C’è un punto del pianeta, largo appena poche decine di chilometri, da cui dipende una parte decisiva dell’equilibrio economico mondiale. È lo Stretto di Hormuz, quella via d’acqua di appena 33 km di larghezza tra Iran e Oman attraverso cui transita ogni giorno circa un quinto del petrolio globale ed un terzo dei fertilizzanti. Un corridoio marittimo apparentemente periferico, ma in realtà centrale nella geografia del potere contemporaneo. Per la Cina, in particolare, Hormuz rappresenta molto più di una rotta commerciale: è una questione di sicurezza nazionale, stabilità sociale e continuità dello sviluppo economico.
Pechino osserva ogni crisi nel Golfo Persico con una preoccupazione che in Europa spesso si sottovaluta. Perché la crescita cinese degli ultimi quarant’anni — il gigantesco processo industriale che ha trasformato il Paese nella seconda economia del mondo — si è fondata su un presupposto essenziale: l’accesso continuo e relativamente stabile alle risorse energetiche.
La Cina produce molto, esporta enormemente, costruisce infrastrutture ovunque, domina settori tecnologici cruciali, ma continua a dipendere dall’estero per una quota significativa del proprio fabbisogno energetico. Petrolio e gas restano il motore indispensabile della macchina industriale cinese. E gran parte di quelle forniture arriva proprio dal Golfo.
Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono tra i principali fornitori energetici di Pechino. Le petroliere che trasportano greggio verso i porti cinesi devono inevitabilmente attraversare Hormuz prima di dirigersi verso l’Oceano Indiano e il Mar della Cina Meridionale. Questo significa che ogni tensione nello stretto si traduce immediatamente in una minaccia strategica per la Repubblica Popolare.
Tra ideologia e prosperità economica
Per comprendere l’ansia cinese bisogna considerare un elemento fondamentale: la legittimità politica del Partito Comunista Cinese non si fonda più soltanto sull’ideologia, ma soprattutto sulla prosperità economica. Dalla stagione delle riforme inaugurata da Deng Xiaoping, il contratto implicito tra il potere e la popolazione è stato relativamente semplice: crescita economica in cambio di stabilità ed obbedienza politica.
Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà; sono nate immense classi urbane; il benessere materiale è diventato il principale fattore di consenso interno. Ma questo modello richiede energia costante, prezzi relativamente prevedibili e continuità nelle catene di approvvigionamento. Ecco perché la sola ipotesi di una chiusura dello Stretto di Hormuz inquieta profondamente Pechino.
Una crisi prolungata provocherebbe innanzitutto un’impennata dei prezzi energetici. Il petrolio salirebbe rapidamente sui mercati internazionali, aumentando i costi della produzione industriale cinese. Le fabbriche, il trasporto merci, la logistica e perfino il settore tecnologico subirebbero pressioni immediate. In un’economia gigantesca come quella cinese, anche variazioni limitate del costo energetico possono rimbalzare e produrre effetti enormi sulla crescita.
Ma il problema non riguarda soltanto il prezzo del greggio. Riguarda soprattutto la sicurezza delle forniture. La Cina teme da anni quella che gli strateghi definiscono la “vulnerabilità marittima”: la dipendenza da rotte navali controllate o influenzate da potenze rivali, in particolare dagli Stati Uniti.
Per decenni la superiorità navale americana ha garantito la sicurezza dei commerci globali, inclusi quelli cinesi. Ma proprio questa realtà costituisce anche una fragilità per Pechino. In caso di crisi internazionale grave, la Cina sa di poter essere esposta a blocchi, pressioni o interruzioni delle rotte energetiche. Lo Stretto di Hormuz rappresenta dunque uno dei punti più delicati della cosiddetta “strozzatura energetica” cinese.
Non è un caso che negli ultimi anni Pechino abbia investito enormemente nella diversificazione delle fonti e delle vie di approvvigionamento. La Belt and Road Initiative, o Nuova Via della Seta, il grande progetto infrastrutturale globale lanciato da Xi Jinping, risponde anche a questa esigenza strategica: costruire corridoi terrestri, oleodotti, gasdotti, porti e reti logistiche capaci di ridurre la dipendenza dai passaggi marittimi più vulnerabili.
La Cina ha rafforzato i legami energetici con la Russia attraverso i gasdotti siberiani; ha aumentato gli investimenti in Asia Centrale; ha sviluppato il porto pakistano di Gwadar come possibile sbocco strategico verso l’Oceano Indiano, così come ha fatto conil mega-porto di Chancay, la principale opera di costruzione portuale in Perù. Il terminal è stato inaugurato a fine 2024 e rappresenta il più grande snodo del Sud America sulla costa del Pacifico. Per concludere, ha persino accelerato la transizione verso energie rinnovabili e auto elettriche per limitare la dipendenza dal petrolio importato. Eppure, nonostante questi sforzi, Hormuz resta insostituibile nel breve periodo.
Per questo la diplomazia cinese cerca di mantenere rapporti equilibrati con tutte le potenze del Golfo. Pechino ha sviluppato partnership economiche con Arabia Saudita ed Emirati, ma contemporaneamente ha preservato relazioni strette con l’Iran. Nel 2023 la Cina ha persino favorito il riavvicinamento diplomatico tra Teheran e Riyad, presentandosi come mediatore regionale. Dietro questa iniziativa non vi era soltanto prestigio internazionale. Vi era soprattutto un interesse concreto: impedire che il Golfo Persico precipiti in un conflitto capace di destabilizzare il flusso energetico verso l’Asia.
La leadership cinese considera infatti la stabilità del Medio Oriente non in termini ideologici o militari, ma come questione essenzialmente economica. A differenza degli Stati Uniti, la Cina non cerca nel Golfo un’egemonia politica tradizionale od un rimescolamento degli equilibri. Cerca prevedibilità, continuità commerciale e sicurezza delle forniture.
È una differenza cruciale
Mentre Washington ha storicamente interpretato il Medio Oriente attraverso la lente della sicurezza strategica e delle alleanze militari, Pechino lo osserva soprattutto come infrastruttura energetica indispensabile al proprio sviluppo. Questo spiega anche la prudenza cinese nelle crisi regionali. La Repubblica Popolare evita quasi sempre coinvolgimenti diretti, preferendo la mediazione, diretta o indiretta, tramite altri attori nella regione, la neutralità apparente e la cooperazione economica. La priorità assoluta resta evitare shock che possano rallentare la crescita interna.
Perché oggi la Cina affronta già una fase economica più complessa rispetto al passato: rallentamento della crescita, crisi immobiliare, debito locale, tensioni commerciali con l’Occidente e difficoltà demografiche. In questo contesto, una grave crisi energetica rappresenterebbe un ulteriore fattore di instabilità.
Lo Stretto di Hormuz diventa così il simbolo di una contraddizione centrale della potenza cinese contemporanea. La Cina è ormai una superpotenza industriale e tecnologica, ma continua a dipendere in misura significativa da equilibri geopolitici lontani dai propri confini e che non controlla pienamente. La vulnerabilità energetica è forse il limite più importante della sua ascesa globale.
Per questo Pechino investe simultaneamente nella marina militare, nelle infrastrutture eurasiatiche, nelle energie rinnovabili e nelle relazioni diplomatiche con il Golfo. Non sono quindi politiche separate: fanno parte della stessa strategia di lungo periodo. Garantire che le luci delle città cinesi, le fabbriche costiere, i treni ad alta velocità e le immense reti produttive del Paese continuino a funzionare senza interruzioni.
In fondo, dentro le acque strette e turbolente di Hormuz passa una parte decisiva del futuro cinese.
Edoardo Almagià