Il tam tam è cominciato da un paio di giorni: la Commissione europea emana le nuove norme sul linguaggio da utilizzare nei documenti ufficiali dell’Unione. Il Natale non si può nominare perché creerebbe problemi a chi non crede in Gesù Cristo. Peccato, però, che il Natale ricordi la nascita del Bambinello e non altro. Sebbene questa società contemporanea provi in tutti i modi a far diventare il 25 di dicembre una cosa indistinta, ma densa di consumismo. Una generica “giornata dell’amore” che non si capisce, allora, perché non la si celebri il 27 di giugno o in qualunque altro giorno dell’anno.

La sovrapposizione di date ed eventi tra una civiltà che nasce ed una che muore non è una novità nella storia dell’umanità. Pure il Cristianesimo ha innestato su di un substrato pagano talune sue ricorrenze. Ma il Cristianesimo non è ancora scomparso. L’Europa, che nella sua evoluzione trova in esso una giustificazione storica, culturale e persino costitutiva ne sa qualcosa, giacché solo pochi anni fa si proponeva di sancire solennemente le sue basi giudaico- cristiane.

Ma con il Natale dovrebbero essere banditi anche tanti altri termini, come ad esempio quelli di genere. Basta con il dire signori e signore. Bisogna rivolgersi all’uditorio con il termine colleghi. Ma cosa accade se l’uditorio è composto in modo affastellato da ingegneri, fattorini, idraulici, disoccupati e casalinghe? Siamo, insomma, di fronte all’ennesima stupidaggine che ci viene propinata. Purtroppo, dai vertici della Ue. Poi ci si lamenta che l’idea dell’Unione abbia perso tensione tra i suoi 500 milioni di abitanti. I quali, magari, si aspettano del reale solidarismo più che disquisizioni lessicali.

Dobbiamo constatare come questa idea del “politicamente corretto”, in realtà, tanto permea solamente quella parte della stampa più alla ricerca dell’esaltazione delle banalità agitate da alcune infime minoranze, piuttosto che raccontarci delle vere condizioni della gente comune che ha ben altro a cui pensare. Quella che, magari, quando ha di fronte una figlia e un figlio non si preoccupa tanto dell’asterisco con cui in una scuola di Torino vogliono omologarli per non urtare la suscettibilità di non si sa chi, ce lo racconta proprio oggi Giovanni Cominelli ( CLICCA QUI ), bensì di come riesce a farli arrivare entrambi sereni alla fine del mese.

Eppure, la Ursula von der Leyen sembrava una Commissario/a capo/a tanto equilibrata. Una donna che, avendo avuto ben sette figli, qualcosa dovrebbe pur sapere della differenza che c’è tra lei e suo marito, senza che la cosa turbi più di tanto i suoi colleghi della Commissione europea che, a quel che si sa, sono uomini e donne. Ci sarà pure un motivo se ha chiamato una figlia Gracia e un maschietto David e altrettanto adeguatamente ha fatto per gli altri cinque, tra maschi e femmine.

Colpisce pure il divieto dell’uso della parola casalinga. Non è il caso per chi ha origini nobiliari e per ovvi motivi non deve mettersi ai fornelli, lavare e stirare i panni. Ma vergognarsi della casalinga è qualcosa che segna un disonore anche per milioni di nostre mamme, nonne bisnonne ed ave che, per secoli e secoli, hanno tenuto in piedi le famiglie e hanno curato bimbi ed anziani. Invece di rispettare le tante casalinghe che svolgono una vera e propria funzione sociale, si carica il loro generoso impegno di una valenza negativa che andrebbe, al contrario, superata aiutandole concretamente, magari prevedendo uno dei tanti supporti mancanti da introdurre concretamente per aiutare i nuclei familiari.

In ogni caso,  la cosa che più fa riflettere sul fatto è che tutti si sono dimenticati come già nel 2018 il Parlamento europeo avesse introdotto pomposamente la “Neutralità di genere nel linguaggio usato nel Parlamento europeo”. Questo il titolo delle linee guida ( CLICCA QUI ) su cui allora nessuno spese una parola, tanto prima si era dall’arrivo della Covid-19, quando si era in piena ondata di “politicamente corretto” utilizzato da foglia di fico da un’Europa che si trovava nel pieno di una crisi d’identità.

Poi l’arrivo della pandemia sembrava aver convinto tutti ad occuparsi di cose serie, più drammaticamente serie, ma evidentemente c’è chi ai vertici europei pensa bene d’occuparsi d’altro.

A proposito del genere delle parole. Non tutti sanno che è corretto l’uso al femminile della Covid-19 a differenza dell’uso al maschile del Coronavirus. La Covid, infatti, è una malattia, termine femminile sia in inglese, sia in italiano, mentre il Coronavirs è un virus. Che ci vogliamo fare signora von del Leyen? Tornando al nostro Cominelli, per rincitrullirci alla “liberal” all’americana “asterischiamo” tutto per non urtare qualche sensibilità che, diciamocelo apertamente, sembra ricadere più che mai nel patologico?