Negli USA è forte il dibattito sulle scuole “charter”, cioè quelle gestite con fondi pubblici ma che godono di una maggiore autonomia rispetto a quelle pubbliche statali. Sono circa tre i milioni di studenti che frequentano questo tipo di istituti che assommano a seimila settecento distribuiti in 46 Stati nord americani.

Queste scuole, che possono essere no profit o con fini di lucro, stipulano un contratto, “charter” appunto, con una qualche entità pubblica e, in cambio dei finanziamenti, s’impegnano a seguire le attività concordate. In questo modo, lo Stato riconosce le finalità di queste strutture educative – formative e concede loro un’ampia autonomia.

Le polemiche di questi giorni sono state originate dall’intenzione del Dipartimento dell’istruzione federale di introdurre nuove regole che, però, sono considerate da una parte dell’opinione pubblica e dai parlamentari degli ostacoli al loro sviluppo. Il pomo della discordia è rappresentato dalla decisione dell’amministrazione Biden di introdurre restrizioni più severe sui rapporti di queste scuole con enti che seguono scopi di lucro e di richiedere una maggiore collaborazione con gli organismi pubblici scolastici.

Le scuole in questione, inoltre, sarebbero chiamate a dimostrare il loro impegno per evitare ogni forma di segregazione razziale, sociale o di censo. Un tema su cui l’organizzazione che tutela gli interessi delle scuole “charter” rispondono ricordando che il 69% dei loro studenti sono di colore e per due terzi provenienti da famiglie a basso reddito.

Sulla materia si è di fronte a prese di posizioni che attraversano trasversalmente le forze politiche statunitensi. Mentre il suo Governo federale mantiene i 440 milioni l’anno di finanziamenti previsti per le “scuole charter”, Joe Biden non nasconde le sue perplessità nei confronti di quei  contratti stipulati con entità profit che rischiano di esercitare un “controllo sostanziale” della gestione scolastica e di far, invece, mancare l’adeguato rapporto con le locali autorità scolastiche pubbliche.