Con tenacia degna di miglior causa, la Corte costituzionale tedesca è ieri – appena terminata una dei più difficili e inconcludenti riunioni del Consiglio Europeo degli ultimi tempi – nuovamente intervenuta a riaffermare l’inconciliabilità tra la politica europea della Cancelliera Angela Merkel e l’inalienabile sovranità della Repubblica Federale.  Ed ha gettato così un nuovo clamoroso ostacolo sul Piano di rilancio economico che tanto è stato acclamato negli ultimi mesi; il Piano su cui si fondano tutte le promesse e tutta la credibilità del tentativo italiano di uscire dalla inconcludenza dell’ineffabile Conte e delle sue ambigue maggioranze, e di porre termine agli sprechi degli ultimi quattro anni.

L’autorità tedesca di ultima istanza ha dunque deciso che il Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmayer non potrà per ora controfirmare la legge di ratifica del Fondo europeo per la ripresa. Il capo dello Stato dovrà attendere per convalidare definitivamente questo provvedimento, approvato da entrambe le due Camere del sistema tedesco, fino al momento in cui la Corte non ne avrà esaminato la legittimità costituzionale.

Tale delibera si collega a varie analoghe pronunce del passato. In particolare, ad un ricorso proposto, tra altri, da un noto esponente, anzi da uno dei cofondatori, di Alternative fur Deutscland, il partito dell’estrema destra germanica. E’ perciò una delibera che non solo fornisce una indicazione assai negativa sui venti politici che soffiano a Berlino e dintorni.  Essa permette purtroppo anche di far intravedere il volto di una Germania antica, immutabile, per certi versi allarmante, la quale – sùbito e più concretamente – minaccia di rimettere in discussione il meccanismo fondato su un debito comune, con tanta fatica partorito nel corso di questo ultimo anno.

Cosicché una vera e propria spada di Damocle pende ormai sul meccanismo in cui si è sperato – con un forte contributo del classico “ottimismo della volontà” – di poter vedere il segno di una solidarietà di tipo nuovo tra le Nazioni dell’Europa continentale, e addirittura di una nuova fase storica. Di una nuova stagione i cui primi germogli sarebbero proprio i trasferimenti finanziari denunciati dalla Corte di Karlsruhe, quelli nei quali invece il nostro Mario Draghi, e il Presidente Mattarella, la cui decisione personale sulla indicazione del nuovo premier ha fortemente interpretato i sentimenti del paese, sembrano vedere il primo passo di una lunga strada in cui dobbiamo continuare ad avanzare con fiducia.

Non a caso, infatti, come riportato dalla stampa economica, alla più recente riunione via zoom del Consiglio Europeo, Draghi ha parlato – da par suo – di un importante obiettivo politico di lungo periodo, invitando gli altri leader europei a “prendere esempio dagli Stati Uniti, che hanno l’unione dei mercati dei capitali, l’unione bancaria completa, ed un “safe asset”, il Treasury, tutti elementi che sono determinanti nell’affermare il ruolo internazionale del dollaro”. Il quale, sia detto en passant, ha recuperato negli ultimi giorni il 4% sull’Euro: il prezzo delle difficoltà in cui si dibatte l’Europa per la pessima gestione della questione vaccini, e dello scatto che, in senso opposto, ha saputo fare la Repubblica Stellata.

Su tale questione, come dicevamo, l’Unione Europea, la sua Commissione, i suoi burocrati e più di tutti la signora von der Leyen hanno fatto – e continuano a fare – una pessima figura. Il colpo che per questo hanno subìto è stato particolarmente duro soprattutto per la Cancelliera Angela Merkel, che il progetto di rilancio europeo tramite una garanzia collettiva ha – se non concepito – certamente tenuto a battesimo. E che aveva – così facendo – osato sfidare contemporaneamente i tabù tedeschi e le difficoltà create dalla pandemia.

Il risultato è stato che la Merkel, anche se è crudele dirlo, appare ormai come un’anatra zoppa, la cui moderazione e la cui intelligenza politica non sembrano più rappresentare l’umore dei Tedeschi: umore caratterizzato da un senso di superiorità morale che non può far che danni in primo luogo alla Germania, come già si è visto – per limitarci ai casi più recenti – nella cosiddetta “crisi migratoria” del 2015

Sulla penuria di vaccini, la Merkel è infatti apparsa in posizione di debolezza. In primo luogo, è stata abbandonata da alcuni dei più importanti satelliti della Germania, come l’Austria del Cancelliere Kurz che –  dopo aver cercato di fare il furbo, prima prenotando solo AstraZeneca, poi chiedendo soccorso ad Israele – ha alla fine persino tentato di ottenere una redistribuzione a suo favore delle dosi prenotate dagli altri paesi membri, e consegnate solo in piccola parte.

Di fronte alla situazione in cui si dibatte l’Europa,  la Merkel sembra essersi arresa all’idea di far ricorso al vaccino russo Sputnik. Ma per non irritare Biden – la cui politica estera sembra attraversare una fase di forte nostalgia per la Guerra Fredda –  ha cercato di nascondere la manina, avanzando la proposta che fosse la UE si rivolgersi a Mosca: proprio quella UE che, per correre dietro agli Stati Uniti, aveva condannato tanto duramente Putin e il suo governo da spingere Lavrov a dichiarare, due giorni fa, che d’ora in poi il Cremlino si rifiuterà di aver rapporti con Bruxelles, limitando le proprie relazioni diplomatiche ai paesi membri, su base bilaterale.

Non è certo con piacere che i partner europei della Germania vedono questo declino della più notevole personalità politica tedesca dopo la scomparsa dalla scena del suo “padre spirituale“ Helmut Kohl. Ma è comunque un fatto che non si può ignorare; come non si possono ignorare le grandi mutazioni in atto, in Europa e in Germania. E delle quali occorrerà tener conto sin dall’inizio dell’urgente opera di riflessione e di analisi sull’Europa e sul mondo post-covid.

Mondo “post-Covid” che con l’odierno “mondo del Covid” potrebbe avere molti tratti in comune; molti più di quanti ci faccia piacere pensare.

Giuseppe Sacco