Il recente caso dell’invasione di Ceuta da parte di migliaia di giovani migranti invita a una riflessione più larga sul tema della solidarietà europea. I fatti e i post fatti sono semplici, un po’ meno gli antefatti che però qui non ci interessano. Più di quarantamila giovani (illusi da voci di facili legalizzazioni in Spagna e forse incoraggiati da qualche ufficiosa manina marocchina) arrivano a nuoto sulla costa dell’exclave spagnola in territorio marocchino e vengono rapidamente respinti (con l’eccezione di un certo numero di minori e alcune decine di morti affogati).
Con rapidità degna di miglior causa la Presidente del consiglio italiana si esime dall’esprimere solidarietà a uno stato
mediterraneo che condivide con noi importanti problemi sul fronte immigrazione ed altro e chiede invece l’immediata sospensione della libera circolazione delle persone (Schengen) nei confronti della Spagna, senza nemmeno chiedersi se Ceuta faccia parte dell’area Schengen (non ne fa parte!). Quale occasione migliore per mostrare che l’esecutivo italiano difende i sonni del popolo italiano!
Subito dopo il governo spagnolo risponde introducendo restrizioni ai movimenti dall’Italia. Un caso particolare e isolato si dirà, ma che invita a una riflessione più ampia sul tema della solidarietà in Europa. Non c’è bisogno qui di ricordare come gli stati nazionali (anche quelli a federalismo forte seppur con qualche loro peculiarità) investano risorse finanziarie e istituzionali imponenti in materia di solidarietà interregionale, inter-sociale, ecc. Lo fanno sia in condizioni normali che al manifestarsi di eventi eccezionali (terremoti, alluvioni, ecc.).
Nell’Unione Europea (che possiamo considerare un caso misto di federalismo debole e di confederalismo) le cose vanno un po’ diversamente, ma il tema della solidarietà è tutt’altro che
irrilevante. Intanto conviene ribadire che senza un livello importante di solidarietà (tanto normale
che eccezionale) nessuna comunità politica sopravvive. Anche l’UE, che è una comunità politica e
non solo economica, ne ha avuto e ne ha bisogno per stare insieme. E infatti ha sviluppato nel tempo
alcuni importanti meccanismi di solidarietà di natura strutturale che hanno consentito di gestire al
suo interno alcuni importanti divari economici (per esempio tra agricoltura e industria con la Politica
Agricola Comune che finanzia il mondo contadino) e territoriali (con la Politica di Coesione che
sostiene le regioni meno avanzate). Ma è intervenuta anche per rispondere a gravi emergenze, per
esempio sostenendo nella crisi del 2008 i paesi a rischio di default finanziario (Grecia, Irlanda,
Portogallo, Spagna, Cipro), o in difficoltà di ripresa economica con potenti strumenti finanziari (lo
EFSF e soprattutto il MES o il Quantitative Easing della BCE). E ancora nella crisi del COVID ha creato
strumenti temporanei come il SURE per aiutare i paesi con problemi acuti di disoccupazione e
soprattutto il Next Generation EU per favorire la ripresa economica. Con questi ultimi strumenti ha
imboccato con un certo coraggio, seppure ancora con importanti limiti, la strada del debito comune
che significa appunto redistribuire i costi dei paesi più fragili tra tutti i paesi.
Ma ci sono importanti aree di policy dove la solidarietà europea non opera istituzionalmente (per
esempio il settore dell’immigrazione irregolare) o sta muovendo solo i primi piccoli passi (si pensi al
settore della difesa con il programma europeo SAFE di prestiti a lungo termine). In queste aree la
solidarietà è lasciata prevalentemente alle decisioni degli stati membri che sono liberi di
manifestarla o meno. La tentazione per i governi nazionali di ergersi a paladini degli interessi
nazionali e mettere la sordina a posizioni di solidarietà verso i paesi che invece sono maggiormente
colpiti dal problema del momento, specie quando ci sono elezioni alle porte, è grande. L’abbiamo
visto con la posizione presa da Meloni nel caso Ceuta. Ma a sua volta la Spagna ha mostrato in
passato maggiore freddezza di altri paesi nel dare sostegno militare all’Ucraina e in generale
nell’impegnarsi per la difesa comune europea.
A breve il gioco della non solidarietà può sembrare razionale. Naturalmente rivela i limiti di un
europeismo spesso più dichiarato che veramente condiviso. Ma a medio termine i suoi costi
diventano più evidenti. Costi per l’Europa che non viene sostenuta e stimolata nella sua potenziale
capacità di dare soluzioni comuni più efficienti di quelle nazionali, ma anche costi per i singoli paesi
che più difficilmente riceveranno solidarietà al momento critico dopo esser stati poco prodighi nei
confronti degli altri.
Su questo tema la classe politica italiana di governo ma anche di opposizione
dovrebbe riflettere. Dovrebbe chiedersi per esempio quanto il protratto rifiuto dell’Italia, unica tra
i ventisette paesi, di ratificare il trattato di riforma del MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità) per
soddisfare incomprensibili idiosincrasie nazionali e che segnala una debole solidarietà europea non
indebolisca le richieste che l’Italia avanza su altri fronti come quello del debito europeo. La
solidarietà degli stati non è obbligatoria ma in una comunità dove le istituzioni comuni di solidarietà
sono ancora relativamente deboli, aiuta a costruire intese per affrontare i problemi che un paese
da solo ha difficoltà a gestire efficacemente.
Maurizio Cotta