Luigi Sturzo, tra il 1926 e il 1928, scrisse un libro su La comunità internazionale e il diritto di guerra pubblicato nel 1929 in inglese, nel 1931 in francese e nel 1954 in italiano.

Si tratta di un libro, di un pensiero e di una convinzione di grande attualità oggi, anche perché vediamo per la prima volta l’orrore della guerra in presa diretta televisiva, un orrore che ci fa capire con sempre maggiore evidenza quanto sia immorale e irrazionale ricorrere a questa “soluzione” per dirimere i conflitti fra gli Stati. Il pensatore politico siciliano, come per altri problemi della vita politica nazionale e internazionale da lui affrontati, continua a sorprendere per l’acutezza delle analisi e per la validità delle sue soluzioni.

Egli, pur scrivendo durante il periodo tra i due conflitti mondiali, quando il ricorso alla forza appare ancora come un fatto normale, è convinto che l’umanità possa giungere all’eliminazione della guerra, ossia all’abolizione di un mezzo antico quanto l’uomo e sempre giustificato sia dai capi politici, sia dai capi religiosi. Sturzo osserva che “la guerra avviene in quanto fa parte di determinate strutture sociali; e, in quanto parte di queste, non può non essere reputata legittima, se siano adempiute quelle formalità e condizioni che rispondono alla prevalente coscienza generale del
tempo e del luogo, e alle consuetudini e convenzioni prestabilite”. Ciò significa che la guerra, come fatto sociale, non deve identificarsi con le esigenze fondamentali della natura umana a tal punto da assumere “carattere di necessità”, bensì deve essere considerata uno dei fenomeni del processo storico e, in quanto tale, legato alla contingenza. Sicché al cambiare e all’evolversi di una situazione, anch’essa può non solo cambiare ed evolvere, ma anche decadere per
il venir meno dei precedenti fattori di rapporto.

Secondo Sturzo, la storia fornisce vari esempi di istituti giuridici, che un tempo erano ritenuti perpetui e connaturali all’uomo, e che ora, con il mutare delle condizioni sociali e dei costumi, sono considerati e condannati come fatti illeciti, nocivi all’ordine e all’interesse della società. Basta accennare alla giustizia o vendetta di famiglia, alla faida, al giudizio di Dio, alla poligamia e, soprattutto, alla schiavitù, che egli ricorda spesso nel suo libro e tiene in gran conto come attendibile termine di paragone al problema. Sturzo osserva, infatti, che coloro i quali nel passato giustificavano o sostenevano la schiavitù, incorrevano in una grave errore di prospettiva, poiché “proiettavano
sopra un piano statico quello che invece si sviluppava sopra un piano dinamico; assumevano come tesi definitive e immutabili quello che invece era relativo e mutabile. Si tratta, purtroppo, di un errore ottico molto comune, cioè quello di vedere il mondo del relativo sub specie æternitatis. Tutto ciò porta a dedurre che, sotto il punto di vista storico, non esistono istituti giuridici immutabili, se cessano di rispondere alle esigenze della vita sociale. Si deve quindi ammettere che anche la guerra, come istituto giuridico, può decadere, se muteranno le altre condizioni che la rendono ancora efficace e attuale”.

Eugenio Guccione

Pubblicato su Servire l’Italia