La chiave di lettura più appropriata del nostro Manifesto e dello stesso Documento politico-programmatico di INSIEME è rappresentato dal concetto di “trasformazione”.

Stefano Zamagni ne ha parlato fin dall’incontro che tenemmo il 3 luglio 2019, presso l’Istituto Sturzo, sostenendo come le categorie interpretative del classico e tradizionale “riformismo” si rivelino ormai superate ed insufficienti per governare – o almeno provarci – i processi secondo cui evolve una società via via sempre più stretta e costretta dalla reciproca dipendenza e dal condizionamento incrociato della pluralità di fenomeni – taluni del tutto inediti – che la attraversano.

Allora questa idea di trasformazione poteva sembrare un’aspirazione astratta o tutt’al più un concetto da esercitazione accademica, piuttosto che l’incipit di un possibile progetto di concreta azione politica. La pandemia si è incaricata di collocarlo nella sua giusta dimensione, conferendogli, quasi, un significato profetico. Infatti, i segnali di una crisi incipiente erano già evidenti su più fronti, eppure convivevano con una robusta fiducia nelle nuove e crescenti potenzialità che progressivamente scienza e tecnica ci vanno offrendo.

0ra, come Papa Benedetto dice di sé stesso, anche noi non apparteniamo più “al vecchio mondo, ma quello nuovo in realtà non è ancora incominciato”. Un pò come se, in precario equilibrio sulla cresta di un’ onda imponente che ci strappato dal porto sicuro delle nostre inveterate abitudini e ci sospinge ineluttabilmente verso un approdo che non conosciamo, vedessimo, quasi in un sol colpo d’occhio, il tempo da cui veniamo ed insieme uno spazio ancora brumoso che si stende davanti a noi.

Quale sentimento facciamo prevalere? Il timore di un luogo sterminato ed indecifrabile da esplorare a tentoni? Oppure avvertiamo il fascino di una novità che irrompe nelle nostre vite personali e collettive?

Basta sfoggiare l’intero armamentario della nostra razionalità per cercare di padroneggiare la situazione o non abbiamo bisogno piuttosto che la ragione stessa sia sorretta da una fede, sia pure laica per chi non crede, cioè da una libera adesione originaria ad un valore che dia un orizzonte ed un senso compiuto a questo nuovo cammino?

In ogni caso, questa invocata “trasformazione” come avviene? La concepiamo come un processo evolutivo, lento e progressivo oppure ha bisogno di un deciso colpo di barra che cambi l’orientamento di fondo, la “cifra” che sovrintende alla nostra convivenza civile? La politica che ha a che vedere con questo processo?

Lo può solo accostare, accompagnandone il movimento così come si sviluppa nel contesto socio-culturale quasi di per sé, sollecitato dalle istanze del momento oppure le tocca un ruolo “proattivo”, le spetta il compito, quasi dovesse entrare a gamba tesa nel corso degli eventi, di anticiparne le mosse?

Nel nostro caso, abbiamo accumulato, ormai da decenni a questa parte, tali e tante suggestioni ispirate ai cosiddetti “diritti civili”, espressi secondo una cultura rigorosamente individualista, tanto da travisare sostanzialmente, lo stesso concetto di libertà, che, non a caso, oggi viene, per lo più, declinata in termini di “autodeterminazione”, che, a ben vedere, nella misura in cui la intristisce in una postura autoreferenziale, ne rappresenta nulla più che un surrogato.

Non ne abbiamo abbastanza e non è forse il momento di imprimere davvero un colpo di barra alla politica ed alla stessa cultura civile del Paese, inaugurando una nuova stagione, finalmente ispirata ai “diritti sociali”? Non è il forse il momento di voltare pagina ed andare oltre il tempo esausto e stantio dei diritti civili? Lavoro, casa, scuola ed educazione, salute, servizi sociali, cultura, vivibilità della città e dell’ambiente: non sono queste le preoccupazioni e le attese che quotidianamente attraversano ed alimentano la vita delle famiglie?

Non dobbiamo ripartire, appunto, dalla famiglia, dalla cellula elementare della società, se vogliamo ricostruire un contesto civile libero e solidale, non rattrappito nella gelosa, impermeabile singolarità di ognuno, bensì aperta alle relazioni che, nelle loro mille articolate forme, altro non sono che la palestra in cui le “persone” crescono e si affermano come tali?

In sostanza, non ne va solo del nostro benessere o di un equilibrato, sereno modo di vivere, ma , ben di più, della nostra stessa libertà. Non spetta, dunque, alla politica riguadagnare la consapevolezza della propria dignità, il valore della propria insopprimibile funzione e guidare questa “trasformazione”, che la stessa condizione di emergenza in cui siamo gettati pretende da noi?

C’è un certo mondo di una politica che si rassegna o addirittura, opportunisticamente, si compiace di una comoda ed imbelle posizione parassitaria nei confronti dei cosiddetti “poteri forti” e dei loro automatismi, siano di ordine economico-finanziario o piuttosto tecnico-scientifico o altrimenti legati alla tendenze ideologiche prevalenti.

Al contrario, è attorno a questa traccia rappresentata dai diritti sociali che si dovrebbero disporre le azioni e gli investimenti da intraprendere per rilanciare un Paese stremato.

Tocca ad una politica effettivamente nuova assumere questo compito di sviluppo ed, anzitutto, di sostanziale libertà.

Domenico Galbiati