Sono una madre, e venerdì e sabato ho guardato con orgoglio i ragazzi che sfilavano a Milano. Venerdì migliaia di studenti hanno protestato pacificamente per le condizioni della scuola, e sabato c’era una manifestazione più ampia contro il costo della vita, con studenti, lavoratori e famiglie, tricolori e bandiere della pace. Chiedere una scuola che funzioni e un futuro in cui sia possibile vivere dignitosamente è un diritto. Chi lo esercita in piazza va ascoltato.

Poi sono arrivate le immagini di domenica: decine di ragazzi a volto coperto che sfondano vetrine in via Torino, entrano in un supermercato, assaltano un negozio sportivo e svuotano i negozi di corso Garibaldi. Sono due cose diverse e vanno tenute distinte, per rispetto di chi protesta davvero. Quelli che hanno lanciato pietre e saccheggiato erano per lo più giovanissimi, spesso minorenni, senza appartenenza a movimenti organizzati, staccatisi dai cortei pacifici. Non c’erano leader né una regia: le barricate e i saccheggi non sono stati azioni coordinate. Chiamare “manifestanti” chi svuota uno scaffale è un torto agli studenti onesti.

Ma non basta dire “sono dei teppisti” e voltare pagina. Da madre mi interessa un’altra domanda: come si arriva fin lì?

La chiamata è partita da uno schermo. L’appello è nato da un account Instagram comparso il 4 ottobre e rilanciato su TikTok. Chi di noi sa davvero cosa guardano i figli, e con chi si danno appuntamento? Non è un’accusa: lo dico anche a me stessa. Il telefono è diventato la loro piazza, il loro oratorio, il loro bar. Un tempo gli adulti conoscevano almeno i luoghi.

Il branco offre ciò che manca altrove. Un ragazzo con il cappuccio in testa, in mezzo a cento altri, si sente forte e invisibile insieme. Per un adolescente che a scuola si sente un numero e a casa non trova adulti con tempo per ascoltarlo, è un’esperienza potente. Non giustifica nulla, ma spiega parecchio.

La responsabilità è personale, e anche condivisa. Chi ha rotto, rubato e ferito risponde delle proprie azioni, e giustamente la magistratura procede: la Procura di Milano ha chiesto il carcere per cinque maggiorenni di 18-20 anni arrestati per devastazione, saccheggio e resistenza aggravata. Ma ai maggiorenni si applicano le regole degli adulti. Per i minorenni, e sono tanti, la domanda tocca noi. A Bologna, ad esempio, quattro dei cinque arrestati sono minorenni nati tra il 2008 e il 2010. Sono ragazzini di quindici o sedici anni, i figli dei nostri vicini di casa.

Per questo non mi interessa schierarmi. La rabbia giovanile non ha un colore e non va usata come argomento da nessuna parte: né per invocare pene più dure, né per dipingere ogni vetrina rotta come un manifesto politico. I ragazzi hanno bisogno di adulti, non di bandiere.

Cosa si può fare, in concreto?

Ai genitori chiedo di parlare con i figli di quello che hanno visto, senza interrogatori, e di essere curiosi di sapere dove stanno e con chi. Dobbiamo anche dire con chiarezza che si protesta senza fare male a nessuno e senza prendere ciò che non è nostro. Una regola enunciata con calma e coerenza vale più di mille divieti.

Alle scuole chiedo di trasformare il malessere in ascolto: assemblee vere, dove i ragazzi e le ragazze possano dire cosa non va, e adulti capaci di sostenere anche il conflitto senza averne paura.

Alle istituzioni chiedo luoghi reali, aperti anche il pomeriggio e la sera: centri giovanili, sport accessibile, presìdi educativi nei quartieri, psicologi scolastici che non siano un lusso. La polizia interviene quando il danno è già fatto, ma non può sostituire tutto ciò che viene prima.

A noi adulti tutti chiedo di non accorgerci dei ragazzi solo quando fanno paura.

Condanno senza esitazioni chi ha devastato. Ma voglio anche che i miei figli, e quelli di tutti, abbiano un posto dove portare la loro rabbia e trasformarla in parole. La violenza è sempre una resa, perché chi non ha parole usa le mani. Il nostro compito è dargli le parole prima.

Isa Maggi

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