Contrariamente a quanto ci si aspettasse, la guerra con l’Iran ha svelato una straordinaria trasformazione geopolitica: la Cina è riuscita a convertire la sua storica vulnerabilità petrolifera in una potente fonte di potere. Grazie a un massiccio accumulo di riserve, a un surplus di capacità di raffinazione e agli investimenti in alternative come il carbone, Pechino ha tagliato le proprie importazioni di petrolio del 23% nei primi sei mesi di conflitto.
Questa mossa ha colto di sorpresa i mercati globali, impedendo ai prezzi del greggio di impennarsi vertiginosamente dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz. Sfruttando il controllo centralizzato del proprio governo, la Cina ha persino usato l’energia come strumento politico, limitando le esportazioni di carburante raffinato per premiare gli alleati — come Vietnam e Thailandia — e penalizzare i rivali regionali.
A spingere verso il basso la domanda interna hanno contribuito anche fattori strutturali, tra cui la transizione ecologica: i veicoli elettrici rappresentano ormai il 14% delle auto in circolazione, tagliando la domanda globale di petrolio di oltre un milione e mezzo di barili al giorno. Questa strategia, radicata nelle politiche di sicurezza energetica avviate nei decenni passati e favorita dai bassi tassi d’interesse, ridefinisce gli equilibri globali. Spostando il baricentro del potere energetico dal lato dell’offerta (tradizionalmente in mano all’OPEC) a quello della domanda, la Cina si presenta oggi come un attore meno vulnerabile e molto più assertivo, capace di pesare persino su scenari critici come quello di Taiwan.
(Fonte: The New York Times)

