Sin dalla sua fase preparatoria, quando le truppe che preparavano l’invasione facevano ancora manovra all’interno del territorio russo, si sono da più parti levati preoccupati appelli e preventive invocazioni alla pace.  Si trattava di appelli in gran parte sinceri,  ma nondimeno caratterizzati da uno dei peggiori mali nel nuovo secolo. Un male antico quanto il mondo,  e che ha trovato, dopo il crollo delle utopie dell’ottocento del novecento, una nuova e universale accettazione.  Il convincimento che non tutti gli esseri umani siano uguali.

Quasi nessuno credeva che quel che si sarebbe da lì a poco verificato fosse accettabile, e neanche veramente probabile. In particolare, quasi nessuno credeva che gli orrori della guerra fossero possibili  “nel cuore dell’Europa”, come  quasi immancabilmente si aggiungeva ogni volta che essi venivano evocati. Finendo così per mettere in luce come l’opinione pubblica mondiale divida quasi inconsapevolmente il genere umano in due categorie: una delle quali, separata dall’altra da qualche migliaio di chilometri, o anche semplicemente dal Mediterraneo, avrebbe meno diritti  che non quest’ultima. In particolare, meno diritto a vivere pacificamente secondo i propri costumi e nella propria terra.

Tutti insieme “per la pace.”

Quasi nessuno sembrava credere  che la guerra fosse possibile “nel 2022”, nell’età del benessere materiale. Ottenuto, in misura peraltro piuttosto ineguale, dai popoli europei negli ultimi settant’anni grazie agli “spiriti animali del capitalismo”, usciti ormai vittoriosi dalla competizione con le utopie socialiste.

Tutti sembravano invece credere che questo benessere, peraltro appena assaggiato dai popoli del resto del mondo, fosse la prova di una sorta di progresso, non più solo materiale e tecnico, ma culturale, politico e addirittura morale. Un progresso che avrebbe dovuto risparmiare ai fortunati beneficiari quelle violenze e quei lutti che avevano ininterrottamente funestato la vita delle precedenti generazioni di Europei, così come continuavano e continuano a funestare la vita degli altri popoli, in particolare di quelli asiatici.

Di fronte a queste tragedie in paesi esotici e lontani, gli Europei avevano assunto –  ed hanno tuttora – un atteggiamento che si può confrontare a quello del maestro con lo scolaro. Nei casi migliori, quando non si cercava di trarre profitto,  ci si limitava ad ammonimenti e a condanne verbali. Si trattava, per lo più, di appelli alla pace, estremamente generici che non a caso finivano – e finiscono – per mobilitare folle che ostentavano i cartelli e gli striscioni più disparati.

Né questo atteggiamento è cambiato quanto, con brusco risveglio, si è assistito al ritorno della guerra in Europa. E non ad una confusa molteplicità di guerre in cui si affrontavano popoli, come quelli della ex Jugoslavia, poco numerosi e poco conosciuti, e che dell’immaginario occidentale erano stati immediatamente degradati a livello di “conflitti tribali”. No. In questo caso era coinvolta una potenza di prima grandezza, la Russia post-sovietica, che affrontava – in una sorta di guerra contro la sua stessa anima – il fratello popolo ucraino.

Anche stavolta, la reazione degli Europei, quando non si è tradotta in un tentativo di inserirsi a proprio vantaggio nel conflitto, come nel caso della Polonia, non è riuscita ad andare al di là di un generico e sterile pacifismo di maniera. Lo abbiamo visto purtroppo anche a Firenze dove, accanto ad un sincero desiderio di essere di aiuto alle vittime innocenti del conflitto, le invocazioni a mettere “l’Italia fuori dalla Nato”  si mescolavano con quelle a intervenire a favore dell’Ucraina.  Un’ambiguità che ha trovato il suo punto apicale negli applausi ad un politico,  certo improvvisato, ma dotato di notevolissime doti retoriche e di capacità di mobilitazione delle folle,  che chiedeva a difesa del suo popolo e del suo legittimo diritto a vivere in pace,  misure – come la creazione di una No Fly Zone – la cui imposizione rischierebbe di tramutare l’attuale dramma ucraino nella Terza guerra mondiale,  vale a dire in una tragedia per l’intero genere umano.

È stato questo sfondo a dare maggior risalto all’appello pronunciato dal Papa due giorni or sono. Un appello non solo a deporre le armi,  ma anche a controllarne la ragion d’essere facendo ricorso, in ogni luogo e in ogni momento ove ciò fosse possibile,  al dialogo e alla  trattativa.

Il contrario della guerra

“Si punti veramente decisamente sul negoziato”, ha detto infatti Papa Francesco. Una parola, ed un’indicazione,  immediatamente ripresa dal presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Monsignor Vincenzo Paglia che l’ha definita “l’unica voce realistica in questa dissennata corsa a dare voce a missili e cannoni”. Ed ha aggiunto: “solo il negoziato è lo strumento che la storia degli uomini ha saputo realizzare per arrivare a delle soluzioni. Ed oggi una soluzione è invocata a gran voce da chi ha a cuore il futuro di tutto il Continente. E lo ripeto: una politica lungimirante potrà indicare una strada a tutta l’umanità.”

Questo insistere sulla parola “negoziato” appare carico di significati. In primo luogo, perché se la pace è l’obiettivo, lo strumento più adatto per raggiungerla è proprio il negoziato.  E poi perché troppo di frequenze la parola “pace” è stata usata per giustificare lo statu quo, per congelare situazioni di grave ingiustizia, e talora addirittura di peggio.

Già solo limitando lo sguardo alla presente tragedia ucraina, è facile notare come essa metta in luce l‘ipocrisia dell’Europa e dei suoi alleati che, dopo aver fatto agli Ucraini e al loro improvvisato Presidente ogni sorta di promesse, oggi saggiamente limitano il loro intervento nella questione a qualche manifestazione “pacifista”. E che, se davvero sono interessati alla pace mondiale, e se non nutrono segreti e pazzeschi progetti contro la Russia,  faranno bene a recepire il messaggio contenuto nel durissimo colpo sofferto a Yavoriv, che ha rivelato al mondo l’infiltrazione di loro uomini sul territorio ucraino; sia che si tratti di “istruttori”, sia  di specialisti della guerra.  E a porvi termine.

Per sedersi, invece, ad un vero tavolo negoziale. Al fine, come scrive Monsignor Paglia, di  “inventare una soluzione politica. Perché solo da una soluzione politica equa, reale, rispettosa del diritto internazionale e dei diritti potrà venire un’Europa dei popoli del futuro.” E più in generale perché, in un mondo che non può restare immobile di fronte agli squilibri e alle ingiustizie in esso esistenti, l’unica alternativa rispetto a quel feroce strumento di cambiamento che è la guerra, non può essere una generica aspirazione alla pace, bensì il concreto e paziente impegno nel negoziato.

Giuseppe Sacco