Bisogna fare in fretta, non c’è tempo. È il leit-motiv della fase politica odierna, comprensibile invocazione data la grave crisi economica che colpisce il paese. È così tutto diviene urgente, alle necessità del momento si aggiungono questioni irrisolte che acuiscono lo stress tra le aorte e le intenzioni.
Occorrono sussidi immediati a lavoratori e imprese di tutti i settori. E al contempo urge: semplificare e sburocratizzare per riaprire i tanti cantieri, combattere la corruzione e l’evasione fiscale, ridurre le tasse ad aziende e lavoratori, salvaguardare occupazione,  investire in sanità e servizi alle persone, sostenere le famiglie per rilanciare la natalità, salvare le aziende in gravi crisi quali Alitalia, Ilva e altre ancora, investire nelle scuole, sostenere l’agricoltura e i nostri beni culturali e territoriali ovviamente sostenendo la filiera del turismo.
Ottenuto il Recovery Fund senza troppi vincoli e condizioni, dovremo ora celermente predisporre esaustivi piani di investimenti e spese onde aver le disponibilità dei fondi il prima possibile. E  tanto altro ancora, certamente senza esagerare nell’aumentare il debito pubblico e nei limiti della liquidità disponibile per le casse dello Stato. Bisogna fare in fretta, decidere però senza eccedere per non rischiare l’accusa di eccessi di potere, dei rischi di “democratura”, perché si sa che non decidere è grave, ma decidere troppo in Italia è anche peggio. Tanti controsensi che limitano la credibilità del nostro paese e l’efficacia di qualsiasi governo.
Pur quando ci si è posti la questione di avere governi decidenti ed efficaci abbiamo visto naufragare nelle polemiche qualsiasi tentativo di riforme atte ad assicurare stabilità politica e velocità decisionali. E allora qual è il tempo giusto per una azione di governo capace di produrre reali e duraturi cambiamenti strutturali ? Per l’opinione pubblica, aizzata tramite social e dai quotidiani commentatori politici, il tempo sarebbe quello della bacchetta magica del mago di turno, possibilmente per ieri. Ma la realtà non è così.
Sappiamo che le questioni complesse, se comunque affidate a persone qualificate ( e questo è un altro risvolto del problema), non si risolvono in pochi mesi, ma le decisioni per produrre effetti strutturali e non tampone, urgono di -anni-. D’altronde sappiamo che per ristrutturare qualsiasi azienda di  media dimensione occorrono almeno tre anni, figuriamoci per riformare uno Stato come il nostro che ha una lunga lista di riforme arretrate.
La stabilità politica della Germania è utile paragone per comprendere come l’efficacia di un governo abbia bisogno di tempi misurabili in anni. Ma nel nostro paese la polemica politica con il toto governo e il toto calcio sono il chiacchiericcio quotidiano che alimenta l’insofferenza e l’azzardo a dare consenso ai pifferai. E così non è difficile comprendere le malevoli diffidenze da parte di tanti paesi europei. Se non crediamo noi nelle nostre capacita, qualità e virtù, perché dovrebbero crederci loro e darci credito? Occorre quindi che il sistema politico dica la verità sui tempi necessari per rispondere efficacemente alle urgenze. Per essere realisticamente onesti e non effimeri menzogneri verso il popolo a cui rivolgersi con rispetto e responsabilità.
Alberto Mattioli
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