Nel mezzo di questa drammatica pandemia la Repubblica Italiana ha subito un ulteriore , anche se prevedibile contraccolpo: la classe politica ha alzato bandiera bianca riconoscendo l’impossibilità di formare un governo per gestire questo difficilissimo passaggio.

Il presidente Mattarella si è così rivolto a Mario Draghi, il più autorevole uomo di governo di questo terzo millennio.  E’ convinzione comune che possa guidare questa difficile transizione e condurre la nostra Repubblica a più sereni e più proficui lidi.

Spetta ora a tutta una classe politica predisporre quei cambiamenti tanto auspicati e necessari per riprendere il governo del Paese ma per ora non si intravvede ancora alcuna traccia sostanziale.

Può non suscitare facili entusiasmi, ma riteniamo che la ricostruzione di tutta una classe politica non possa che partire da una analisi del nostro sistema istituzionale, analisi storica e politica che focalizzi sia le positività che le disfunzioni che hanno caratterizzato la nostra Repubblica in tanti anni di governo.

La proposta che ci prepariamo ad illustrare si concretizzerà in tre distinti momenti:

  • Partiamo dalle autonomie locali, poiché ogni forma di democrazia nasce , cresce e si irrobustisce partendo dal basso e risalendo verso l’alto, analizzando le riforme mancate, disattese da una conservazione centralistica che ha bloccato e infine disconosciuto le proposte innovative della legge 142 del 1990.
  • La proposta correttiva delle disfunzioni evidenziate al fine di consentire a queste entità di base di crescere e di far crescere tutto un Popolo
  • L’antinomia introdotta con la riforma Costituzionale del 2001 che ha prodotto una competizione tra Stato e Regioni provocando un continuo contenzioso amministrativo e legislativo.

Produrremmo queste osservazioni con un intervallo temporale di 10/15 giorni per dar luogo a ciascun lettore di metabolizzare questi ragionamenti e di verificare la loro fattibilità e la loro incidenza sul nostro futuro.

Un sistema funzionale e coerente è il motore per stimolare il progresso del Paese, anche se nel senso comune del mondo politico italiano viene veicolata la convinzione che le riforme concernenti il sistema non interessano. Sono altre e ben più concrete le proposte che possono interessare agli elettori. E con queste idee siamo giunti all’impotenza di brutta una classe politica

La regressione legislativa delle autonomie locali.

Le autonomie locali (enti pregressi al dettato Costituzionale) sono la sintesi di una ricca tradizione storica che hanno  caratterizzato lo sviluppo politico, sociale, culturale e artistico del nostro Paese in tempi ormai remoti ma ancora oggi costituiscono la base del pubblico agire.

Nella legge fondamentale dello Stato Repubblicano questo retaggio ha trovato un ampio riconoscimento nell’articolo cinque della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Tradurre in correttamente questo dettato non è stato ne semplice ne facile. Togliere alla società Italiana le ossessive e ben metabolizzate incrostazioni di un centralismo burocratico è stata una operazione lunga e complessa e non ancora terminata.

L’articolo cinque ha trovato nella sua traduzione legislativa ostacoli sia nella classe politica che nella burocrazia ministeriale che realizza senza clamori ma con tenacia le decisioni del parlamento e nel contempo guarda con sdegnosa sufficienza alle periferie del Paese. I ministri passano ma i funzionari rimangono imperturbati al loro posto.

Nel 1990 il Parlamento ha approvato la legge 142 per adeguare alle esigenze dell’autonomia e del decentramento questi enti.

La legge ne ha inquadrato l’azione in una cornice legislativa abbastanza lineare riconoscendo i comuni, prima organizzazione territoriale della Repubblica, detentori e regolatori dei servizi alla persona. Però nel contempo ha preso atto che i comuni più piccoli, di questi servizi, ne possono attuare solo alcuni. Ha così inserito due forme volontarie di inclusione di questi enti, l’unione e la fusione, come necessari strumenti per costruire, attraverso una sintesi, una più efficace e coesa capacità amministrativa.

Il legislatore non ha considerato che in Italia gli enti pubblici non si riducono ma si moltiplicano. Solo una disposizione categorica avrebbe avuto effetto, mentre il volontarismo ha sospinto pochi comuni ad aderire. Il piccolo è bello e tutta una classe politica svilupperà questo concetto in loro difesa per quanto ci sia contezza, non esplicitata, della loro impotenza amministrativa.

