Siamo un Paese di gente sempre più vecchia. Di figli se ne fanno pochi (1,3 per donna), condannandolo ad un declino demografico patologico caratterizzato da un crescente squilibrio fra le generazioni.

Il mondo politico e quello dell’informazione mettono in campo, a spiegazione del fenomeno, i soliti argomenti ormai alquanto stantii. Le istituzioni, ci dicono, non aiutano chi vuol metter su famiglia; mancano gli asili nido e le scuole materne; il lavoro, per come è strutturato, non consente alle donne lavoratrici di essere mamme; gli aiuti diretti alle famiglie, come gli assegni familiari, sono insufficienti; tirare su dei figli costa, impresa impossibile per chi è disoccupato o con un lavoro precario.

Sono fatti reali, ma difficoltà molto maggiori c’erano state anche in passato (pensiamo al tempo di guerra e all’immediato dopoguerra) senza un crollo della natalità. Non si vuole prendere atto che alla base del fenomeno c’è dell’altro: c’è, come ha detto Giuseppe De Rita, una “dinamica culturale malata”. Infatti, se non si fanno più figli, è soprattutto perché non si vuole ridimensionare il tenore di vita, né modificare abitudini e comodità. Le nuove generazioni, quelle in età fertile, anche quando non escludono di avere un figlio, spostano sempre più in là negli anni la decisione, volendo vivere pienamente gli anni giovanili senza impegni familiari e privilegiando le possibilità di carriera.

In genere, i più di coloro che si comportano in tal modo non sentono alcuna necessità di giustificare il loro comportamento. Al massimo fanno proprie le argomentazioni dominanti nei media e tra i politici, aggiungendo che sarebbe irresponsabile mettere al mondo un figlio nella situazione in cui si trovano, per giunta in un mondo dominato dall’incertezza per il futuro.

Fra chi intende giustificare con altri argomenti il non volere figli, alcuni parlano di scelte personali che possono essere dettate da motivi serissimi e non da egoismo, ma c’è anche chi, in termini generali, pone la scelta di non avere figli sullo stesso piano della decisione di avere una discendenza. Nessuno, ci dicono, ha la verità, e nessuno può dire che la sua scelta sia quella giusta. Del resto, si aggiunge, bisogna rispettare ed accettare tutte le scelte.

È un ragionamento riconducibile alla concezione liberale per la quale ciascuno è libero di fare quello che vuole finché non lede la libertà altrui. Ma questa affermazione, cara ai liberali, ritengo sia fondata su un presupposto erroneo. Infatti, qualunque nostra azione ha sempre in qualche misura ripercussioni sulla vita degli altri, persone a noi vicine e talora lontane nello spazio e nel tempo. In tal modo, può interferire con la loro libertà.

Proprio sul tema della denatalità, qualche tempo fa, Mario Deaglio, in un incontro con dei giovani, ha detto che, di tutti i problemi che affliggono l’Europa, il principale è proprio la denatalità. Una società con pochi figli è una società in declino in tutti gli ambiti, compreso quello economico-produttivo: non consente sviluppo, non fornisce opportunità, non produce occupazione. Quindi il rifiuto di avere figli, quando diventa un comportamento diffuso, ha conseguenze negative sull’intera società e quindi sulle persone che ne fanno parte. Pertanto, lede la loro libertà (che non è qualche cosa di indipendente dalle condizioni del Paese).

Altri ancora si trincerano dietro la denuncia della non sostenibilità planetaria di una crescita demografica che porterà la Terra ad avere più di nove miliardi di abitanti nel 2050. Ma un conto è sostenere la necessità di politiche attive per diminuire la natalità in Paesi ove (come in larga parte dell’Africa nera) la fecondità femminile è ancora superiore ai 4-5 figli, politiche che dovrebbero fondarsi sull’innalzamento del livello di istruzione, in particolare delle donne, per mettere la popolazione in grado di affrontare il problema. Altra cosa è il rifiuto di riprodursi, ciò che nega l’elemento fondamentale della vita che caratterizza tutte le creature, per le quali l’obiettivo primo (assegnato ad esse dal processo evolutivo) è assicurare la continuità del proprio patrimonio genetico.

Certamente la negazione del ruolo fondamentale della riproduzione per tutti gli esseri viventi è un argomento assolutamente privo di qualunque valore in una società che sta mettendo completamente da parte la componente biologica dell’essere umano, ritenuta un residuo di ere lontane di cui disfarsi.

Fra chi sceglie di avere una vita senza figli, ci sono sia uomini, sia donne (ritengo in percentuali sostanzialmente equivalenti), ma da qualche tempo si fa sentire più presente la voce di donne che introducono in argomento anche il tema della maternità nella definizione dell’identità femminile.

Viene respinta la concezione della donna destinata ad essere madre, addirittura “fattrice” (con termine zootecnico), espressione della mentalità maschilista e relitto culturale di una società patriarcale. Ecco alcune delle considerazioni espresse in lettere di donne pubblicate su “La Stampa”: “Un modello unico di donna (quello della madre dedita ai figli) non esiste o, se esiste, è stato picconato e discusso in favore di nuovi modelli o meglio di nessun modello”; “Oggi le donne sono arrivate al punto di poter mettere in dubbio la necessità di diventare madri. Possono definirsi donne senza doversi definire per forza anche madri e senza dover fornire motivazioni della loro scelta, senza subire il muto rimprovero o il compatimento di chi sta loro di fronte”; “Come ogni altra, l’identità femminile è un insieme complesso e integrato, e non essere madre è una delle tante possibili declinazioni di questa identità. Punto”.

