L’abito fa il monaco. Tutto chiaro? O ci vuole dell’altro? Forse perfino Trump è in gara di capirlo? E i pacifisti-ultras di casa nostra? E le varie famiglie di neo-putiniani? E quelli che hanno rimproverato al popolo ucraino di non essersi arreso senza combattere perché, in definitiva, se l’era cercata e Putin aveva mille ragioni a volersi proteggere dall’Occidente e dalla Nato? Del resto, non è forse la vita il valore più alto per cui va difesa e protetta in ogni caso, comunque, ad ogni costo, a dispetto di ogni altra considerazione?

Il popolo ucraino ci ha dimostrato che non è così: il valore più alto non è la vita, ma la libertà, la dignità, l’autenticità, la consapevolezza di sé che ognuno singolarmente e collettivamente ogni popolo, custodisce nel proprio cuore.

Comunque finisca questa storia, deve essere chiaro che noi dobbiamo, al popolo di Kiev, una enorme gratitudine.
Ci ha risvegliato dal sonno della ragione in cui un’Europa trasognata si stava adagiando. Ci ha ricordato – nel clima morale del nostro tempo, è sicuramente retorico, quasi blasfemo dirlo e forse, almeno per molti, perfino risibile – una verità che abbiamo, purtroppo, scordato: le vere ragioni per cui vale la pena vivere sono le stesse per cui vale la pena morire. I cristiani dovrebbero saperlo bene: basta che scorrano il martirologio della propria fede. E di tante fedi altrui.

E’ il criterio con cui hanno messo in gioco, per sé e per gli altri, la loro vita coloro che hanno combattuto una lotta di resistenza e di liberazione contro l’oppressore. Come i “Ribelli per Amore” del Beato Teresio Olivetti, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Dunque – rivolgendosi alla comunità, ammesso che ancora sia tale, dei paesi liberi e democratici, a cominciare dall’Europa – ci chiede Xi Jinping: volete la pace o volete la guerra? C’è, in questa domanda una studiata ambivalenza ed una doppia insidia. Pechino e Mosca – lo dimostrano tuttora – hanno bisogno della guerra. Per prevenire, controllare, estromettere ed espungere dai loro paesi ogni possibile aspirazione a quella libertà – vale, in modo particolare per la Cina – che contraddirebbe le stessi basi di quel processo di sviluppo, di cui la legge ferrea di un potere autocratico non è un qualunque accidente, bensì uno dei sostanziali fondamenti, una condizione necessaria, “sine qua non”. E i cinesi sanno che qui si nasconde il tarlo che, prima o poi, potrebbe corrodere un sistema che vanta la sua forza anche per distogliere lo sguardo dai suoi punti deboli.

Dobbiamo evitare di cadere, come vorrebbero Putin ed il leader cinese, nella trappola di questa contrapposizione, funzionale solo al loro disegno. In particolare l’Europa deve porsi come guida morale, civile e finanche politica – se mai vi riuscisse – di un mondo multipolare che non si lascia rattrappire nell’orizzonte di un Occidente assediato, ma si apre anche ad Est e sfida le autocrazie non sul piano dello scontro armato , bensì sul piano dei valori che presiedono ad una comune convivenza che sia davvero pacifica. Del resto, vediamo di non prendere lucciole per lanterne.

Xi Jinping – quasi fosse una “divinità pagana” in grado di dispensare, a suo piacimento, la pace o la guerra, la vita o la morte – non offre la pace, ma, al contrario, minaccia la guerra a chi non volesse recarsi a Pechino, assorto nel bacio alla pantofola del Celeste Imperatore.

Domenico Galbiati

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