Solo dopo i disastri (mega-alluvioni, diffusi incendi di foreste, temperature di oltre 40° C in aree dal clima classificato temperato o freddo), si comincia a comprendere che il riscaldamento climatico è una realtà che ci tocca da vicino già oggi, e lo sarà sempre di più nel domani prossimo.

Il rapporto del MIT promosso dal Club di Roma, negli anni Settanta, aveva previsto questo scenario. Una denuncia ribadita negli anni Novanta dalla Conferenza di Rio de Janeiro. Gravi sono le responsabilità di quanti hanno chiuso gli occhi o peggio si sono impegnati sul fronte del negazionismo. Ottusità, interessi economici, motivazioni ideologiche (ogni limite è ritenuto inaccettabile da chi fonda l’idea di progresso sulla capacità dell’uomo di superare ogni ostacolo), l’abitudine a non guardare oltre la punta del proprio naso hanno concorso a creare il disinteresse dell’opinione pubblica e del mondo politico rispetto al complesso delle problematiche ambientali e al riscaldamento climatico in particolare.

Mario Tozzi (“La Stampa” del 10/8/2021) accusa con durezza i responsabili di questo stato di cose: coloro che hanno ricercato, estratto e bruciato enormi quantità di combustibili fossili per accrescere i propri profitti anche quando era chiaro dove ciò avrebbe portato; i politici mondiali che, consapevoli del problema, non hanno fatto nulla di concreto per seguire le indicazioni che gli scienziati suggerivano; gli organi di informazione che per anni hanno ripetuto la storiella che i ricercatori erano divisi sulle cause del riscaldamento climatico e quindi sui rimedi da adottare, dando un alibi a chi vedeva in pericolo il proprio status e preferiva non prendere decisioni in merito; quegli uomini e quelle donne della parte ricca del mondo che hanno sottovalutato il cambiamento climatico pensando (erroneamente) che i guasti conseguenti avrebbero riguardato i soli Paesi poveri del Sud del mondo.

Malgrado ciò, ancora oggi troviamo chi non vuol prendere atto della situazione. Non mancano quanti persistono nel negazionismo, tipo Trump, Bolsonaro e chi in casa nostra si allinea a tali posizioni. Non sono però i più pericolosi perché ormai anche i bambini hanno compreso il nulla su cui i sopraddetti personaggi fondano le loro argomentazioni.

Ci sono invece argomenti di opposizione più subdoli. Viene ripetuto che è inutile impegnarsi nella transizione verso le energie rinnovabili se non lo fanno tutte le nazioni del mondo, in particolare Cina ed India che sono grandi generatrici di CO2. Ma le cose stanno così?

In primo luogo, anche questi Paesi si sono impegnati nella riduzione delle emissioni facendo passi significativi su questa strada. Ma soprattutto abbiamo strumenti per intervenire qualora la Cina e altri Paesi indugiassero nell’assumere le proprie responsabilità in merito. Basterebbe che quanti sono impegnati nella lotta al cambiamento climatico interrompessero ogni relazione economica con essi o boicottassero i loro prodotti. Il boicottaggio costituisce una formidabile arma di pressione, e probabilmente darebbe luogo anche a un risultato immediato in termini di riduzione delle emissioni, nel caso dei grandi esportatori come la Cina. “Con la globalizzazione non si può”, viene subito detto. Così ancora una volta si antepongono questioni economico-commerciali alla salvezza dell’ambiente.

Poi entrano in campo, a fare da freno, le preoccupazioni per l’economia e per l’occupazione: le misure per contenere il riscaldamento climatico non possono deprimere lo sviluppo economico e causare disoccupazione; la transizione ha i suoi tempi e ogni accelerazione ha pesanti ricadute negative; la gente non accetterà troppi sacrifici per una tale battaglia. Sono preoccupazioni fondate che, tuttavia, non devono condurre all’inazione o a ritardare il cambiamento, ma piuttosto portare a un maggiore impegno teso anche a rendere sopportabili gli inevitabili disagi e a distribuire i connessi oneri fra tutta la popolazione aiutando chi sarà in maggiore difficoltà.

Invece, permane radicata la convinzione che ci sia ancora molto tempo per il cambiamento, e che comunque, nel mondo che ne uscirà, dovrà rimanere inalterato lo stile di vita attualmente vigente nei Paesi ricchi con i connessi livelli di consumi, anzi uno stile di vita da estendere all’intero pianeta. Si contrappone lo sviluppo alla decrescita, ironizzando sul termine “felice” (impropriamente introdotto da Serge Latouche). Ora è legittimo pensare che la “decrescita” (un ridimensionamento dei consumi dei Paesi ricchi) non possa essere felice, visto che detti Paesi dovranno per forza stringere la cinghia, ma attenzione all’alternativa che potrebbe essere devastante per tutti.