Rilevo che anche l’identità maschile non si riduce al solo essere “padre”, un aspetto che tuttavia è – anzi, deve essere – compatibile con tutti gli altri obiettivi desiderati. La rivendicazione femminile è comprensibile se rappresenta un’aspirazione alla parità con l’altro sesso in tema di genitorialità, anche distribuendo i relativi compiti in modo più equilibrato nell’ambito famigliare. Assai meno (e ciò vale anche per i maschi) se l’essere genitori viene considerato soltanto una delle tante possibili opzioni della quale si può tranquillamente fare a meno.

Ho già detto che è del tutto inutile richiamare la centralità del ruolo riproduttivo nella vita di tutte le specie di esseri viventi, quindi anche della nostra; ma, a fronte dell’individualismo assoluto oggi dominante, cade nel vuoto anche il riferimento al dovere che ognuno ha di evitare il declino della società di cui è parte.

Bisogna allora introdurre un’altra considerazione che qualcuno definirà “brutale”, mentre è solo ispirata a realismo.

In passato, gli anziani sopravvivevano solo grazie al sostegno dei figli. Anche per questo motivo le famiglie erano numerose. Nelle società “primitive”, un anziano, se restava senza figli perché morti prematuramente, era allontanato dal villaggio, o più spesso lo abbandonava volontariamente per andare a morire in un luogo isolato. Nelle famiglie allargate di tipo patriarcale del mondo agricolo, c’era un po’ più di spazio per un parente anziano senza figli (uno zio o una zia dei giovani), anche perché in campagna gli anziani non allettati erano in grado di svolgere qualche mansione utile. Invece, ancora poco più di un secolo fa, in Europa un anziano delle classi popolari urbane, privo di figli, doveva affidare la propria sopravvivenza alla carità degli enti religiosi e, sovente, moriva di stenti. Succede ancora oggi nei Paesi poveri del Sud del pianeta.

Nel mondo attuale, il compito di garantire la sopravvivenza degli anziani è stato trasferito alla collettività mediante la previdenza sociale. Ma attenzione, il ruolo dei figli non risulta annullato: è semplicemente passato dalla comunità familiare alla comunità nazionale. In una società avviata a restare senza figli, o quasi, la società nel suo insieme non avrà più la possibilità di garantire la sopravvivenza degli anziani o di offrire loro condizioni di vita accettabili.

Non si deve pensare che il problema possa essere risolto solo con il versamento di adeguati contributi previdenziali, perché il capitale in se stesso non è produttivo: per dare frutti, deve essere fecondato dal lavoro delle nuove generazioni, purtroppo assenti o insufficienti allo scopo.

Ma ci saranno i giovani immigrati, viene detto. Grazie a loro, sarà possibile assicurare le future pensioni degli italiani e più in generale degli europei. È ingenuo affrontare il problema previdenziale solo in una logica contabile senza tenere conto di una realtà fatta di legami, di sentimenti, di interessi e di rapporti di forza. In una società in cui si indeboliscono i legami intergenerazionali, fino a quando i giovani saranno disposti a farsi carico di anziani che ritengono privilegiati avendo avuto molto di più di loro?

Questo conflitto generazionale, già evidente, fino a dove potrà spingersi se il costo previdenziale dovesse essere caricato in crescente misura su giovani immigrati che non sentiranno di dovere alcunché a gente anziana con cui non hanno legami, lontana da loro, e giudicata egoista e non rispettabile per non aver assolto al compito, da loro ancora ritenuto vitale, di mettere al mondo dei figli?

Altri ottimisticamente confidano nella tecnologia: ci dicono che non c’è problema perché, a sostituire i giovani, ci saranno robot ed androidi cui affidare il lavoro produttivo e il sostegno degli anziani.

Mettiamo da parte le fughe in avanti e restiamo con i piedi per terra. È evidente che le cose non possono procedere come sono andate in questi ultimi tempi, e che sarà necessario prendere delle misure adeguate. Infatti, il progressivo innalzamento dell’età pensionabile in corso dipende certo dall’allungamento della speranza di vita, ma incide su tale misura anche lo squilibrio generazionale: non c’è più un numero di giovani (ovvero di figli) sufficiente per sostenere il peso del mantenimento di anziani non più produttivi.

Nel definire l’età a cui il lavoratore ha titolo di andare in pensione, è considerato equo tenere in considerazione la gravosità del tipo di lavoro svolto e l’usura connessa. Nella stessa logica, molti ritengono giusto prevedere anticipi di pensionamento per le donne che hanno avuto ed allevato dei figli, non senza fatica, sacrifici e rinunce. Una tale misura potrà essere estesa anche ai maschi con figli, perché gli oneri imposti da tale condizione riguardano anche loro, tanto più se si procederà ad un riequilibrio dei compiti in materia all’interno delle coppie. Si potrà andare pertanto verso un trattamento pensionistico differenziato fra chi ha avuto figli e chi no.

Alcuni provvedimenti in questa direzione sono già stati predisposti, suscitando critiche ed opposizione essendo ritenuti discriminanti, lesivi di diritti ed anticostituzionali. Tuttavia, se risultassero insufficienti tutte le politiche messe in campo per rimuovere gli ostacoli a chi si propone di avere una discendenza, e se quindi lo squilibrio generazionale dovesse ancora aumentare a causa dei troppi che non intendono avere figli, sarà la realtà dei fatti ad imporre misure nel senso di una marcata differenziazione di trattamento fra chi ha compreso l’importanza della continuità generazionale, e chi preferisce vivere egoisticamente nel solo presente e privilegiare la propria realizzazione personale o professionale.

Ricordiamoci che le conquiste sociali e i sempre rivendicati diritti non si reggono sul nulla; richiedono senso di responsabilità verso la casa comune e l’impegno dei cittadini con le risorse che ne derivano. Ai tanti diritti devono corrispondere doveri.

Giuseppe Ladetto

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)