E’ davvero carente e fiacca la fiducia nella forza che l’ispirazione cristiana può imprimere ad una proposta politica avanzata non a circoli ristrettì, ma alla comunità complessiva del nostro Paese, se, quando questo avviene, non si sa far altro che decretare come ciò sia, per forza di cose, da ascrivere ad una pretesa integralista. Ma dove sta scritto?

Ciò significa di fatto ritenere, surrettiziamente e quasi senza volerlo confessare nemmeno a se stessi, che il rifarsi ad una visione cristiana dell’uomo, delle vita e della storia è talmente impari alla prova del confronto con il mondo complesso e travagliato in cui viviamo, da non poter fare altro che chiudersi a riccio su sé stessa, assumendo, pertanto, una postura ideologica, rigida ed ossificata, incapace di una articolazione dialettica, franca, schietta e libera con il tempo post-moderno.

Noi abbiamo davvero rispetto della Chiesa  e della sua missione universale. Sappiamo distinguere tra l’universalità della religione e la particolarità, la parzialità’ della politica. E’ per noi una lezione che viene da lontano. L’abbiamo appresa, prima che ce la volesse rammentare Melloni, da Sturzo, da De Gasperi, da Moro e, non da ultimo, da Mino Martinazzoli. Abbiamo rispetto della Chiesa. In nessun modo intendiamo farcene scudo. E meno che mai pensiamo che sia la Chiesa ad aver bisogno di noi.

Il compito di formazione delle coscienze che alla Chiesa compete riguarda ciascuno di noi perché sappiamo di averne quotidianamente bisogno ed è il viatico che ci auguriamo possa accompagnare la nostra azione, un passo dopo l’altro, senza che le nostre personali insufficienze vi frappongano ostacoli. Sicuramente, a differenza d’altri, non pecchiamo di supponenza. Non siamo tra quelli che vogliono insegnare al Pontefice il suo mestiere, nemmeno  per quanto concerne le nomine cardinalizie.

Avvertiamo fino in fondo il sentimento della nostra insufficienza a fronte di un compito che ci sembra almeno necessario evocare, perché altri uomini, credenti o meno che siano ed ispirati al “bene comune”, cioè ad una strategia tale per cui il bene di ognuno non sia mai a detrimento dell’altro, rechino il loro contributo ad una “trasformazione” di cui il Paese, a cominciare dal suo sistema politico, ha bisogno. Coltiviamo la virtù dell’umiltà. Beninteso, non nei termini di quella posa contorta e vischiosa di cui abusano, ad arte, i “baciapile”, bensì misurando, consapevolmente, l’oggettiva distanza che corre tra ciò di cui ci sentiamo capaci e la gravità del compito cui ci accingiamo.

Sappiamo che la nostra è un sfida. Una scommessa difficile e per nulla scontata, ma di cui ciascuno di noi – siamo molto, molto più di ventuno, in ciascuna Regione – intende rispondere personalmente.

In quanto alla categoria del “partitino” o del  “partitone” francamente non ci appartiene e ad insistervi si dimostra soltanto di non aver compreso l’ottica in cui ci poniamo; il che suggerirebbe l’opportunità che di ciò che non si conosce, sarebbe bene tacere. Non abbiamo fatto sondaggi per calibrare la nostra azione in funzione del consenso atteso e questo nella misura in nessun modo intendiamo sgomitare per intrufolarci nel sistema politico così com’e, pur di conquistare qualche strapuntino.

Anzi, lo abbiamo escluso programmaticamente ed, infatti – ed è qui che casca l’asino – “….cinque seggi, tre sottosegretari, sei assessori o poco altro….”, li lasciamo volentieri ad altri. Nessun esponente di Insieme  che abbia già ricoperto cariche parlamentari proporrà o accetterà una propria candidatura: non siamo nati per riciclare una classe politica già sperimentata, ma per concorrere a lanciarne una nuova.

