Il passaggio del settore pubblico ad una filosofia aziendalista di stampo privatistico non ha lasciato esente il settore dell’Istruzione, nel caso specifico di cui scriviamo, l’Università.

Diverse sono le voci che mettono in evidenza le criticità del modello di governance derivante dall’approccio aziendalistico, che è guidato da una metrica della prestazione, accertata prevalentemente con indicatori numerici di tipo bibliometrico. Fra le conseguenze negative di questo approccio, prominente è la tendenza da parte degli studiosi, specie agli inizi della carriera, a pubblicare lavori che raccolgano i punteggi più elevati, piuttosto che a impostare ricerche ritenute significative per la loro ricaduta sociale e appassionanti per chi ha a cuore il futuro della società. Eppure, l’università dovrebbe promuovere una progettualità formativa basata su un patrimonio valoriale e culturale che vada ben oltre il semplice utilitarismo che ha dominato l’aspetto aziendale privato. In questo articolo, proviamo ad evidenziare una delle più esiziali conseguenze della spinta aziendalista a conduzione manageriale dell’università, ossia la marginalizzazione di settori, materie e insegnamenti, che vengono ritenuti a scarsa domanda.

Le istituzioni formative, università incluse, vengono sempre più concepite come appartenenti ad un mercato competitivo, dove i destinatari del servizio sono considerati clienti che scelgono quella che considerano l’offerta migliore e da questa scelta vengono fatti dipendere assetti strutturali e di finanziamenti fino alla potenziale chiusura dell’offerta di certe discipline. Nella legittimazione dell’utente-cliente e per tanto consumatore a scegliere il servizio ritenuto migliore o più economico, si arriva a trattare l’istruzione e la cultura come un prodotto di consumo. Questo approccio ha incentivato la proliferazione di insegnamenti e corsi di laurea “trendy”, fino a quello per influencer, e sta facendo scomparire quelli meno richiesti. Ma, ci chiediamo, da che cosa è determinata la domanda di percorsi di istruzione? È soprattutto la richiesta che proviene dal mondo dell’economia a richiedere figure professionali sempre in mutamento. Ma vogliamo legare i destini della cultura e della scienza solo agli sbocchi lavorativi del momento?

Due sono le ragioni per una risposta negativa a questa domanda. La prima ragione è che proprio il ritmo veloce del cambiamento suggerisce di dotare le persone di solide cognizioni di base che permettano l’auto-istruzione, evitando di riempire le loro teste delle tecniche correnti che diventeranno obsolete nel giro di pochi anni. Ormai sono molte le imprese che preferiscono offrire loro un training specifico ai loro dipendenti appena assunti, perché comunque l’università non potrà mai impartire quelle specializzazioni necessarie a ciascuna azienda. La seconda ragione ha a che vedere con l’impropria egemonia che l’economia – e un’economia ispirata all’utilitarismo – ha giocato negli ultimi decenni su qualunque altra dimensione culturale. Se «il “nuovo spirito del capitalismo”, che va sotto il nome di neoliberismo, ha come caratteristica principale la prevalenza del giudizio economico su qualunque altra considerazione, si finisce con l’abbracciare una visione che lascia al mercato la scelta di cosa sia un bene per i cittadini, appiattendo il valore della conoscenza e dello studio sulla capacità di generare ritorni monetari immediati. Quando questa aziendalizzazione dell’università fa scomparire degli ambiti di studio, non si reca solamente un danno alle discipline e agli studiosi che vedono così ridotte risorse e cattedre, ma anche alle generazioni future che non potranno neppure conoscere marginalmente e scegliere di approfondire materie che si saranno così estinte. Su questa via spariranno molte conoscenze “di nicchia” a causa dell’impropria applicazione della legge del mercato, come dagli scaffali del supermercato spariscono certe merendine semplicemente perché non trovano sufficiente domanda.

Non è certo così che si garantisce il futuro della società. Le università devono restare impegnate a sostenere tutte le linee di ricerca umanistiche, scientifiche e tecnologiche, garantendo libertà effettiva di ricerca e pluralità di approcci, per evitare che si perdano importanti eredità culturali e che si incrini il ruolo che la critica svolge nell’impedire pesanti errori in tutti i campi. Inoltre, l’indebolimento della libertà e varietà di ricerca ci priverebbe di saperi scomodi, portatori di valori civili o semplicemente di memoria, come la storia, perché mettono in evidenza fallacie in discorsi o in ricostruzioni che si vuole piegare a convenienze economiche o politiche. Ci si espone anche ad ingerenze collegate agli estremismi del politicamente corretto, che spingono ad interferire con il contenuto stesso dei corsi, perché non in linea con sensibilità politiche attuali.

E’ aderendo al riconoscimento e alla difesa delle minoranze, linguistiche, di genere, di salvaguardia della biodiversità delle specie e degli ambienti naturali – in linea, pertanto, anche con la sostenibilità –, che va rigettato l’approccio utilitaristico che rischia di fare scomparire discipline critiche, saperi storici, concetti e teorie frutto dell’ingegno umano e, come molti diritti, frutto di lotte per il loro riconoscimento, perché una volta scomparsi, difficilmente potrebbero venire ripristinati. Ogni volta che sparisce un corso, una materia, un sapere da un’università, si dovrebbe pensare ai Talebani che, in chiave di pulizia culturale integralista, hanno distrutto importanti opere d’arte (salvo poi pare, in alcuni casi, venduto al mercato nero gli originali delle copie distrutte per far soldi).

Detto questo, va riconosciuto, tuttavia, che ciascuna area di studio deve impegnarsi a collegare le proprie ricerche nei modi più adatti ai problemi e alle esigenze della società attuale, evitando di trincerarsi in una “torre d’avorio”, dove solo pochi iniziati possono avere accesso al senso del lavoro culturale che vi si svolge. È soprattutto la cosiddetta “Terza Missione” delle Università che serve a questo scopo, ossia la partecipazione dei docenti universitari al dibattito pubblico, a cui possono, anzi devono, contribuire a partire dai risultati delle loro ricerche, qualunque sia il campo che coltivano. Il lavoro universitario non può essere un lavoro auto-referenziale, come purtroppo spesso viene interpretato da chi non si vuole rapportare con i colleghi (che uni-versità è se i colleghi di varie discipline non si parlano più fra loro?) e men che meno con i problemi della società. Particolarmente in situazioni emergenziali come quella in cui viviamo, dovrebbe essere responsabilità di ciascuno mettere a disposizione la propria cultura per contribuire ad una nuova stagione generativa.

Nicola Strizzolo e Vera Negri Zamagni

 

Immagine utilizzata: Pixabay