I temi della “biopolitica” sono diventati pane quotidiano della politica tout-court e ne rappresentano uno dei campi di confronto più acceso, come dimostra la vicenda relativa al “ddl Zan”. Sono talmente pervasivi da manifestare una rilevante capacità di condizionare le relazioni tra forze politiche, anche al di là della loro area tematica. Non è escluso che questa tendenza sia addirittura destinata a rafforzarsi. E non è affatto male che sia così. Infatti, non succede a caso.

Dopo l’ eclisse delle ideologie e lo sfarinamento  delle passioni civili che le accompagnavano, la politica si è avviata giù per la china di una pragmatica esangue, declinata secondo una lettura tecnocratica della sua funzione, che rischia di obnubilare la sua vera vocazione democratica e popolare. Non è male che su questi ed altri argomenti accosti questioni che, per la loro stessa delicata natura, abbiano a che vedere, al di là della opinabilità di ogni tesi politica, con la verità di ciò che è più autenticamente umano.

Abbiamo bisogno di una politica che riscopra il fondamento ultimo della sua ragion d’essere, il suo necessario e vitale rapportarsi  ad una filosofia, cioè ad una concezione complessiva della realtà in cui siamo immersi, che le consenta di orientare la sua azione in modo quanto più possibile coerente ed organico, pur scontando la frammentarietà plurale e scomposta del tempo post-moderno.

Del resto, i temi di carattere bioetico e biogiuridico, che costituiscono il cuore della cosiddetta “biopolitica”, determinano quello che potremmo chiamare un rilevantissimo “indotto antropologico”. Cioè concorrono, in misura decisiva, a riconfigurare la nostra stessa autocomprensione, quella concezione di cosa siano l’uomo, la vita, la storia che, a sua volta, presiede ai nostri comportamenti e li orienta. Insomma, stiamo congegnando la cornice e stendendo le prime larghe pennellate di colore sulla tela di un futuro sviluppo della nostra comune umanità che, chissà perché, tocca a noi e alle generazioni del nostro tempo impostare nell’impianto di un indirizzo generale, probabilmente destinato poi a protrarsi e via via consolidarsi in una fase storica di lunga durata. Significa che siamo gravati da una particolarissima responsabilità che va ben oltre il limite temporale della stagione che ci è dato vivere oggi.

Se si cerca, un po’ a tentoni, di andare al fondo di questa riflessione, si scorge un punto che appare centrale, decisivo e dirimente: la vita è un dono oppure un evento accidentale e fortunoso, che ciascuno può revocare a proprio possesso individuale ed esclusivo ed esaurire sul piano di un personalissimo uso e consumo? Non è forse qui, in questa polarità, la linea di demarcazione di fondo tra due concezioni della vita non componibili, che sorreggono indirizzi politicamente contrastanti e non mediabili ogni qual volta si affrontano temi “eticamente sensibili”? Si tratta di un solco invalicabile che si snoda tra credenti e non credenti oppure il fronte è meno scontato e passa anche altrove?

In effetti, non solo i credenti sono invitati ad accogliere, nel primo sorgere della vita, una intenzione oblativa che rinvia ad una misura sorprendente di gratuità. La quale, a sua volta, evoca la relazione ad un “altro” ed avverte quest’ ultima come il dato che effettivamente fonda  la vita e ne rappresenta la radice ontologica. Chi non crede non è necessariamente costretto a rattrappirsi in una concezione autoreferenziale e solipsista della vita.

In quello straordinario “tutto si tiene” del “fenomeno umano” trova, a sua volta, quella dimensione relazionale – e, dunque, intrisa di senso – che rompe il bozzolo della sua solitudine e lo accompagna, non diversamente da chi crede, verso un sentimento di meraviglia, di solidale amicizia e di gratitudine. Questo atteggiamento – se pure non identico, ma per tanti aspetti comune, a chi crede ed a chi, al contrario, non è credente – non può rappresentare un primo terreno adatto ad un confronto, sui temi della vita e della morte, che non sia pregiudiziale ed ideologicamente ossificato tra coloro che pur provengono da culture e da concezioni antropologiche differenti?

Questa polarità – se, cioè, la vita sia dono e, dunque, “relazione” o piuttosto “autosufficienza” che si arrocca su di sé – non richiama forse, per certi aspetti, la tentazione originaria della prima coppia umana? Come se la transizione epocale in cui siamo immersi sia talmente radicale, così carica di  responsabilità per le prospettive future della specie umana, da esporci allo stesso dilemma cui i nostri progenitori, nel giardino dell’ Eden, risposero come sappiamo?

Dopo la plumbea e lugubre esperienza della pandemia è forse giunto il momento di voltare pagina, così da guardare alla vita con un atteggiamento di apertura, di fiducia, di attesa e di speranza, piuttosto che di accondiscendenza a tutto ciò che ha sapore di morte. Così da non lasciare che anche il bene primario, il fondamento di ogni altro bene e di ogni diritto sia piegato, quasi fosse un qualunque oggetto,  alla logica dominante del consumismo, che esaurisce il valore e la sostanza di ogni cosa nel ciclo senza fine e senza scopo dell’ “usa e getta”.

Per approdare, infine, alle cose più recenti di casa nostra, anche la vicenda del “ddl Zan” ( e qui non è il momento di entrare nel merito ) sta, appunto, a documentare come la vita democratica ed istituzionale, in ogni suo versante, non possa più sfuggire – come si diceva sopra –  a quel crinale della “biopolitica”, che, d’ altra parte,  per più aspetti, le giunge nuovo, cosicché devono ancora essere compiutamente elaborate le categorie interpretative e la metodologia necessarie a dominarne la straordinaria intensità tematica ed il potenziale divisivo.

In definitiva, siamo del tutto certi che le cosiddette questioni “eticamente sensibili” devono rappresentare, per forza di cose, un terreno pregiudiziale  di scontro o possono, al contrario, essere assunte anche come luogo di un possibile dialogo? Non è forse il caso che ogni cultura ed ogni forza politica si ponga nella prospettiva di quella che potremmo chiamare una “rifondazione antropologica” della propria visione? Attingendo sul serio, a prescindere dagli scheletri di ideologie d’altri tempi, da quelle nuove acquisizioni della scienza che, facendo luce sulla nostra più intima struttura biologica, non fanno che esaltare, a maggior ragione, l’insondabile, intangibile ricchezza della nostra comune umanità. Anche la scienza, infatti, concorre a corroborare quel concetto di sacralità dell’umano che si impone non solo in una prospettiva religiosa, bensì anche in un orizzonte di laicità, come domanda e ricerca di un senso compiuto della vita.

Infine – tema su cui si renderà necessario tornare – siamo sicuri che “autodeterminazione” e “libertà” siano sinonimi, domini esattamente coincidenti e sovrapponibili? O non è piuttosto vero che qui si cela un pericoloso equivoco che merita di essere portato alla luce e chiarito?

Domenico Galbiati