Nel pieno della grave crisi internazionale nello scacchiere mediorientale, Papa Francesco, agli albori del 2020, guarda il mondo con speranza e realismo indicando una via di uscita dai focolai di guerra, violenze e conflitti in corso. Nel bel mezzo del racconto agli ambasciatori presso la Santa Sede dei suoi viaggi apostolici del 2019 e delle emergenze comparse nei diversi Paesi – ultima l’Australia alla resa con devastanti incendi – il Papa ha richiamato la stretta connessione tra l’impegno per la pace e l’impegno per contrastare i cambiamenti climatici. Un binomio ancora considerato poco seriamente dalle politiche nazionali e negli accordi internazionali. La scarsa attenzione e convinzione della politica a operare con coraggio e determinazione per la pace e l’ambiente, suggerisce al Papa di puntare tutte le carte sui giovani e le donne finora più sensibili a rifiutare il facile ricorso alle armi e preoccupati per segnali sempre più evidenti del cambiamento climatico in corso. E, mentre ribadisce che “il dialogo – e non le armi – è lo strumento essenziale per risolvere le contese”, rilancia nuove vie per la pace. Ricorre alla parola “speranza” per cambiare passo nei rapporti internazionali. “Certo – spiega – sperare esige realismo. Esige la consapevolezza delle numerose questioni che affliggono la nostra epoca e delle sfide all’orizzonte. Esige che si chiamino i problemi per nome e che si abbia il coraggio di affrontarli. Esige di non dimenticare che la comunità umana porta i segni e le ferite delle guerre succedutesi nel tempo, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli”. È proprio alla luce di queste circostanze che “non possiamo smettere di sperare. E sperare esige coraggio. Esige “la consapevolezza che il male, la sofferenza e la morte non prevarranno e che anche le questioni più complesse possono e devono essere affrontate e risolte”. Qualche idea Francesco la butta lì unendo leggerezza di linguaggio e saggezza di visione. Perciò promuoverà il prossimo 14 maggio un evento mondiale sul tema “Ricostruire il patto educativo globale” perché i giovani e il loro percorso educativo verso la responsabilità sono condizione realista e indispensabile per un mondo più umano e giusto. E pertanto occorre cominciare con il rifiuto totale di crimini quali si sono dimostrati anche nella Chiesa gli abusi sessuali nei confronti dei minori. Occorre ormai assicurare la protezione dei minori “attraverso la collaborazione con le autorità civili a livello locale e internazionale”. Ma, prima che delle norme, è necessario che gli adulti si facciano carico dell’educazione giovanile per prefigurare società di adulti responsabili e maturi. Nel “villaggio dell’educazione” si apprende a mettersi al servizio della comunità. I giovani attendono l’esempio dagli adulti e possono contribuire con il loro entusiasmo a rendere possibile la pace e il superamento della crisi ecologica. Francesco parla di “conversione ecologica necessaria ma che “purtroppo non sembra essere acquisita dalla politica internazionale” la cui risposta ai cambiamenti climatici “è ancora molto debole e fonte di forte preoccupazione”. L’Europa, in particolare, non può perdere il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta “anche nei momenti difficili della sua storia”. E pertanto deve ritrovare le sue radici nella pietas romana e nella carità cristiana: “Dove mancano i valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione”. Di fronte ai gravi problemi delle migrazioni e dello sfollamento interno, manca ancora una risposta internazionale coerente. Il 2020 offre un’opportunità importante per un mondo senza armi nucleari “possibile e necessario”. C’è da chiedersi se la voce di Francesco sarà ascoltata. Si possono avere legittimi dubbi, dal momento che già aveva invitato a operare coraggiosamente sul tema ambientale, con l’esito visto a Madrid. Ma Francesco continuerà a non tacere e a richiamare “la crisi del sistema multilaterale che è tristemente sotto gli occhi di tutti” e occorre perciò riformarlo. In occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio, Francesco propone alla diplomazia il modello del pittore: “Come il genio dell’artista sa comporre armonicamente materie grezze, così la diplomazia è chiamata ad armonizzare le peculiarità dei vari popoli e stati per edificare un mondo di giustizia e di pace, che è il bel quadro che vorremmo poter ammirare”.

Carlo Di Cicco

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