ragione è molto semplice: la nostra coscienza può errare. E l’errore, quando prevale su di essa, diviene causa del più grave danno per la persona umana: impedisce che l’uomo realizzi se stesso, subordinando l’esercizio della libertà alla verità.

Il cammino verso una coscienza morale matura, non può neppure avere inizio, se lo spirito non è libero da una malattia mortale, oggi molto diffusa: l’indifferenza verso la verità.

Come potremmo, infatti, essere preoccupati che la verità abiti nella nostra coscienza, se riteniamo che l’essere nella verità non sia un valore di importanza decisiva per l’uomo?

L’indifferenza verso la verità si manifesta, ad esempio, nel ritenere che la verità e la falsità, in etica, siano soltanto una questione di gusti, di decisioni personali, di condizionamenti culturali e sociali; oppure che sia sufficiente eseguire ciò che pensiamo, senza preoccuparci ulteriormente se ciò che pensiamo sia vero o falso;  o anche che il nostro essere non dipenda affatto dalla verità di ciò che noi pensiamo, ma solo dal credere sinceramente in ciò che noi professiamo.

Indifferenza verso la verità è il ritenere più importante per l’uomo cercare la verità che raggiungerla, in definitiva, gli sfugge irrimediabilmente; e confondere, di conseguenza, il rispetto dovuto ad ogni persona, qualunque siano le idee che professa, con la negazione dell’esistenza di una verità obiettiva.

Se una persona umana è indifferente, nel senso sopraddetto, verso la verità, non si darà pensiero della formazione della propria coscienza, e finirà, presto o tardi, per confondere la fedeltà alla propria coscienza con l’adesione a una qualsiasi opinione personale o all’opinione della maggioranza.

Poiché, non dimentichiamolo, per discernere concretamente ciò che è bene da ciò che è male non è sufficiente – anche se necessaria – la conoscenza della legge morale universale, ma è necessaria anche una sorta di “connaturalità” fra la persona umana e il vero bene (cf., ad esempio, San Tommaso, Summa theologiae

La connaturalità fra la persona umana e il vero bene, come citato da San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, può essere vista come una chiave importante per comprendere l’origine e la natura della speranza.

La visione di San Tommaso sottolinea che la conoscenza della legge morale universale, sebbene necessaria, non è da sola sufficiente per discernere ciò che è bene da ciò che è male.

La connaturalità, quindi, rappresenta un legame più profondo e intrinseco tra la persona e il vero bene.

Da questa connaturalità può derivare la speranza. Quando la persona si sintonizza in modo profondo e armonico con il vero bene, sorge naturalmente un desiderio di perseguire quel bene.

La speranza emerge come una risposta a questo desiderio, un’affidabilità nel fatto che il bene può essere raggiunto e che il cammino intrapreso porterà a risultati positivi.

La connaturalità implica una sorta di sintonia interna con ciò che è autenticamente buono e significativo.

In questo contesto, la speranza diventa una forza motivante che spinge la persona a intraprendere azioni positive e a credere che, nonostante le sfide e le difficoltà, il bene può essere realizzato.

Inoltre, la connaturalità con il vero bene può anche fornire una fondazione stabile per la speranza durante i periodi di incertezza o di sconforto.

La consapevolezza di essere in armonia con il vero bene può alimentare la speranza, fornendo una base solida su cui costruire fiducia nel futuro.

Quindi, dalla prospettiva di San Tommaso, la speranza può derivare da questa connaturalità con il vero bene, poiché è intrinsecamente collegata al desiderio di perseguire ciò che è autenticamente buono e significativo per la persona umana.

La speranza diventa così un riflesso di questa connaturalità e un motore che guida l’individuo verso la realizzazione del vero bene nella propria vita.

Rosapia Farese

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