Qualche giorno fa alla trasmissione della Annunziata “Mezz’ora in più, il prof. Sabino Cassese, candidato autorevole al Quirinale, ha fatto un breve accenno alla possibilità che alla carica di Presidente della Repubblica salga una donna. Argomento subito tacitato dalla giornalista Annunziata con il presupposto che i posti in cariche di prestigio nel Paese si offrono alle donne quando gli uomini non hanno trovato tra loro una soluzione.

La Stampa, a firma Montesquieu, riprende l’argomento aggiungendo che alle qualità dell’uscente presidente si possano aggiungere quelle dell’universo femminile senza precisare quali esse siano (es. = empatia e solidarietà??).
Prendo coraggio è scrivo una email al prof. Cassese, lui da gentiluomo qual è, mi risponde sorprendendomi ed incoraggiandomi a porre il problema pubblicamente. Accolgo con una riflessione di principio: siamo pronti ad accettare che il Paese sia rappresentato da una donna? Credo di no, con rammarico.

Perché oggi,  25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza alle donne, siamo abituati a fare politiche per la donna (inclusione di genere in tutti i settori lavorativi. sociali e culturali, politiche familiari, politiche sanitarie, ecc.) ma queste presuppongono che il destinatario sia per l’appunto un destinatario e non un “costruttore” di politiche. E di questo nostro agire politico siamo giustamente soddisfatti e ragioniamo in termini di miglioramento delle azioni che abbiamo messo in campo (giustissime tutte non c’è discussione) ma il salto nel ragionamento che da destinatarie
faccia sorgere a costruttrici delle scelte del Paese non è nella coscienza collettiva. Ed è persino dimenticata quella splendida espressione di Papa Luciani nel lontano 1978, che disse che Dio è anche Madre; forse è giunto per il nostro Paese il momento che dopo molti Padri ci sia una Madre a guidare?

Chissà forse dovremmo scegliere una donna che non sia la versione “in gonnella” di uno qualsiasi dei presidenti che si sono succeduti, ma una donna che ci rappresenti, non solo nella competenza ma nella fortezza morale, nel coraggio nel vivere quotidiano, nello spirito di abnegazione, sensibilità e solidarietà per tutti, che in questo frangente di pandemia abbiamo apprezzato e lodato; che in buona sostanza significa di fatto essere “costruttrici” del Paese senza che la coscienza collettiva te lo riconosca. E poiché lo facciamo da molto tempo, pagando il prezzo dell’indifferenza, dell’irriconoscenza e financo della violenza, ecco! forse ce lo meritiamo da sole ancor prima che ci venga riconosciuto. E si dovrà iniziare a dirlo in ogni incontro pubblico che capiterà di fare, ma soprattutto il dibattito dovrà giungere alle orecchie del Parlamento in carica, dove i partiti presenti finora hanno percorso le sole consolidate strade della tattica nell’avvicendamento del potere all’interno della medesima classe d’élite politica, senza considerare e neanche ascoltare quello che la disaffezione al voto, volata oltre il 50%, manda a dire chiaramente.

Elisabetta Campus