Il destino dell’Unione europea e il ruolo che le istituzioni del nostro continente saranno in grado di giocare nel riassetto dello scacchiere economico e politico internazionale dipenderanno in buona parte dalle scelte che saranno adottate dalla Germania nell’immediato futuro.

La recessione dell’economia tedesca coincide con l’indebolimento dei fattori che hanno consentito a questa nazione di acquisire un ruolo centrale negli anni 2000 nelle relazioni economiche internazionali e sulle scelte operate dalle Istituzioni europee.

Il sistema produttivo, caratterizzato da un solido tessuto di grandi imprese manifatturiere e da un sistema finanziario disponibile a sostenere la loro espansione, ha fornito buona parte dell’hardware degli investimenti dei Paesi in via di sviluppo nel corso della globalizzazione delle relazioni economiche. Il passaggio dal marco all’euro ha generato vantaggi per la competitività delle imprese tedesche e favorito l’affermazione del modello della crescita sostenuta dalle esportazioni con il concorso della stabilità finanziaria assicurata dal Patto di stabilità sottoscritto dai paesi dell’Eurozona. L’ombrello della Nato ha consentito di utilizzare le risorse per rendere sostenibile l’adesione all’Ue dei Paesi dell’Est Europa e di costruire le infrastrutture per importare l’energia a basso costo, in particolare gas della Russia. Un complesso di interventi corroborati dal rafforzamento delle relazioni commerciali con la Cina e che hanno favorito il riposizionamento delle filiere produttive nel territorio tedesco nei segmenti ad alta produttività e redditività.

La crescita del tasso di occupazione e dei redditi da lavoro è stata imponente, aiutata dalle riforme del mercato del lavoro e del welfare adottate nella primi anni 2000 che hanno potenziato la qualità del sistema di formazione tecnico-professionale e l’integrazione tra i percorsi scolastici e quelli lavorativi. Il sistema di cogestione delle imprese con le rappresentanze dei lavoratori ha retto le sfide dell’integrazione della Germania dell’Est e della globalizzazione dell’economia. Il modello tedesco ha rappresentato da vent’anni a questa parte l’esempio virtuoso di una crescita dell’economia che mantiene in ordine i conti pubblici.

Allo stato attuale, buona parte dei fattori che hanno consentito questi risultati è stata vanificata dalla crisi delle relazioni geopolitiche con la Cina e la Russia, o ridimensionati dal ruolo di guida assunto dai grandi playmaker dell’economia digitale. L’intero impianto delle scelte operate per orientare i i tempi e le modalità della transizione ambientale e digitale, ampiamente condizionato dagli orientamenti assunti dall’industria tedesca, deve essere rivisto per evitare un eccesso di dipendenza dalla Cina e per ridurre l’impatto dei costi economici e sociali che ne derivano. Il cambio di passo sta incrinando anche la tradizionale coesione tra le élite politiche e il management industriale e finanziario che ha svolto un ruolo fondamentale per l’affermazione del modello europeo a trazione tedesca.

Le risposte devono essere inevitabilmente trovate nel rafforzamento del ruolo delle istituzioni europee, della loro capacità di assumere decisioni e di mobilitare una massa critica di risorse finanziarie adeguata per perseguire gli obiettivi. Un’esigenza riaffermata in più occasioni nei recenti interventi pubblici dell’ex Presidente della Bce Mario Draghi. Le elezioni del nuovo Parlamento europeo, e le alleanze per la designazione del Presidente della Commissione europea e delle altre cariche dell’Unione sono destinate a diventare uno spartiacque per l’evoluzione delle Istituzioni dell’Ue.

Questa evoluzione comporta anche l’esigenza di focalizzare le implicazioni che ne derivano per l’Italia.

La parte migliore del nostro sistema produttivo, l’industria manifatturiera e le aziende che esportano, sviluppa un forte interscambio di prodotti e componenti con quella tedesca. Il calo della produzione industriale nella seconda parte del 2023 riflette la recessione economica della Germania. L’impatto negativo può essere assorbito dalla dimostrata capacità del nostro apparato produttivo di diversificare i prodotti e le vendite verso nuovi mercati. Allo stato attuale l’anello debole è rappresentato dalla scarsa capacità di attrarre nuovi investimenti e di partecipare alle alleanze che si stanno formando per riportare nel continente europeo una quota delle produzioni strategiche.

Le soluzioni da costruire per i conflitti nel Medio Oriente e le scelte delle nazioni del continente africano avranno un peso decisivo nella ricostruzione dei nuovi equilibri internazionali. È del tutto ragionevole ritenere che la decisione di mobilitare un’operazione militare congiunta europea nel Mar Rosso non rimanga isolata e che il tema della cooperazione con i Paesi africani assuma la centralità rivendicata da molto tempo da parte dell’Italia.

Il nostro Paese può svolgere un ruolo importante nelle politiche europee a condizione di diventare attrattivo per gli investimenti e per le risorse umane. Allo stato attuale, la felice intuizione del piano Mattei trova un supporto credibile nel ruolo assunto dall’Eni nell’estrazione e nella distribuzione delle risorse energetiche. Ma per il resto delle politiche economiche e del mercato del lavoro i numeri descrivono le caratteristiche di un Paese in declino, incapace di utilizzare al meglio le risorse disponibili e scarsamente coeso al proprio interno. In tal senso giova ricordare che il ruolo di guida della Germania nell’Unione europea nel corso degli anni 2000 è stato assicurato dai governi sostenuti dalle principali forze politiche e dalla condivisione dell’interesse nazionale. Nonostante le attuali difficoltà economiche, questa caratteristica continuerà a fornire un prezioso contributo per riposizionare il ruolo della Germania nelle relazioni europee e internazionali. Da questo punto di vista abbiamo ancora molto da apprendere dalle lezioni tedesche.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

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