Mancinità è un termine di recentissimo conio riferito, non all’uso primario degli arti sinistri, ma al nome dell’allenatore della nazionale di calcio, Roberto Mancini. Perché allora ricorrere addirittura a un neologismo per celebrare un successo sì prestigioso e straordinario, considerato che il precedente risale a più di mezzo secolo addietro, ma pur sempre una performance sportiva.

In effetti la partecipazione festosa a un successo tanto a lungo atteso, per l’adesione e il trasporto di una tifoseria ampiamente rappresentata a livello mondiale fa pensare. La squadra, questa squadra ha saputo catalizzare simpatie e consenso come mai prima. Pur con i naturali distinguo, ogni giocatore ha fatto la sua parte e questo atteggiamento è stato determinante per il successo del gruppo.

Qualche fine analista di calcio saprà spiegare dettagliatamente in cosa consiste la mancinità ma per il momento limitiamoci a rilevare che una squadra fatta di onesti e generosi giocatori, ma inizialmente poco accreditata per la vittoria finale, ha primeggiato tra le tante che sfoggiavano talenti, o presunti tali.

Autorevoli rappresentanti delle istituzioni, da Mattarella a Draghi hanno sottolineato come la forza del gruppo, la sua armonia e l’intesa dei giocatori in campo, siano stati fondamentali per il successo. Il campione singolo, il leader non basta ad assicurare il risultato: per vincere serve una squadra affiatata in cui ogni giocatore svolge diligentemente il proprio ruolo ma non si risparmia, ricoprendo, se necessario, anche quello del compagno.

Se in molti hanno manifestato affetto e simpatico sostegno a questa Nazionale, credo sia almeno in parte, perché tutti sono stati protagonisti, pur nel rispetto dei ruoli, senza distinzioni reali o presunte. E’ stato un successo di gruppo, come tutti riconoscono e di questo va dato merito al lavoro dell’allenatore e del suo staff.

La collegialità ha fatto premio sul leaderismo. Può essere questo l’inizio di un cambiamento o di un’inversione di tendenza anche a livello politico-sociale. Oltreoceano di Trump c’è ormai scarsa memoria e in Europa la solidità politica di alcuni leader comincia a dare segni di cedimento. Nel resto del mondo le cose non vanno meglio.

In Italia, le assai troppo durature contingenze sfavorevoli, sotto l’aspetto politico-economico, hanno necessitato la chiamata di personaggi di levatura internazionale come Draghi, autentico leader naturale, su cui sono riposte le nostre ultime speranze di ripresa. In lui ovviamente confidiamo sperando che, superate le difficoltà, non ci si debba più trovare in condizioni simili.

Ecco perché, non volendo da ragione a Brecht, nel sostenere che sfortunata è la terra che ha bisogno di eroi, riteniamo che la politica non sia questione da affidare a leader ma da vivere e gestire in modo collegiale e, come piace a noi pensare: INSIEME.

Adalberto Notarpietro