La formula di governo scelta dal cancelliere Scholz, di un’alleanza abbastanza innaturale tra social democratici e verdi, ha subito nel giro di un solo mese, ben due severe sconfitte. La più grave nel Nord Reno Vestfalia – il land più popoloso della Germania, ed un tempo salda roccaforte socialdemocratica – dove, pochi giorni fa, il 15 Maggio, il suo partito, con poco più del 27% del voto, ha perso ben quattro punti percentuali rispetto alle elezioni del 2017. Mentre la democrazia cristiana guadagnava due punti e mezzo arrivando al 36%, e i verdi triplicavano la loro quota, raggiungendo il 18%. E ciò nel quadro di un declino dei due partiti di destra, che arretravano entrambi: i liberali in maniera drammatica (dal 12,6 al 5,9%) e Allianz fur Deutschland dal 7,4 al 5,4%.

Per di più questo successo è venuto dopo soltanto una settimana di un’altra importante vittoria ottenuta dai democristiani, nel land dello Schleswig-Holstein, al confine con il mondo scandinavo, e che anzi faceva parte della Danimarca ancora a metà dell’ottocento. Uno tsunami, che ha visto la CDU passare dal 32 al 43,4 %, mentre i social democratici perdevano oltre dieci punti (dal 27,3 al 16%), ed ancora una volta I verdi segnavano un successo significativo, passando dal 12.9 al 18,3%. Ed entrambe le destre conoscevano una flessione: dall’11,6 al 6,4 i liberali e dal 5,9 al 4,4 gli estremisti di AfD.

Si tratta di spostamenti politici di cui si sono volute dare interpretazioni di grande momento.  In primo luogo la stampa anglosassone – ai cui occhi la guerra alla Russia rimane una priorità immutata sin dal 1917 – vede queste sconfitte soprattutto come il risvolto elettorale della fase di ardente bellicismo che attraversa tutta una parte d’Europa, in particolare i paesi del Nord e dell’Est.  Il cancelliere – secondo l’interpretazione che ne da il Financial Times, e che discende da una certa idea della Germania – verrebbe punito dai Tedeschi per la sua esitazione ad inviare armamenti pesanti all’Ucraina, cioè per non essere abbastanza militarista. E ciò nonostante che Scholz abbia appena colto l’occasione della sciagurata avventura di Putin in Ucraina per rimilitarizzare la Germania e farne, in una prospettiva piuttosto imminente, la terza potenza al mondo per spesa nel campo della difesa.

Si tratta probabilmente di una interpretazione fondata, ma che va vista in un quadro dinamico. Effettivamente all’inizio di Aprile, il 55% degli intervistati era favorevole alla fornitura di armi pesanti e d’attacco all’Ucraina. Ma da un sondaggio condotto, dall’Agenzia Forsa un mese dopo, dal 29 aprile al 2 maggio su richiesta delle emittenti televisive RTL e N-TV, e per il quale è stato interrogato un campione di 1.004 persone, sembra infatti risultare un quadro un po’ diverso, con il sostegno dalla Germania all’Ucraina che gode del 46% dei consensi, mentre la percentuale di coloro che si oppongono alla fornitura di armi a Kiev è salita dal 33% al 44%. Analogamente, la maggior parte dei tedeschi intervistati ritiene che la situazione in Ucraina possa essere risolta solo attraverso colloqui e diplomazia, mentre il 24% vede solo una soluzione militare.

Resta il fatto che la CDU, ha massicciamente profittato dello scarso carisma del cancelliere – chiamato per la verità ad una prova impari, dopo 16 anni di cancellierato di Angela Merkel – è un partito che gravita naturalmente al centro dello schieramento politico, non foss’altro che per il carattere moderato e socialmente composito del proprio elettorato. In questa complessa e delicatissima fase di transizione che investe molto più che la Germania. e l’Europa, il partito cristiano costituisce insomma una garanzia.  Il che getta una luce rassicurante sul ruolo di Berlino nei futuri equilibri anche militari nel nuovo mondo che ci aspetta all’indomani degli attuali venti di guerra.

Tre forze politiche nel bipolarismo

In quella parte dell’Europa sita ad Ovest del Reno, la radicale differenza di cultura politica e di sistema istituzionale non basta a celare un analogo fenomeno di spostamento dell’opinione pubblica verso il centro. Un fenomeno che si è visto bene al primo turno delle elezioni presidenziali, che il successivo 24 Aprile hanno poi  portato alla rielezione di Macron.