Forse siamo sì un pò arroganti: non ci attribuiamo un ruolo di potere, ma piuttosto un compito di verità. Vogliamo, cioè, concorrere a riportare al centro di un discorso politico slabbrato le questioni che davvero gli italiani hanno a cuore ed anche temi che vengono lasciati volutamente ai margini del confronto politico, eretti ideologicamente a tabù, intoccabili, dall’una o dall’altra parte dell’attuale schieramento politico e relative culture.

Non siamo e non saremo il “partito cattolico”, l’ala benedicente di un qualche blocco d’ordine, né una forza organizzata di cattolici che parlano ad altri cattolici, in difesa di veri o presunti interessi cattolici, morali o materiali che fossero.

Per noi essere forza politica di “ispirazione cristiana” significa saper mostrare l’intensità umana e la ricchezza, anche sul piano civile, dei valori che abbiamo ricevuto in dono, in uno con la fede, così da renderli possibilmente avvincenti anche per chi pur non li assume entro quella dimensione religiosa della vita, di cui, senza alcun nostro merito, godiamo.

Lo stesso Sturzo e così ancora De Gasperi, che pur ci hanno insegnato il valore della laicità dell’impegno politico, per le condizioni storiche date, necessariamente interloquivano anzitutto con l’elettorato cattolico.

A noi tocca un’altra impresa: andare verso quelle periferie che anche la cultura e la politica, i suoi presupposti antropologici, contemplano e saperlo fare argomentando, senza sventolare i gagliardetti della nostra identità, senza supponenza, ascoltando, soprattutto quelle voci, quelle attese che guardano al nostro mondo sperando ancora o di nuovo di potervi rintracciare quelle ragioni che possono dare alla vita quel senso compiuto che sembra smarrito altrove.

Non mi dilungo oltre. Bastano, del resto, pochi caratteri distintivi per dar conto di ciò che intendiamo essere: espressione aperta, laica, aconfessionale di una concezione cristiana della vita, non “partito cattolico”; forza collegiale che dichiaratamente rifiuta il leaderismo; autonoma, non subalterna ad altre forze, diretta a riscattare l’impegno politico del movimento cattolico dalla trentennale sudditanza sofferta congiuntamente dalla destra e dalla sinistra; affidata ad una nuova leva di classe dirigente, non diretta a riciclare nessuno; competente, non dilettantesca.

In quanto al 20% dei consensi di cui dice Zamagni, scandalizzo qualcuno se dico che non ci credo ed, anzi, spero non succeda? Non siamo alla ricerca di exploit; ne abbiamo già visti troppi. “Non mercanti di voti, ma cercatori di un consenso persuaso”, se, a memoria, non ricordo male una felice espressione di Martinazzoli.

Abbiamo, cioè, un progetto ambizioso: accendere i primi fuochi di quella terza fase dell’impegno politico e civile con cui i credenti, nel solco della Costituzione e della Dottrina Sociale della Chiesa, sono tenuti a dare una mano ad un Paese stremato e confuso.

Non vogliamo crescere in modo ameboide, cioè inglobando indifferentemente tutto ciò che capita nei dintorni pur di incrementare il nostro volume, sia pure in forme sfrangiate ed indistinte. Ma, se mai, per “diapedesi”, cioè secondo quel processo quasi inapparente, lento e progressivo, ma costante ed efficace, che nutre e ravviva i tessuti di un organismo, cominciando dalle aree più discoste, di cui avverte gli stimoli e le sollecitazioni.

In ogni caso, siamo aperti al confronto ed al dialogo; aperti ad ogni correzione fraterna ci giunga. Anche per questo ci dispiace il modo assertivo, irridente, a tratti sprezzanti con cui, dalle pagine del giornale di De Benedetti, Alberto Melloni commenta la nostra iniziativa. E’ una intonazione che appartiene a quel mondo della vecchia politica che vorremmo concorrere a superare, nel segno di quella “trasformazione” di cui, appunto, dice Stefano Zamagni.

Domenico Galbiati

 

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