Il solo elemento positivo del nuovo sistema elettorale – Stabilicum o Melonellum che dir si voglia – è il ripristino, ancorché parziale, delle preferenze. Certo, rimangono i capilista bloccati, scelti dai leader dei partiti per la loro fedeltà. Però meglio di niente. Un passo avanti c’è stato. Prendiamone atto, per giungere un domani al completo ritorno delle preferenze.

A parte questo, tutto il resto della nuova legge è da censurare senza indugi. Il premio di governabilità, innestato sulla base proporzionale, è eccessivo: con il 42 per cento dei consensi una coalizione riceverà il 55 per cento dei seggi. Un premio che alla Camera vale un abbuono di 70 seggi e al Senato di 35. Una semplice minoranza nel Paese (considerando l’astensionismo ormai prossimo al 50 per cento) si trasforma per incanto in una super maggioranza in Parlamento. Una lesione all’effettiva rappresentatività delle istituzioni parlamentari.

Qualora però nessuna coalizione raggiunga la fatidica soglia del 42 per cento, il bonus non scatta e, non essendo previsto un ballottaggio tra le due principali coalizioni, si torna alla classica distribuzione dei seggi in maniera proporzionale. Già questa diversa modalità applicativa del sistema la dice lunga sulla sua validità. Esso smette di funzionare – non assegnando il premio e mandando in frantumi tutto il panegirico sulla governabilità – nel caso, neppure tanto improbabile, del mancato conseguimento della soglia.

Altra grave criticità è l’indicazione del candidato premier della coalizione, sebbene alla fine il suo nominativo non comparirà sulla scheda. Evidente come si vadano comunque a ledere le attribuzioni del Capo dello Stato sulla nomina del presidente del Consiglio. Siamo ben oltre l’attuale ordinamento parlamentare – non a caso Fratelli d’Italia ha parlato di approdo alla Terza repubblica – perché si assiste all’instaurazione di un premierato de facto.

Antidemocratico è infine l’innalzamento del tetto per la presentazione delle liste non presenti in Parlamento (per quelle è prevista una deroga) che dalle attuali 1.500 firme per collegio passa a 6mila. Un ostacolo difficilmente superabile per qualsiasi nuova formazione politica che voglia proporsi agli elettori. Un dispositivo a rischio di incostituzionalità la manifesta sproporzione di trattamento (300mila firme su scala nazionale) rispetto a chi già dispone di una rappresentanza parlamentare.

Al di là dei pessimi contenuti del Melonellum, la nostra vera anomalia è quella di essere giunti alla quinta legge elettorale in trenta anni. Un clamoroso record negativo. Un’eccezione nel panorama europeo. Tutti i grandi Paesi del vecchio continente: Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna votano da decenni con lo stesso sistema. Sulla legge elettorale vi è un sostanziale consenso di fondo tra le forze politiche e a nessuno viene in mente di apportare modifiche, per di più a colpi di maggioranza, poco prima delle votazioni.

Da noi si è invece diffuso il vizio per cui chi teme di perdere la contesa costruisce a tavolino il sistema ritenuto più favorevole. Una frenesia che viene peraltro punita nelle urne, in quanto sinora i cittadini sinora hanno sempre penalizzato la coalizione che aveva voluto il cambiamento in corsa.

Magari sarà così anche questa volta. Il vero auspicio è però che in materia elettorale si riescano a superare le contrapposizioni per giungere finalmente ad un modello condiviso tra i due schieramenti. Sarebbe ora che quello che nel resto dell’Europa è cosa normale lo diventi anche da noi.

Aldo Novellini

Pubblicato su www.associazionepopolari.it

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