“….un’ azione che tranquillizza l’Italia, che non crea ansia”: così Mario Draghi, nell’ intervista concessa al Corriere della sera, definisce l’azione del Governo che presiede, affidatogli nel febbraio dello scorso anno dal Presidente Mattarella. In effetti, è così: il Paese aveva ed ha bisogno di ritrovare il senso della misura, la coscienza del momento difficile che sta affrontando e, ad un tempo, la convinzione di potercela fare. Aveva bisogno di uscire da una stagione di livore, di rancore procurato ad arte, ad esempio, nei confronti dei migranti. Fuori da un pasticcio politico che data almeno dal 4 marzo 2018 e i cui effetti non sono purtroppo ancora spenti.

Sovranismo, populismo, dilettantismo mischiato ad arroganza e moralismo straccione rischiavano di prostrare l’Italia, di confondere e compromettere perfino il quadro di relazioni internazionali che il nostro Paese ha consolidato dal secondo dopoguerra. Siamo approdati ad un sistema di rapporti politici di reciproca diffidenza, talmente aleatori da impedire, dopo l’ allegra transumanza di Conte da una maggioranza al suo contrario, che si potesse formare una qualunque alleanza di governo, secondo i canoni propri della dialettica parlamentare. Hanno provveduto Sergio Mattarella e la fortunata coincidenza della disponibilità di una figura come quella di Mario Draghi.

Finalmente un leader che è tanto più tale quanto meno ha bisogno di esibirsi come un pavone nella stagione degli amori, di vestire la livrea smagliante del “capo carismatico”. Draghi non ha bisogno, per affermare la sua autorevolezza, di gesti muscolari, delle felpe e delle pagliacciate da saltimbanco che avviliscono la politica e la degradano a propaganda. Gli italiani non sono una banda di minchioni da prendere al laccio delle improvvisazioni di capetti imparaticci.

Dall’ intervista emana un sentimento di pacata sicurezza che fa la differenza e fa bene al Paese. Draghi è consapevole delle difficoltà presenti e dei rischi in agguato e non li nasconde agli italiani. La guerra mossa da Putin all’ Ucraina è benzina sul fuoco di una situazione ancora scossa dai morsi della pandemia, messa alla frusta dai cambiamenti e dalle riforme che l’Europa pretende. Senonché, “la pace esige dei sacrifici”, sostiene Draghi.

Dobbiamo liberarci, infatti, da una dipendenza economica che diventa sudditanza politica. Del resto, sarebbe stato difficile in ogni caso, anche a prescindere dalla guerra in corso, governare fino alla scadenza politica dell’anno prossimo, evitando che si scomponga ed evapori una maggioranza che si suppone o meglio è, per definizione, unitaria, ma, in realtà, via via sottoposta a tensioni crescenti, man mano l’avvicinarsi del passaggio elettorale costringerà ogni forza politica a smarcarsi dall’altra.

Draghi, a questo punto, fa presente che intende tirare diritto e sfida implicitamente le forze che lo sostengono in Parlamento ad assumere se mai, in prima persona, ammesso che osino tanto, la responsabilità di interrompere e compromettere la fatica cui è chiamato il popolo italiano. E si sottrae ad ogni possibile ricatto o condizionamento affermando che in nessun modo potrà esserci una sua nuova candidatura al momento elettorale o comunque alla guida di un altro governo.

Dall’intervista apparsa sul Corriere, si evince, poi, in modo chiaro, come la posizione di Draghi sul conflitto russo-ucraino sia netta e puntuale più di quanto non succeda ad altri leader europei, che non sono privi di qualche ipocrisia, camuffata da prudenza, per quanto sostanzialmente anch’ essi – né potrebbe essere diversamente – concorrano a quell’unità del vecchio continente che, peraltro, forse, comincia, qua e là, a mostrare qualche affanno o qualche motivo di incertezza.

“…….sosteniamo l’Ucraina, lavoriamo per la pace….”, afferma Draghi e qualche anima bella potrebbe ritenere che le due asserzioni siano l’una contraddittoria all’altra, a maggior ragione se il sostegno prevede, come Draghi non ha remore a ribadire, l’invio di armi. Così come sanzioni pesanti che giungano a chiudere il rubinetto del gas che giunge da Mosca. D’ altra parte – ma questo lo aggiungo di mio, a costo di scandalizzare taluni – l’esercizio delle armi quando si pone nel contesto di un moto di resistenza o di conflitto difensivo, non è antitetico alla pace, ma, addirittura, ne può rappresentare una necessaria premessa pedagogica.

Ma, per tornare a lui, Draghi sa molto bene e non teme di dirlo con franchezza che “…l’obiettivo di Putin non è stata la ricerca della pace, ma il tentativo di annientare la resistenza ucraina”, senza alcuna reale disponibilità ad una qualsivoglia trattativa. Per questo – afferma il Presidente del Consiglio – va sostenuta l’Ucraina ed il suo popolo che si fa esercito.

Insomma, nelle parole di Draghi si avverte una consapevolezza morale ed uno spessore civile che, tradotti sul piano della proposta politica, sollecitano l’ Europa ad assumere una posizione forte e chiara, priva di sbavature e di ambiguità. Anche per quanto concerne l’ ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO.

Domenico Galbiati