Per coloro ai quali non è stato proposto mai altro che il bivio che recita: o neoliberismo o neostatalismo, avere conosciuto l’economia civile per l’opera del prof. Stefano Zamagni è stata un’autentica conversione.

Ogni conversione è l’approdo a un’ulteriorità di pienezza. Per la verità, negli ultimi tempi, sposare l’economia civile pare essere anche una vera e propria necessità più che una proposta  pienezza, vista l’insostenibilità sempre più evidente dei due modelli classici.

In questo articolo vediamo cosa può significare la proposta della sussidiarietà circolare(importante caposaldo dell’economia civile) rivolta alle regionali di Emilia-Romagna e Calabria. Chi scrive, per inciso, è nato in Emilia-Romagna da genitori calabresi.

Brevemente, che cos’è la sussidiarietà circolare? Sussidiarietà circolare significa che i tre ambiti della società civile, quello pubblico, quello delle imprese e quello delle associazioni progettano assieme gli interventi di rilevanza collettiva senza che nessuno dei tre primeggi sull’altro.

Per rendere possibile questa dinamica è necessario che: la politica rinunci alla sua autoreferenzialità per giustificare la quale adduce la legittimazione popolare; che l’imprenditore smetta di considerare se stesso solo ed esclusivamente come realizzatore di profitto ma si consideri anche come edificatore del bene comune; che l’associazionismo abbia il coraggio di agire con creatività e con spirito imprenditoriale anche se è più rischioso che agire sotto il copione fornito da qualcun altro.

In Emilia- Romagna cosa significherebbe questa conversione? Premettiamo che la regione Emilia-Romagna è una terra tutto sommato sana e florida. Essa ha goduto dal dopoguerra in poi di una amministrazione di alto livello e ciò è tutt’ora riscontrabile nella qualità dei servizi al cittadino; il mondo dell’associazionismo risulta vivace e l’ambito imprenditoriale altamente performante e creativo.

Tuttavia il modello di cui questa regione vive, è in crisi per ragioni che superano l’Emilia-Romagna. Infatti i
finanziamenti agli enti locali sono sempre più scarsi data la recessione generale,
cosicché un modello del genere pare non essere più sostenibile a medio-breve
termine. Ma attuare la logica della sussidiarietà circolare (non solo come necessità ma
anche come pienezza di coinvolgimento al bene comune che in questa regione già
esiste) in Emilia-Romagna potrebbe davvero essere per certi versi, uno scandalo,
perché andrebbe ad urtare con consuetudini piuttosto radicate e di fatto indiscutibili,
in particolar modo nel primo ambito, quello pubblico-politico. Facilmente una
politica che dal dopoguerra ad oggi ha governato tutto sommato indisturbata (salvo
poche eccezioni e magari qualche sorpresa delle prossime elezioni) risulta fortemente
autoreferenziale e tende a “infiltrarsi” in ambiti non propriamente suoi. Politica
Insieme, incoraggiando la sussidiarietà circolare, propone una pienezza di vita
comunitaria e pubblica dalla quale trarrebbero giovamento tutti e tre gli ambiti.
Sarebbe una vera e propria ventata di novità e l’apertura di possibilità inedite per una
terra già fiore all’occhiello della nazione.
Per quanto riguarda la Calabria, bisogna considerare che, per citare una metafora di
Zamagni, qui il tavolo non sta in piedi con tre gambe (che sarebbero sufficienti), ma
ce n’è una quarta, che peraltro è più lunga delle altre e fa traballare tutto il tavolo;
questa gamba è la criminalità organizzata che ha pervaso della sua presenza e del suo
stile tutti gli ambiti della vita pubblica calabrese. Inoltre l’imprenditoria, quando c’è
ed è onesta, ha spesso tratti individualistici e diffidenti. Manca perciò uno spirito
cooperativo sano. È tristissimo doverlo dire ma la cooperazione è stata efficientissima
solo a scopi illeciti. Il dramma della Calabria è tanto profondo che l’integrità morale e
di condotta degli amministratori sarebbero il più grande scandalo da regalare a questa
terra e ascoltare il grido del suo popolo (Es3, 6) sarebbe il compito più.. divino! Piace
sperare però che, come spesso accade nel Vangelo, la conversione risulti in fin dei
conti più facile a coloro che sono più lontani e più bisognosi di salvezza che a coloro
che, per la loro prosperità, pensano di essere già salvi e non bisognosi di conversione.