Le cosiddette “questioni eticamente sensibili” sono di fondamentale rilievo, non solo sul piano dei comportamenti e dei costumi di vita individuali, bensì, ovviamente, anche su quello politico e sociale, perché determinano un forte “impatto” antropologico. Incidono sull’ “autocomprensione” sulla concezione di sé e della vita che l’uomo va rielaborando, sia nella coscienza singolare di ognuno che nel collettivo dell’umanità come tale, in modo particolare a fronte delle manipolazioni che oggi la tecnica rende possibili, perfino a livello della sua più intima struttura biologica, così come per quanto concerne il nascere ed il morire.

Esperienze fondamentali nella vita di ogni persona che, da sempre, si sviluppano uniformemente dentro l’ alveo rigoroso dell’ ordine naturale delle cose, vengono trasferite su un piano, a suo modo, artificiale, in un connubio inedito tra natura e cultura, ancora difficile da comprendere e comporre in una misura equilibrata. Succede che la tecnica – nel caso specifico “biotecnologie”, sempre più pervasive – irrompa nell’ ordito della nostra comune struttura umana con uno scarto ed una impellenza, dettata dallo sviluppo della conoscenza scientifica, tale per cui la riflessione etica che dovrebbe accompagnarne il passo, non ne regge il ritmo incalzante. Si crea uno iato difficile da colmare, un limbo, una sorta di terra di nessuno in cui crescono, in modo contraddittorio, eppure, in un certo senso, anche congruente l’uno con l’altro, per un verso il timore di andare, sia pure inavvertitamente, oltre “colonne d‘Ercole” che andrebbero invece rispettate, per altro verso un sentimento di onnipotenza, che talvolta tracima nelle forme, a tratti deliranti, del cosiddetto post o trans-umano.

Nei confronti della scienza – e ne abbiamo avuto prove inappellabili e lampanti nel corso della pandemia – nascono sospetti, diffidenze, timori e perfino ripulse, come se la sua potenza letteralmente ci invadesse e ci minacciasse. Per altro verso, si osserva, invece, un affidamento ingenuo ed acritico, di fatto enfatizzando, oltre la misura della sua competenza, il ruolo della scienza, attribuendole erroneamente la facoltà di rispondere alle vere, esistenziali domande di senso della vita. L’ uomo diviene, ad un tempo, soggetto ed oggetto della sua stessa azione, cosicché  un circuito inedito, che riverbera su di sé, e lo getta in una condizione inesplorata, come se, quasi espulso dall’ ordine e dall’equilibrio garantito dagli argini della natura, fosse radicalmente consegnato a sé stesso e messo alla prova del limite e della misura che, a questo punto, gli compete stabilire in prima persona.
In un tale contesto succede che i desideri vestano l’abito del diritto e, quindi, esigano di essere soddisfatti in un’ottica francamente individualista, la quale, nella misura in cui smarrisce il senso del limite, compromette di fatto la libertà del soggetto, nell’atto stesso con cui presume di rivendicarla.

Soprattutto, c’è il rischio che progressivamente si diffonda la convinzione che l’uomo sia, in definitiva, un prodotto di sé stesso. E questo lo consegnerebbe ad una solitudine che comprometterebbe gravemente il suo modo di rapportarsi alla realtà. Siamo, insomma, di fronte a tematiche destinate a rappresentare un momento rilevante del confronto politico anche nei prossimi anni, al di là, del resto, dello stesso quinquennio – ammesso finisca per essere tale – della prossima legislatura.

Anche se difficilmente vengono o verranno riconosciute come tali dal sistema politico e mediatico. Del resto, negli “atelier” della politologia più elegante e sofisticata sono vissute addirittura con un certo fastidio, un inciampo difficilmente addomesticabile, cioè un ambito di argomenti, che, per la loro particolare natura, forzano le categorie interpretative di uso comune della politica. E ne richiedono altre che, anzitutto, contemplino il pieno e legittimo riconoscimento della “libertà di coscienza” del parlamentare; ammettano come non siano assoggettabili ad accordi finalizzati a comporre alleanze tra partiti o maggioranze di governo, ma debbano essere espressamente riservati alla esclusiva competenza del Parlamento, ove ciascuna forza politica è autorizzata ed, anzi, tenuta ad attestare con franchezza, qualunque essa sia, la propria singolare posizione; esigono che la stessa funzione di rappresentanza del Parlamento venga esercitata, in questo caso, con un’attenzione, del tutto particolare, rivolta ad ascoltare, anzi dar loro la parola – promuovendone un pronunciamento – a quegli ambienti qualificati della società civile che possono concorrere ad arricchire il discorso pubblico su un versante talmente delicato.

Domenico Galbiati