Anche se fuggevolmente, nell’ultimo anno, i lettori del quotidiano cattolico on line “Politica insieme” hanno potuto leggere il contributo di analisi e riflessione che, su queste pagine, sono venuti da un amico, Osvaldo Pesce, personalmente tanto schivo e modesto, quanto portatore di un impegno in favore dei più deboli e dei più poveri che lo aveva fatto assurgere ad un ruolo internazionale assai singolare.

Da qualche giorno Osvaldo non c’è più, ma chi lo ha conosciuto non può dimenticare il suo impegno morale. Specie in un momento in cui spesso trionfa la più vomitevole ipocrisia sul tema della “pari dignità non solo tra gli abitanti di un paese ma tra i viventi del mondo”. E tra chi non può dimenticarlo ci sono coloro che lo hanno conosciuto nelle occasioni in cui ha collaborato alle attività sociali del Vicariato di Milano, anche se sanno poco o nulla del suo passato.

Non sanno, in particolare, che sin da giovanissimo trovando profondamente ingiusta la società in cui viviamo, Osvaldo, fece la scelta che sembrava allora la più naturale e la più ovvia. Nel 1956, non ancora diciottenne, un impegno morale più che politico lo portò ad avvicinarsi alla FGCI, l’organizzazione giovanile del Partito comunista, per poi aderire allo stesso PCI. Ma non divenne un disciplinato burocrate di partito, come quelli che Togliatti e Napolitano allevavano per garantirsi fedeltà assoluta, e assenza di capacità critica. Nel 1959 incominciò invece a lavorare al mercato ortofrutticolo della sua città, Milano, nella “Cooperativa partigiani” e faceva parte sia della cellula del partito, come responsabile dell’organizzazione, sia della commissione interna, per la CGIL.

Il suo spirito critico, il suo indomabile vizio di pensare con la propria testa, impedì però che questa esperienza durasse a lungo. Nel 1962 fece parte di un movimento di ribellione alla linea togliattiana riunito attorno al periodico “Viva il leninismo”, che fu presto soffocato dalla repressione interna. E Osvaldo, che non intendeva smettere di contestare la linea ufficiale del partito, andò avanti per conto suo, e promosse a sue spese una pubblicazione che distribuì al teatro Smeraldo in occasione di un discorso di Palmiro Togliatti.

Un incontro eccezionale

Questo gesto non sfuggi ad alcuni osservatori internazionali, e ne conseguì un invito in Cina, alle celebrazioni del 1° ottobre 1963, anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. Il che provocò un’ulteriore reazione dei dirigenti del PCI: poche settimane dopo il suo ritorno dalla Cina gli fu offerto di evitare di rendere pubblico il suo dissenso in cambio di promesse di carriera. Al suo rifiuto venne radiato dal partito.

Ma il 14-16 ottobre 1966, Osvaldo era a Livorno, dove venne costituto il Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista), e l’anno dopo sul palco principale alle celebrazioni di Piazza Tien an men. Finché, una delegazione del PCd’I (m-l) ufficialmente invitata dal PCC, composta da Pesce  e Dino Dini, membro dell’Ufficio Politico e del CC, incontrò Mao Zedong, ed ebbe con lui una lunga conversazione non solo sul quadro internazionale, ma anche su quello italiano.

Si era al  13 agosto del 1968, nel pieno di quella grande tragedia del socialismo che fu la crisi cecoslovacca, ed appena una settimana prima dell’invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Eppure, con una certa sorpresa da parte di Osvaldo, Mao volle parlare non solo del Maggio parigino, ma – forse perché aveva di fronte un interlocutore italiano – anche degli strani “maoisti” che si erano manifestati a Roma ai primi di Marzo di quell’anno (nelle violenze note in Italia come i disordini di Valle Giulia), e che il “Grande timoniere” sembrava non aver dubbi fossero agenti di qualche potenza occidentale.

Quelli, come chi scrive, il cui percorso di vita incrocerà quello di Osvaldo Pesce un decennio più avanti, alla fine degli anni settanta, incontreranno perciò un uomo nella cui maturazione intellettuale e morale un ruolo decisivo aveva giocato l’aver potuto seguire da un punto di vista del tutto privilegiato i grandi e dolorosi sconvolgimenti avvenuti in Cina, con la Rivoluzione Culturale e in Italia con gli anni di piombo; sconvolgimenti che annunciavano il declino dell’età delle ideologie, ma che in Osvaldo non portarono a nessun affievolimento del suo impegno, della sua attività, e ancor meno della sua ostinata ricerca si una dimensione etica nella politica.

Una ricerca che gradualmente si estese a prendere in considerazione anche altre dimensioni da Osvaldo sino ad allora trascurate dell’impegno civico ed etico. Dimensioni più tradizionali della società italiana, che portarono ad un nuovo e più complesso arricchimento della sua personalità e del suo attivismo, e che – pur se in maniera non consapevole e ancor meno coordinata – appaiono, viste col beneficio della lunga prospettiva, come protagoniste di un processo non molto dissimile da quello che, all’altro estremo del mondo, ha sempre pià connotato con “caratteristiche cinesi” il socialismo dell’ex Impero di Mezzo.

Dopo la rivoluzione

Come sempre aveva fatto, negli anni della maturità, Osvaldo continuò a subordinare il proprio interesse personale a quello collettivo, e organizzò la propria vita professionale e quella politica,  riuscendo a seguirle entrambe con la stessa passione. Scelse di lavorare con una grande società commerciale, che gli aveva confidato mansioni ispettive nella sua rete nazionale. Il che, per Osvaldo, che poteva onorarsi, senza peraltro mai vantarsene, di aver nella sua vita fatto sempre politica senza aver mai avuto finanziamenti da qualsiasi fonte, significò poter viaggiare senza sosta in tutta la Penisola, e tenere così i contatti con gli sparsi gruppi che aderivano al Partito di cui egli era il leader naturale, il PCd’I (marxista–leninista), divenuto poi, in seguito ad una fusione con altri gruppi, il Partito Comunista Unificato d’Italia.

Osvaldo non cesserà mai di credere nel comunismo come forma di organizzazione razionale della società, e di dichiararsi comunista. Ma chi lo conosceva bene non poteva notare che dall’inizio del nuovo secolo il suo orizzonte esplorativo andava, anche in virtù dell’evidenza dei fatti, allargandosi verso orizzonti meno contrassegnati da elementi ideologici rivoluzionari. Era una ricerca in gran parte introspettiva, che però egli non esitava a tradurre in impegno concreto, anche se non più nella dimensione internazionale che sino ad allora aveva caratterizzato la sua azione.

Inevitabilmente ciò lo ha portato negli ultimi anni a occasioni di collaborazione con le forze cattoliche impegnate nel sociale. Dapprima a livello regionale, con Don Walter Magnoni, responsabile della Pastorale del lavoro della Diocesi milanese che negli ultimi dieci anni ha svolto non solo attività tendenti ad attenuare l’impatto delle molte chiusure di aziende, ma anche a sostenere piccole attività con forme di micro-credito, e i lavoratori stessi con formazione mirata e riqualificazione. Poi a livello nazionale, quando lo ritroviamo, circa un anno fa, tra i partecipanti alle prime importanti riunioni di “Politica insieme”, ovviamente non come iscritto, ma per portare – anche su consiglio di persone amiche, che avevano per lui stima ed ammirazione – l’espressione di una comune sensibilità sociale, e di una solidarietà morale e politica di cui coloro che lo accoglievano non possono che andare orgogliosi. E di cui, oggi che egli è scomparso, tentare di coltivare il retaggio.

Giuseppe Sacco