Neanche l’avessimo fatto apposta, pur non avendo la classica palla di cristallo, è innegabile che ci abbiamo preso quando, nel Manifesto di “Politica Insieme”, abbiamo affermato come sia oggi necessaria una strategia non più di semplice riformismo, bensi’ di “trasformazione” del nostro contesto sociale, politico e civile. In fondo, l’epidemia con l’ insieme dei suoi correlati, a modo suo, lo conferma.
Intanto che la politica è del tutto orientata altrove e lascia sullo sfondo le questioni su cui era concentrata la sua attenzione prima che scoppiasse la pandemia o meglio non puo’ far altro che riconsiderarle entro questo nuovo orizzonte, può essere un utile esercizio – con la ponderazione e la pacatezza che questo tempo sospeso, tutto sommato, può favorire – stendere una sorta di “memorandum” delle questioni che, passata la bufera, dovremo pur prendere in esame in un’ottica inesorabilmente nuova.
Un esercizio che dovremmo sviluppare collegialmente, aggiungendo un tema all’altro e, di volta in volta, riordinandone l’insieme in una sequenza logica. Peraltro, è prematuro pretendere di veder chiaro quali siano le conferme o le smentite, gli indirizzi, i criteri di valutazione, l’ordine delle priorità, le categorie interpretative che si possono trarre da questa lezione collettiva che il virus ci sta impartendo.
Lo stesso lavoro di elaborazione programmatica che i nostri “gruppi di lavoro” stanno sviluppando, sulla scorta del Manifesto, vanno condotti a termine nel quadro concettuale – anche più stringente di quanto non avessimo immaginato – di una nuova intelligenza politica delle cose, ricercando con cura quei pochi, ma illuminanti punti di sintesi dirimenti che orientino e rendano esplicito e percorribile il percorso di “trasformazione” che proponiamo.
Chiarendo che quest’ultima non è una provocazione buttata lì a caso, né un’idea astratta, ma piuttosto – trasferendo legittimamente nel campo della politica, un concetto fondamentale in filosofia della scienza – la presa d’atto che , se vogliamo comprendere i fenomeni sociali del nostro tempo e cercare di governarli, dobbiamo adottare un nuovo paradigma.
“Trasformare” significa cogliere la sostanza delle cose in una dimensione più profonda e, quindi, più’ vera.
Come in ambito scientifico, non si butta nulla, si avanza per successive accumulazioni finché, oltre una certa soglia, la teoria del momento viene assorbita, come caso particolare, in una cornice più ampia e più esaustiva.
E’ un po’ quello che dobbiamo fare anche noi. E la pandemia qualche indirizzo ce lo offre fin d’ora.
Anzitutto, in questi giorni stiamo dimostrando che il carattere morale degli italiani nulla ha a che vedere con quella involuzione rabbiosa, livida di rancore, fino al limite di un odio sociale che non appartiene alla nostra storia ed alla nostra sensibilità. Sarebbe bene ne prendessero atto anche coloro che hanno coltivato questi sentimenti addirittura come architrave di un disegno politico. Si creerebbero almeno le condizioni per ristabilire una dialettica civile degna di una grande democrazia.
E, nell’ ideale memorandum di cui si diceva, almeno un versante, per intanto, andrebbe annotato. Infatti – dopo la lunga stagione di rivendicazione di diritti civili che ha visto anche la sinistra sviluppare una vocazione di stampo radicale che poco ha a che vedere con la sua originaria vocazione popolare – abbiamo bisogno di dispiegare una forte iniziativa sul piano dei “diritti sociali”, orientata a sostenere la vita delle famiglie ed a ridurre progressivamente le diseguaglianze sociali che, oltre ad essere moralmente inaccettabili, rappresentano anche un grave ostacolo quando, come succede oggi, si devono affrontare situazioni che, per loro natura, esigono un grande impegno paritario e solidale di tutti.
In definitiva, questi giorni di “distanziamento sociale” non dimostrano forse che i bastioni in cui resistiamo al nemico invisibile sono le nostre case e le nostre famiglie? Le munizioni che impegniamo quotidianamente per resistere all’assedio e preparare la riscossa non sono forse gli affetti vissuti nei nostri contesti familiari ed un nuovo senso di amicizia civile e di comunità che sembra forse riuscire, almeno un po’, a sgretolare perfino l’anomia dei nostri ambienti metropolitani?
Domenico Galbiati
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