Sembra che il bipolarismo maggioritario che abbiamo conosciuto da trent’anni a questa parte – a conferma della necessità di disfarcene che abbiamo, da tempi non sospetti, tenacemente sostenuto – si stia consumando e si decomponga da solo, scosso da ragioni endogene all’uno ed all’altro dei due schieramenti.

Pare che il focus della competizione elettorale – auspice il fatto che troppi considerino la vittoria fin d’ora consegnata alla Meloni – anziché tra i due poli si stia piuttosto concentrando, da una parte, all’interno della destra, dall’altra tra gli attori di quello che avrebbe dovuto essere il cosiddetto “campo largo”.

In questo senso, il “Terzo polo”, per il semplice fatto di esistere, sta facendo la sua parte, provocando quel po’ di bradisismo che concorre a dilatare, mostrandole con maggiore evidenza, quelle linee di frattura che non depongono, su ambedue i fronti, comunque vada, a farci intravedere una prossima legislatura di lunga durata. La guerra in Ucraina tiene sotto schiaffo il povero Salvini, in modo sempre più evidente. Il leader della Lega è ridotto ad una macchietta ed a preoccuparsi seriamente dovrebbero essere i suoi amici di partito, destinati, se continua così, ad immolarsi ad un capo in via di spegnimento.

Altrettanta preoccupazione dovrebbero avere quei ceti produttivi ai quali penosamente si abbarbica, accampando – ed è un bel paradosso – le difficoltà che su loro ricadono per colpa di Putin, a sostegno di quest’ ultimo, chiedendo, con il suo ormai quotidiano piagnisteo, che gli vengano abbonate le sanzioni e sperando, con ogni probabilità, che il suo grido di dolore giunga fino a Mosca. Ma, soprattutto, dovrebbe essere la Meloni ad allarmarsi e non poco.
Se il suo partito fosse il più votato ed ottenesse pure fino ad un quarto dei consensi espressi, per accedere al soglio di Palazzo Chigi avrebbe, ad ogni modo, bisogno di quella comunque abbondante messe di voti – almeno un quinto circa dei votanti, secondo i sondaggi – che, congiuntamente, assicurano alla coalizione Salvini e Berlusconi, a vario titolo amici di merenda di Putin. Se a questo si aggiunge la precarietà di un esito elettorale probabilmente inficiato da un astensionismo mai così alto, la sua originaria ascendenza storica, il nazional – sovranismo abbracciato prima della repentina conversione atlantica ed europeista, non è lieve il carico di contraddizione e di diffidenza, che la leader di Fratelli d’Italia trascinerebbe in giro per le cancellerie europee ed occidentali.

Rischiando che, attorno all’Italia, si crei un alone di larvato sospetto, quasi rappresentassimo una sorta di quinta colonna del nemico. Con tutte le conseguenze che ne deriverebbero sul piano di dinamiche europee ed internazionali, laddove la politica ha sensori assai più sofisticati di quelle caserecci in uso da noi. A questo punto, il lato debole della Meloni rischia di essere la sua stessa forza, il carico di attese eccedente la sua effettiva dimensione che si scaricano sulle sue spalle.

Non dovrebbe temere più che un polo di sinistra, a sua volta gonfio di contraddizioni, i suoi stessi amici? E’ sicura che non le stiano allestendo la sorpresa di un grazioso ”cadeau”? In quanto alla sinistra, il difetto sta nel manico.
Le contumelie tra quelli che avrebbero dovuto essere gli attori del cosiddetto “campo largo” sono la necessaria conseguenza di un peccato d’origine di cui il PD non si avvede, perché sta nelle sue corde, nella stessa concezione originaria cui risponde, in quanto aggregato elettorale piuttosto che partito.

Nessuno – forse neppure coloro che lo hanno proposto – ha capito cosa fosse o volesse essere il “campo largo”.
Una forma “soft”, addolcita ed un po’ mascherata della classica “vocazione maggioritaria”, che il PD, non potendo più reggerne l’onere da solo, intendeva, in qualche modo, condividere con altri, pur conservando saldamente nelle proprie mani, il bastone del comando? Oppure la riedizione, in forme aggiornate, del mito “ulivista”? Non si è trattato piuttosto di un pasticcio mediano tra l’una e l’altra delle suddette opzioni, scordando che un “campo”, per quanto largo, è tale se dei precisi confini che ne delimitano l’area? In caso contrario, diventa uno spazio slabbrato in cui si entra o da cui si esce senza criterio e senza strategia.

Domenico Galbiati