Il 26 e il 27 febbraio, rispettivamente su “Il Sole 24 Ore” e su “Il Foglio”, Natalino Irti e Giuliano Ferrara si sono occupati dell’economista Wilhelm Röpke e della sua nozione di “terza via”; Röpke è stato uno dei padri dell’economia sociale di mercato. I suddetti articoli hanno preso spunto da una delle sue opere più importanti: La crisi sociale del nostro tempo (1942), la cui nuova edizione ho avuto l’onore di curare per i tipi di Rubbettino (2020). Entrambi gli articoli hanno avuto una certa risonanza, anche polemica, per il fatto che sia Irti sia Ferrara stabiliscono un legame tra la suddetta economia sociale di mercato e la tradizione del liberalsocialismo. Nel dibattito è entrato anche Mario Ricciardi, direttore della rivista “il Mulino”, il quale nell’ultimo numero (n. 6/2020) ha ospitato un articolo scritto da Enzo Di Nuoscio e dal sottoscritto, nel quale abbiamo prospettato questo possibile incontro, insieme alla tradizione del popolarismo sturziano: “La democrazia italiana e la terza via dell’umanesimo economico”.

Il tema della “terza via” è fondamentale in tutta l’opera di Röpke ed assume un carattere centrale nel volume del 1942. Si tratta di un’espressione che nel tempo ha assunto significati non sempre conformi alle intenzioni dello stesso Röpke. Per scongiurare fraintendimenti, presenti anche nella discussione che ha seguito gli articoli di Irti e di Ferrara, Röpke propone di accantonare il termine vago e spesso indefinibile di capitalismo e di assumere i due principi ordinatori del regime economico: “economia di mercato” o di “concorrenza” ed “economia controllata”.

La “terza via” di Röpke non è una linea mediana, bensì segna la linea di demarcazione tra “politica economica conformista e non conformista”. Per “conformiste”, Röpke intende quelle misure di politica economica che presentino la “qualità” di essere “conformi al mercato” e che, per quanto indesiderabili, sono pur sempre legittime, a differenza degli “interventi non conformi” che, distruggendo la meccanica dei prezzi, priverebbero gli operatori economici dei dati necessari per poter agire in maniera ragionevole, aprendo la strada al collettivismo. La “terza via” di Röpke è la risultante di una considerazione in merito al valore qualitativo dell’intervento pubblico – conforme alla logica plurarchica del mercato – e alla considerazione circa la natura monistica del totalitarismo.

Röpke distingue tra interventi statali “conformi” all’ordine di mercato e interventi statali “non conformi” ad esso: il ristabilimento dell’equilibrio esterno, mediante svalutazione, dal momento che consiste in una misura di grande importanza, andrebbe presa solo in casi di “estrema necessità”, ma poiché non metterebbe “fuori gioco la meccanica dei prezzi”, andrebbe giudicata conforme, “per inquietante e dannoso che esso sia”. Di contro, non sarebbe conforme al mercato il “controllo nel campo delle divise”, dal momento che impedirebbe al mercato di ritrovare il suo equilibro in maniera automatica mediante le leve della domanda e dell’offerta e costringerebbe lo Stato a raggiungere il “pareggio della bilancia dei pagamenti”, ricorrendo a provvedimenti d’autorità.

Dunque, ecco che Röpke sostiene l’esistenza di almeno tre possibilità: il “laizzez-faire” e l’interventismo statale “non conforme” che conducono a soluzioni monopolistiche, pubbliche o private che siano, accomunate da un’idea estrattiva piuttosto che inclusiva del processo economico e politico, e l’economia di mercato o di concorrenza che prevede la presenza di “interventi conformi” al principio di concorrenza: la cosiddetta economia sociale di mercato.

Nel già menzionato articolo scritto con l’amico Di Nuoscio, abbiamo sostenuto una tesi abbastanza simile a quella avanzata da Irti e da Ferrara. Siamo convinti che il recupero delle idee dell’economia sociale di mercato rappresenti oggi una straordinaria risorsa per la cultura politica e soprattutto per la democrazia del nostro Paese. Se guardiamo senza pregiudizi a questa proposta di “umanesimo economico”, che mette al centro dell’organizzazione economica e dell’intervento politico la persona umana, con l’obiettivo di garantire attraverso il mercato “un punto di partenza a tutti gli uomini perché possano sviluppare le loro attitudini” (L. Einaudi), non è difficile rendersi conto di come questa tradizione rappresenti un interessante terreno di convergenza con altre due culture politiche minoritarie in Italia: il liberalsocialismo e il popolarismo di Sturzo. Queste idee offrono dunque la grande occasione storica di superare nel nostro Paese antiche divisioni tra liberali e socialisti, tra laici e cattolici, tra liberisti e statalisti, e per difendere dalle nuove minacce il bene pubblico più prezioso che abbiamo: la società aperta.

Flavio Felice

Pubblicato su Il Sole 24 Ore