Dopo l’era “tangentopoli” e dopo aver superato, sia pur a caro prezzo, i lunghi, terribili anni di piombo del terrorismo stragista e degli “opposti estremismi”, sembrava che il nostro Paese volesse intraprendere la Retta via. Non quella alla volta di Damasco – massacrata miseramente e senza pietà – bensì verso un’autentica certezza del diritto, un’organizzazione della P.A. più moderna, cioè efficiente, efficace e trasparente, un ordinamento statale dotato di un sistema regionalistico a devoluzione parziale con la caratteristica forte della sussidiarietà (sebbene ancora con la sopravvivenza dell’eccezione, tutta italica,  delle regioni a statuto speciale e delle province autonome!), un’economia pubblica meno spendacciona e pervasiva, quindi meno onerosa per il bilancio dello Stato e, perciò, per i cittadini-contribuenti; ancor più determinato nella lotta contro la criminalità organizzata, la corruzione, l’usura e il racket, l’evasione e l’elusione fiscali.

Purtroppo, questo ventennio, o per dirlo letterariamente l’alba del terzo millennio, non ci consegna un bagaglio di memorie e di prove  tangibili sotto il profilo di una “governance” della nazione che possa definirsi più che sufficiente o soddisfacente, in quanto è dato rilevare che:

a) non si riesce a scegliere un metodo elettorale che garantisca una reale, solida e credibile stabilità, anche nei confronti delle istituzioni europee e dei nostri maggiori partners internazionali, con una maggioranza di governo scevra da compromessi di “bassa cucina” o spazi di ricattabilità da parte di gruppi parlamentari minori;

b) dopo un tentativo (renziano), alquanto abborracciato, finalizzato a stravolgere l’assetto costituzionale del Parlamento, respinto drasticamente dalla volontà popolare, dobbiamo tenerci con rassegnazione un sistema che ha ben poco di “bicameralismo perfetto”, i cui difetti regolamentari sono ben noti sia ai costituzionalisti, sia ai tecnici legislativi come il sottoscritto. Si pensi alla lentezza dei tempi “tecnici” dell’approvazione in via definitiva, ai costi eccessivi della doppia lettura, alla maggior esposizione del decisore nei riguardi del lobbismo occulto, corporativo o espressione del potentato economico-finanziario);

c) la cristallizzazione dell’assetto tra il potere politico e la gestione amministrativa s’è andata accentuando, senza che si intraveda un qualsiasi disegno riformatore per superare gli esiti negativi o meglio fallimentari delle leggi Bassanini-Brunetta, che rientrano nella generale condanna dei mali della burocrazia;

d) non ci nobilita l’assenza, formale e sostanziale, di uno Stato – sociale (welfare state) in grado di programmare, guidare e gestire adeguatamente fenomeni complessi e delicati come le c.d. nuove povertà, le disabilità, il volontariato, l’immigrazione e la tutela dei minori, con particolare attenzione alle adozioni, tanto internazionali quanto nazionali, agli affidi ed ai minori stranieri “non accompagnati”;

e) le politiche industriali e quelle dello sviluppo agricolo/agroalimentare devono essere compatibili con la sostenibilità energetica, la salvaguardia ambientale e puntare alla “green economy”, valorizzando l’innovazione tecnologica, la biodinamica e magari l’intelligenza artificiale.

Dopo oltre 70 anni di democrazia parlamentare penso di poter affermare che gli italiani sono abbastanza stufi e stanchi di ascoltare un giorno sì e l’altro pure dei leader che sperimentano sempre nuove tecniche di comunicazione per affermare il proprio protagonismo ed egocentrismo multimediale, ovvero di farsi affascinare da facili promesse, spesso non mantenute, o retorici sermoni, ispirati ad una non meglio definita destra “sovranista”, sociale o post-secessionista, così come non tollerano più incerte dichiarazioni della sinistra che non si declinano (quasi mai) in riforme attese da decenni – “in primis” quella della giustizia – provvedimenti concreti ed interventi infrastrutturali o ecologici.

Mi sembra corretto sostenere che la settima potenza mondiale non può più, direi “eternamente”, attendere la nascita del Governo dei competenti, eletto in modo aristocratico o tra gli accademici, mentre è altrettanto rilevante e realistico optare in modo chiaro e netto per un tipo di Stato-federale in cui le regioni si rendano autonome rispetto al governo centrale, oppure per uno Stato-centrale che assuma su di sé tutte le responsabilità: si pensi all’inaccettabile eterogeneità delle sanità regionali o della protezione civile decentrata. Così come non si può più trascurare l’urgenza di porre fine ai fenomeni evasivi nel campo tributario, abusivi nell’uso del suolo con scarsa resilienza del territorio e conseguenti aumenti di frane, alluvioni ed altro, alla mala gestione dei rifiuti;  ovvero di connettere funzionalmente l’apparato scolastico e universitario al mondo produttivo e del lavoro, integrandolo con la ricerca scientifica e tecnologica, al fine di ottimizzare le eccellenze italiane quali il turismo culturale, naturalistico ed eno-gastronomico, dunque il “made in Italy”.

Su questi temi sono seriamente invitati i partiti, vecchi e nuovi, a pronunciarsi palesemente e a sottoscrivere responsabilmente i propri programmi politici se intendono davvero cambiare in meglio il sistema- Italia, legittimandosi culturalmente e senza affidarsi a slogan urlati in tv o in piazza, o peggio scattando “selfie” con fans tra baci e abbracci (tuttora vietati e sconsigliati) nei vari angoli dell’Italia.

Michele Marino

 

Immagine utilizzata: Pixabay