Nel primo round elettorale, quello del 10 Aprile, quando si poteva scegliere tra più candidati e le preferenze politiche degli elettori erano meno deformate dalla camicia di forza nel sistema elettorale a due turni, i votanti si sono infatti divisi sostanzialmente in quattro parti di consistenza più o meno eguale. In primo luogo, quella formata dagli astensionisti, costituita da circa 12 milioni di cittadini che si erano regolarmente iscritti nelle liste elettorali, ed avevano quindi diritto al voto, ma che hanno rifiutato di esercitarlo in una situazione in cui l’alternativa effettivamente possibile era solo tra la France d’en haut (la destra dell’establishment burocratico-bancario) e la France d’en bas (la destra populista formata dagli strati meno abbienti, e che più risentono della concorrenza degli immigrati).

Tra chi è invece andato a votare, si sono poi spontaneamente creati tre blocchi, ciascuno dei quali ha raccolto più di 11 milioni di voti. In primo luogo quello di chi ha votato Macron per paura di Marine Le Pen e del “fascismo” di cui suo padre era considerato un esponente, e che la figlia non è mai riuscito a scrollarsi di dosso. Poi, il blocco di chi ha votato Le Pen per escludere Macron e in odio alla “France eternelle” da lui rappresentata. Ed infine, vera novità, un terzo gruppo, d’ispirazione socialista, che per poco non ha superato la le Pen, il che l’avrebbe esclusa dal ballottaggio.

Al ballottaggio, come sempre, gli elettori si sono così dedicati all’esclusione del candidato considerato peggiore anziché alla scelta del candidato migliore, come sarebbe forse accaduto se Mélenchon fosse arrivato al secondo turno. E i voti progressisti si sono quindi concentrati sul candidato che aveva in definitiva offerto, ed ha mantenuto, la posizione più centrista e più ragionevole, specie sulla questione della guerra in atto, e sulla ricerca di una soluzione negoziale. E che in ciò è stato favorito dal fatto che la Francia non aveva, e non ha, spazi da recuperare in campo militare, ed in campo di status internazionale, comparabili a quelli con i quali la Germania doveva, fino a ieri, fare i conti, anche se più o meno silenziosamente.

Sia prima che dopo le elezioni, la preoccupazione predominante di Macron e dei responsabili politici, come di tutti i potenti media francesi, e di una parte significativa dell’opinione pubblica, era, e rimane, quella di fare in modo che la Francia “conti di più” nel mondo contemporaneo, o almeno abbia un ruolo più visibile a livello diplomatico internazionale. E che, nella presente congiuntura politico-militare, abbia – anche, e soprattutto, mantenendo un rapporto almeno telefonico con Putin – un ruolo autonomo, non schiacciato su quello degli Stati Uniti.

Questa linea centrista, la nuova linea che Macron sembra aver adottato, è chiaramente una conseguenza di due fattori.  In primo luogo è dovuta al buon risultato elettorale della sinistra, e – in secondo luogo – al fatto che questo risultato ha portato ad una iniziativa abbastanza insolita –  e in realtà a carattere piuttosto provocatorio e quasi di rottura istituzionale –  da parte di Mélenchon, che si è, in maniera ovviamente polemica,  candidato alla carica di Primo Ministro. Di fatto chiedendo all’elettorato di creare, in occasione delle prossime elezioni per il Parlamento francese, l’Assemblea Nazionale, una situazione che avrebbe costretto l’appena rieletto Presidente Macron, sotto la spinta popolare, a nominare un Primo Ministro politicamente collocato alla sua sinistra.  Se non – cosa ovviamente assai poco probabile – lo stesso Mélenchon.

Ed è stata una sfida politica abbastanza seria, tanto seria da spingere Macron a reagire. Con una contromossa che si è concretata nella nomina di un nuovo Primo Ministro, Elisabeth Borne, notoriamente simpatizzante del partito socialista, collaboratrice in passato di personalità del mondo socialista come Lionel Jospin e di Jack Lang, ed oggi principale esponente dell’ala sinistra della cosiddetta Macronie.

In pratica, tutto ciò ha portato ad un riaggiustamento verso il centro dell’asse del potere a Parigi, che oggi – in qualche misura – risponde meglio del risultato elettorale alla collocazione politica dell’opinione pubblica e di almeno una parte dei media.

