Ernesto Maria Ruffini e la sfida della responsabilità
Ruffini si appresta a varare il suo partito ed è giusto che anche chi non condivide il suo approdo politico nel cosiddetto “campo largo” auguri buon lavoro a lui e ai suoi amici. La scelta di schieramento organico nella coalizione di sinistra, a molti che pur hanno condiviso e condividono il cuore del suo appello, non sembra congruente. Anzi, contraddittoria.
Ruffini ha evocato anzitutto — questo ci sembra sia stato il merito della sua iniziativa — la responsabilità personale e sociale del cittadino. Non un astratto e compendioso programma, neppure un affidamento cieco all’automatismo di per sé virtuoso, taumaturgico, intrinseco a questo o piuttosto a quell’altro ordinamento istituzionale. Ma, invece — in una fase storica che sembra mettere addirittura in discussione il principio democratico — la proposta coraggiosa di tornare alla fonte primaria, alla legittimazione originaria della democrazia, cioè all’autonomia di giudizio, alla libertà di spirito, alla coscienza critica di ciascuno di noi.
Ci è sembrato di cogliere in questo orientamento la consapevolezza di una sfida coraggiosa, il proposito di restituire alla politica — al pensiero e all’azione della politica — quella nobiltà che, di per sé, le appartiene e, dunque, purché qualcuno abbia l’ardire di evocarla, non può mai venir meno. Neppure quando ci sembra difficile da decifrare e da cogliere nelle brume di un confronto politico che non merita di essere chiamato tale. Eppure, come diceva Tommaso Moro, sotto la cenere da rimuovere c’è un fuoco mai spento da alimentare. Peraltro, per quel poco che l’abbiamo conosciuto, non abbiamo dubbi che questo sia lo spirito che tuttora anima Ruffini.
L’ispirazione cristiana e la cultura democratica
Al suo progetto politico ci accomuna il riferimento all’ispirazione cristiana e la comune appartenenza alla cultura cattolico‑democratica. E non è cosa da poco. Ricondurre il proprio orientamento a una concezione cristiana di cosa sia l’uomo, di quale senso abiti la vita, di quali aspirazioni debba animarsi la storia, non significa arroccarsi in un’identità separata, ma piuttosto aprirsi a quella dimensione universale che è, in sé, cattolica e, per ciò stesso, aperta nei confronti di tutti i possibili interlocutori di buona volontà.
Significa ricercare nel magma vischioso di un’estremizzazione esasperata del confronto politico quel momento di “verità” che, secondo il Presidente Moro, precede il consenso e legittima l’esercizio del potere. A Ruffini auguriamo di far valere queste ragioni nello schieramento cui si affida, più di quanto non sia stato possibile ai “popolari” che hanno vissuto, dalle sue prime origini, la vicenda del Partito Democratico.
Per parte nostra ci orientiamo diversamente, verso un’autonomia che non si rassegni a inchiodare, una volta per tutte, il nostro Paese al patibolo di un sistema bipolare che sta soffocando la democrazia. Eppure continueremo a guardare con interesse — anche con benevolenza — agli sviluppi del percorso politico di Ruffini. Il tempo è buon giudice per chi opera in buona fede e noi non disperiamo, in una paziente attesa, che un giorno possa convenire con le preoccupazioni che a noi sembra necessario esprimere in questo dirimente momento storico.
Domenico Galbiati

