Mi sento di andare controcorrente per spezzare una lancia in favore del presidente del consiglio: “Conte sotto assedio” è titolo di prima pagina di “Repubblica” del 29 aprile, attaccato da tutte le parti, anche dalla sua stessa maggioranza. La sua popolarità sarebbe in calo, secondo alcuni sondaggi, ma tali verdetti sono alquanto “liquidi”. In ogni caso vanno presi come le medicine, osservando attentamente le prescrizioni. Pertanto resto convinto che la stragrande maggioranza degli italiani, quella che un tempo si chiamava la maggioranza silenziosa, sia dalla parte del premier per la sua prudenza, determinazione ma soprattutto per la piena consapevolezza della gravità della situazione. Nella giornata di mercoledì 29 aprile (mentre scrivo queste righe) i morti sono stati 323 che hanno portato la luttuosa quota a 27.682. Purtroppo i morti non sono più notizia da prima pagina o apertura dei Tg, invece da giorni il dibattito sui media è concentrato nel cercare la giusta definizione di “affetti stabili”.

Qualcuno in Senato ha affermato, con una certa foga, che oltre il 90% di quei decessi non sono stati provocati dal Covid-19. Magari tra qualche mese, o prima, qualcun altro dirà che quei camion militari usati per trasportare le salme in altri cimiteri, sono stati una messa in scena per creare uno stato di paura. Comunque mi sarei aspettato un richiamo della presidente del Senato, almeno per rispetto dei morti e per il dolore delle famiglie. La stessa presidente al Tg1 ha dichiarato che “il Parlamento è il cuore della democrazia, è la voce dei cittadini, ora è escluso dalle scelte future; è il primo interlocutore del governo, lì si realizza l’unità nazionale”. Affermazioni più che condivisibili ma poco credibili da chi, quand’era senatrice, non ha speso una parola quando il suo leader politico, da presidente del consiglio, al termine di alcune ore di dibattito alla Camera, uscendo ebbe a dire: “Persa una giornata di lavoro”.

In una gravissima emergenza sanitaria senza precedenti, ci si aspettava che la politica e le istituzioni sapessero trovare un’autentica unità. Invece sono stati due mesi di scontri quotidiani con leader politici e governatori, a cominciare da quello della Lombardia, la regione più importante d’Italia e la più colpita ma il cui sistema sanitario è risultato il più fallimentare. Eppure, qualche sera fa, nel primo faccia a faccia in prefettura a Milano, si è visto Conte provato ma sereno, mentre Fontana era sprofondato in quella poltroncina, appariva un generale sconfitto reduce da Caporetto. Fortunatamente nella storia d’Italia dopo c’è il Piave. Oggi Fontana è il più cauto, quasi sembra voler frenare lo stesso Conte. Adesso altri governatori fanno a gara per mostrare i muscoli al governo.

A Bergamo, il premier ha incontrato la stampa, in piena notte, ha avuto una caduta di stile, anche se il suo volto tirato mostrava tutto il peso di un’immane fatica più morale che fisica. A una giornalista che evidenziava contraddizioni nel Dpcm dei primi giorni sulle zone rosse, ha risposto: “Se lei un domani avrà la responsabilità di Governo, scriverà lei i decreti e assumerà lei tutte le decisioni”. Giornalisti, politici, opinionisti si sono scandalizzati per una risposta certamente non all’altezza di un premier. Nessuno, invece, ha trovato da ridire su quanto scritto, tra le altre cose, dalla stessa giornalista nel suo resoconto: “decreti incostituzionali, una fase 2 senza un piano, lavoratori usati come cavie”. Ovvero, il governo sta usando i lavoratori lombardi come cavie: questa, forse, è libertà di stampa.

Negli stessi giorni Conte ha avuto il coraggio di affermare che se “tornassi indietro rifarei tutto uguale. Non sono pentito. Ho una grande responsabilità nei confronti del Paese. Non posso permettermi di seguire i sentimenti dell’opinione pubblica che pure comprendo nelle proprie emozioni. La curva del contagio va controllata in tutti i modi. Ecco perché sono convintissimo che sia meglio procedere sulla base di un piano ben organizzato per minimizzare al massimo il rischio di una ricaduta che sarebbe fatale”. Ed ha aggiunto: “Questo governo non cerca consenso, vuole fare le cose giuste anche se ciò potrebbe scontentare i cittadini”.

Piaccia o non piaccia sono parole da statista perché ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, in un Paese dove lo sport più praticato è quello di scansare le responsabilità e in questa gara primeggiano i politici, qualsiasi maglietta indossino.

Forse è già stato dimenticato il risultato portato a casa in Europa quando un mese fa l’Italia veniva ascoltata solo per cortesia diplomatica o poco più, invece la sua pazienza è stata un esempio per l’Italia e l’Europa. Forse è già stato dimenticato che la trattativa in Europa è stata portata avanti mentre l’altra metà della politica insultava l’Europa. Forse è già stato dimenticato che l’Italia aveva un pauroso deficit prima dell’avvento del Coronavirus. Forse è già stato dimenticato che “la situazione di ciascun abitante – ha scritto Eugenio Scalfari domenica scorsa – era fortemente peggiorata ben prima dell’emergenza sanitaria: si spera in un’inversione di tendenza che realizzi miglioramenti diffusi”. Tante altre cose sono già state dimenticate. Ci sono stati errori, certo, ma dubito che qualche altro ne avrebbe fatti di meno.

Forse già si sente, con un eccesso di frenesia, che il pericolo sia scampato. Ma non è così come ha avvertito Papa Francesco qualche mattina fa da Santa Marta: “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, il Signore dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Non credo che il Papa abbia parlato per dare una “sponda” al premier, di sicuro ha ammonito quanti per ingenua superficialità o  incoscienza o subdolo interesse, accendono facili illusioni.

Allora, nella ricorrenza del Primo Maggio, mi sento di dire “Buon lavoro, presidente”.

Luigi Ingegnere