L’Italia in contro tendenza

 In Italia, il terzo dei paesi indispensabili – e soprattutto sufficienti – perché l’Europa possa esistere ed essere politicamente significativa, questa evoluzione verso il centro è evidente soprattutto a livello dell’opinione pubblica.  I due terzi degli italiani si dichiarano infatti contrari a una politica di esportazioni di armi verso l’Ucraina, convinti come sono che  il sostegno in armi ad uno e due contendenti a cresca solo i lutti,  e al contempo perpetui e aggravi la minaccia di guerra totale,  e nucleare, che – anche se molti fanno finta di non vederlo – pesa oggi sul mondo.

Draghi ne ha dovuto tenere conto, quando si è trovato a dover presentare la posizione dell’Italia nel suo incontro con Biden.  E soprattutto nel modo in cui, dopo il suo ritorno, nei discorsi pronunciati in Parlamento ieri 19 maggio, ha presentato questo incontro al pubblico italiano. Così come ne hanno tenuto conto la demagogia di Salvini, e il tentativo di Giuseppe Conte di ridare fiato al M5S, con il dilazionare di pochi anni il massiccio sforzo che, ad imitazione della Germania, il nostro paese dovrebbe realizzare in campo militare.  E con i tentativi attualmente in atto di distinguersi dallo squillare di trombe di guerra che domina in tutti i media del nostro paese.

Anche più significativi sono a questo proposito alcuni cauti passi con cui Silvio Berlusconi sembra aver tastato il terreno di una diversa e più cauta posizione dell’Italia sulla vicenda ucraina, e sui rapporti con la Russia.  Cauti passi – si noti – che vanno in direzione opposta a quella che sembrava prevalere ancora un paio di settimane fa, quando i massicci aiuti della Nato, in armi, in intelligence, in addestramento ed in uomini, al regime ucraino hanno cominciato a  mettere su un piano di parità le forze impegnate sul teatro ucraino dalla Russia e dai suoi avversari. E che alla riunione di Remstein, hanno infatti visto almeno una ventina di paesi non facenti parte della Nato correre coraggiosamente in aiuto di quello che chiaramente sembrava il  più forte.

Ignorando, forse un po’ ingiustamente, i tentativi di Macron, Berlusconi, lunedì scorso, intervenendo ad una manifestazione di Forza Italia ha infatti non solo detto di “lasciar perdere” con il trasferimento di armi pesanti dall’Italia all’Ucraina, ma anche che “non abbiamo leader nel mondo, non abbiamo leader in Europa”. Ed ha ricordato, con tono piuttosto scandalizzato che “un leader mondiale che doveva avvicinare Putin al tavolo della mediazione gli ha dato del criminale di guerra e ha detto che doveva andare via dal governo russo”.

Si tratta ovviamente di una critica all’atteggiamento di Biden, ma di una critica che trova probabilmente consensi nello stesso establishment politico degli Stati Uniti. Gli ambienti – per intenderci – la cui capacità di vigilanza nei confronti della Presidenza si è già in passato pubblicamente manifestata con alcune audaci misure precauzionali, interne ed internazionali, istituzionali e diplomatiche, assunte al momento della tumultuosa conclusione del mandato di Trump, da parte del generale Mark Milley, Chairman of the Joint Chiefs of Staff, cioè Capo degli Stati Maggiori Riuniti. E di cui, proprio ieri, le cronache hanno riportato una importante iniziativa, una telefonata alla più alta, e anche piuttosto misteriosa, personalità militare della Federazione Russa: il generale Gerasimov.

Berlusconi, peraltro è parso anche considerare impropria l’ennesima intrusione del Segretario della Nato, in una questione politico-diplomatica probabilmente fuori dalle sue competenze, quando “ha detto che l’indipendenza della Crimea non sarebbe mai riconosciuta”. E l’ex-Presidente del Consiglio ne ha tratto, come ovvia conclusione, che “con queste premesse il signor Putin è lontano dal sedersi a un tavolo”.

Come è noto “verba volant”. Ma stavolta si è trattato di parole, che – anche se il giorno dopo Berlusconi stesso ha cercato di farle passare come “dal sen fuggite” – hanno avuto un peso, e probabilmente anche un ruolo nella elezione di un esponente molto simbolico del berlusconismo attuale alla posizione di Presidente della Commissione Esteri del Senato. Una posizione, quella, che era stata assai faticosamente resa libera dai sostenitori di un ruolo italiano nella guerra d’Ucraina, dopo settimane di polemiche e tentativi, a causa dell’atteggiamento assunto dal presidente uscente, il Senatore Petrocelli, del Movimento Cinque Stelle, radicalmente ostile al “pezzo di guerra mondiale” – per dirla con il Papa – che viene oggi combattuta in Ucraina.

Giuseppe Sacco