Allora, per evitare la scelta tra difesa dell’ambiente e crescita, tutte le forze politiche (Verdi compresi) propongono lo “sviluppo sostenibile”. Ma che cosa significa in concreto sviluppo sostenibile?

Sviluppo sostenibile dovrebbe significare sostenibile dall’ambiente, e oggi i modi di produzione e i consumi non rispettano tale indicazione: 1) si riciclano solo in parte le risorse non rinnovabili; 2) si utilizzano risorse rinnovabili in misura maggiore di quanto la Terra sia in grado di rigenerare; 3) si producono più rifiuti o cataboliti di quanto la natura possa metabolizzare; 4) si continua a consumare suolo agricolo e forestale; 5) si intaccano e sconvolgono, per qualsivoglia motivazione (compresi i fini agricoli), gli ecosistemi naturali e il territorio su cui insistono; 6) continua l’estinzione di massa di specie animali e vegetali a ritmi mai avvenuti da milioni di anni.

Oggi, nessuno è in grado di porre fine a tutto ciò. Al massimo, i progetti di sviluppo sostenibile cercano di ovviare parzialmente a quanto indicato. Rammento che i decantati accordi di Parigi, anche se fossero sottoscritti da tutti i Paesi e pienamente osservati, risulterebbero insufficienti per raggiungere l’obiettivo di contenere, per la fine del secolo, l’aumento della temperatura media del pianeta entro 1,5°C. Inoltre, al momento, nessuno intende arrestare la cementificazione dei terreni agricoli e forestali, mentre le foreste equatoriali vengono abbattute, e sempre più gli ecosistemi naturali, ai tropici, devono lasciar spazio a una popolazione umana in continua crescita. Quanto alla distruzione del Creato, ben pochi, fin’ora, hanno preso in considerazione il fenomeno, e nessuno ha messo a punto strategie credibili per contrastarlo.

Certo qualche cosa sta cambiando, e c’è differenza tra quanti si pongono il problema ambientale e fanno passi in direzione della sostenibilità rispetto a coloro che lo negano o minimizzano. Tuttavia, troppo spesso (anche da parte di chi si proclama attento all’ambiente) quando si parla di sviluppo sostenibile, l’accento non è posto sull’ambiente, ma sul sistema economico-produttivo: fare di ecologico tutto quanto è possibile salvaguardando le esigenze economico-produttive, invece che promuovere le esigenze economico-produttive nei limiti compatibili con la difesa dell’ambiente.

Sostanzialmente, da tutte le parti politiche, si manifesta una totale fiducia nello sviluppo tecnologico ritenendolo in grado di trovare la soluzione per ogni problematica presente e futura, senza tener conto che il processo di deterioramento ambientale e climatico corre più veloce dell’innovazione tecnologica, e di tempo per agire ormai non ce n’è più molto, prima che certi processi diventino irreversibili. Luca Mercalli dice che abbiamo solo 10-15 anni per realizzare la transizione.

In ogni caso, dovrebbe essere chiaro che ogni ritardo comporta di pagare un prezzo più alto in termini economici, di condizioni di vita e di guasti ambientali. Rispetto a questo ultimo aspetto, molti non hanno ancora compreso come stanno le cose. I necessari interventi per contrastare il riscaldamento climatico sono tesi ad evitare il peggio (non superare i 2° C per la fine del secolo), ma il clima diventerà comunque più caldo e instabile di quanto lamentiamo già oggi, con pesanti ricadute in vari settori produttivi, in primo luogo l’agricoltura; l’aumento del livello del mare potrà essere contenuto (entro 0,5 metri) con riferimento alla fine del secolo, ma il suo livello continuerà a crescere nei prossimi secoli fino a modificare marcatamente le carte geografiche e in particolare quella europea: il nostro continente ha il maggiore sviluppo costiero in rapporto alla superficie, e per giunta coste prevalentemente basse.

Inutile consolarsi dicendo che questo è uno scenario improbabile, imbevuto di catastrofismo. No, è quanto dicono i climatologi. Non prendendone atto, si rischia di ripetere i comportamenti che in questi anni hanno visto il mondo politico, e soprattutto quello economico, minimizzare gli avvertimenti degli scienziati. Portandoci alla situazione attuale.

Giuseppe Ladetto

 

Pubblicato su Rinascita popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )