Trent’anni che non bastano a cancellare il senso di sgomento e il giudizio sull’impudicizia con cui la mafia attaccò tanto duramente, in Giovanni Falcone, un intero Paese e la sua gente che la mafia non la vuole.

Come accaduto in precedenza con la vicenda Moro e il terrorismo, il barbaro attentato di Capaci, assieme a quello successivo contro il giudice Borsellino, segnò il punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata. E c’è da riflettere sul fatto che in questa nostra Italia abbiamo sempre bisogno di un qualcosa di drammatico per prendere atto dell’esistenza di fenomeni che sarebbero da combattere, comunque, perché devono essere sradicati.

Falcone pagò la determinazione e l’intelligenza con cui aveva stanato la mafia. Egli non aveva alcuna teoria preconcetta. Seguiva i “piccioli”. Faceva l’investigatore vero e questo gli guadagnò la stima e la fiducia di colleghi e inquirenti di tutto il mondo. E chissà dove era giunto ad individuare gli intrecci creati dai mafiosi nel resto d’Italia e persino all’estero. Magari nei grandi santuari della finanza del Nord Europa. Ma questo suo modo di fare il magistrato non piaceva a tutti. Anche a molti di quelli che, poi, una volta morto lo hanno celebrato cercando di far dimenticare tutte le diffidenze montate contro di lui a causa del suo modo “non ideologico” di combattere la criminalità siciliana, e non solo.

Avremo bisogno ancora di anni per sapere se l’attentato che costò la sua vita, quelle della moglie e tre dei suoi agenti di scorta fu solamente la vendetta di Totò Reina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro e l’avvio della plateale sfida agli italiani lanciata con la lunga stagione degli attentati mafiosi destinata a durare fin al 1993. Solo la Storia ci saprà dire se anche a Capaci operarono quelle “menti finissime” – così le aveva definite proprio Giovanni Falcone – che utilizzando la manovalanza mafiosa puntavano al loro fine ultimo, quello di provare a chiudere la pagina della democrazia italiana nata cinquant’anni prima.