La 142 ha compiuto un altro passo fondamentale. Per i territori montani, su cui sono abbarbicate da secoli piccole comunità, ha individuato un ente transitorio, la Comunità Montana che attraverso una azione amministrativa di coordinamento avrebbe dovuto poi far convergere tutti o parti dei suoi comuni, in un’unica entità, una volta acquisita la capacità di governare in coordinamento un più vasto territorio.

Stranamente per le Province non ha introdotto alcuna innovazione lasciandole crogiolare in una antica consuetudine amministrativa senza infamia e senza lode.

Il legislatore ha introdotto infine, una ulteriore innovazione, nei territori di intensa urbanizzazione, chiamando le Città Metropolitane ad amministrare una moltitudine di cittadini e per governare efficacemente queste ampie conurbazioni ha individuato che l’esercizio dell’azione amministrativa si svolga su due livelli, i Comuni e il Comune Metropolitano.

Sulla realizzazione di questi enti è stato rigoroso e ha indicato tempi e modi.

I politici non avevano ancora focalizzato l’iter attuativo che esplose lo scandalo di tangentopoli e la 142 viene archiviata.

Frattanto negli anni ottanta la bandiera autonomistica viene impugnata da un rozzo ma istintivo e vigoroso politico che in poco tempo acquisisce notorietà e consensi nella vasta e ricca Padania. I detentori del potere temono l’estromissione dai vertici del potere e corrono ai ripari

Nell’anno duemila operano su due piani. Quello legislativo con una legge sugli enti locali in sostituzione della eretica 142/1990 con il decreto 124/2000. Con questo atto, azzerano ogni precedente innovazione e lasciano prudentemente i soli termini nominalistici precedentemente espressi. Alle comunità montane azzerano gli obiettivi unitivi, mentre le città metropolitane divengono semplicemente una idea da realizzare in un lontano futuro.

Questo sciatto e conservativo legiferare è reiterato nella modifica Costituzionale del titolo quinto, ponendo una pietra tombale  su ogni immediata velleità innovativa.

Nel 2008 la legge 174 abolisce l’ICI sulla prima casa. I proprietari esultano ma i sindaci dei piccoli comuni si trovano in braghe di tela: le loro entrate sono quasi azzerate.

In emergenza finanziaria i sindaci si appigliano a tutto quello che la legge offre dilatando al massimo grado le collaborazioni con altri comuni, ogni argomento è valido. Si costituiscono enti di gestione per ogni tipo di servizio e con le più svariate collaborazioni e le attuano nel modo più disordinato possibile. Con una giungla di enti mono funzionali la spesa si amplia enormemente ma i comuni si tengono ben stretti i loro piani regolatori.

Nel 2010 la legge finanziaria toglie ogni risorsa alle Comunità Montane ma non le azzera. Sopravvivono in alcune regioni grazie alle loro elemosine e queste ultime avranno un ritorno quando si attueranno nuove elezioni regionali.

Quattro anni dopo il governo Renzi vara la sua prima legge, detta anche legge ammazza Province o legge Delrio  Pochi anni prima è uscito il libro “La Casta” che denuncia lo spreco dei pubblici denari. Il presidente del Consiglio, che è un artista della comunicazione, proclama l’azzeramento delle Province. Volutamente ignora che le Province sono enti asfittici, che dei legislatori pedanti non hanno rinvigorito ampliandone le funzioni, costano poco ma hanno un analogo ritorno amministrativo. Sono altri gli enti che costano tanto e producono poco, sono determinanti per lo sviluppo della sanità, soprattutto privata, gestiscono soldi e prebende anche se qualche suo Presidente si accontenta delle mutande.

Ma il Presidente del Consiglio in oggetto è certo delle sue decisioni e prevede un futuro radioso. La riforma Costituzionale attuerà l’azzeramento di questi, per lui, inutili enti. Per due volte viene inserita nel testo legislativo la predizione “In attesa della riforma costituzionale…”. La legge 56/2014 è una melensa riedizione del testo unico dell’anno duemila. Tale sforzo non meriterebbe alcuna menzione, solo l’evoluzione successiva renderà giustizia di tali banali affermazioni che pretestuosamente sono vantate come innovative. Il referendum Costituzionale è una disfatta politica. Renzi si dimette ma la legge rimane e porta acqua assieme alla riforma del titolo quinto (2001) a coloro che si avviano a sfasciare la nostra Repubblica.

Oggi il problema del governo delle autonomie locali sembra non essere all’ordine del giorno, eppure la democrazia sale dal basso verso l’alto e in questi enti si formano le classi dirigenti. Si è scelta la deregulation per questi enti e i risultati, sebbene siano fra i meglio amministrati, sono sotto gli occhi di tutti.

Arturo Bodini