«Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri». Si tratta del celebre passo del capitolo 25 dei Promessi sposi, dove il Manzoni presenta la nobildonna Prassede; donna Prassede è dedita al bene comune, ma cosa è bene lo decide sempre lei. Il brano del Manzoni ci porta a riflettere sul concetto di bene comune e, a tal proposito, appare di grande utilità la seguente iscrizione, ricca di significati politici ed economici: «Ogni uomo libero cammini senza paura / e ciascuno nel proprio lavoro semini / fintanto che regnerà la Sicurezza / ognuno potrà percorrere la città e la campagna in piena libertà». È la traduzione della pergamena sostenuta dalla personificazione della Sicurezza presente nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti, realizzato tra il 1338 e il 1339, esposto nella sala del Consiglio dei Nove o della Pace del Palazzo pubblico di Piazza del Campo a Siena, dedicato agli Effetti del buon governo, accanto ad altri due affreschi che completano il ciclo pittorico: l’Allegoria del buon governo e gli Effetti del cattivo governo.

I due brani, così distanti nel tempo e diversi nello stile, ci consentono di mettere in relazione la nozione di buon governo, espressione del bene comune, con una forma di governo: il “Leviatano incatenato”, che attinge alla tradizione del movimento municipale pre-umanista italiano, recentemente ripreso e ridefinito teoricamente dal neoistituzionalismo di Daron Acemoglu e James A. Robinson nel loro volume La strettoia. Come le nazioni possono essere libere (il Saggiatore, 2020). È appena il caso di ricordare che sull’interpretazione del ciclo pittorico di Siena, filosofi, storici, filologi e scienziati sociali si interrogano da circa settecento anni. L’interpretazione qui presentata in forma sintetica si ispira agli studi di Quentin Skinner ed altri, i quali prendono le distanze dalle interpretazioni più tradizionali, tra gli altri, di Nicolai Rubinstein, Uta Feldges-Henning, Chiara Frugoni, Edna C. Southard, Eve Borsook, William M. Bowsky, secondo i quali il sovrano del dipinto rappresenterebbe il comune in sé e, di conseguenza, il “bene comune”, secondo l’interpretazione aristotelico-tomistica del “bene comune”.

L’analisi politologica degli studiosi americani incrocia una specifica forma di governo, ben rappresentata dal movimento comunale che ha interessato, in modo particolare, ma non solo, le città del Nord Italia. I nostri autori hanno scelto il ciclo del Lorenzetti quale rappresentazione artistica in grado di mostrare i caratteri politici ed economici che perimetrano una determinata cultura politica: l’autogoverno repubblicano. Tra i protagonisti di tale cultura politica abbiamo il cosiddetto “Leviatano incatenato”, un complesso intreccio istituzionale che, andando oltre la differenziazione dei poteri di matrice montesquieiana, coinvolgendo ambiti della vita civile non riducibili alla politica: plurarchia oltre che poliarchia, non consentirebbe all’autorità di tale specie, e allo Stato in epoca moderna, di avanzare la pretesa monopolistica sulla vita civile. La concorrenza tra autorità politica e istituzioni della società civile è ciò che Acemoglu e Robinson chiamano “effetto Regina Rossa”, avendo mutuato dal romanzo di Lewis Carroll: Attraverso lo specchio, la vicenda in cui Alice e la Regina, pur correndo a perdifiato, rimangono sempre nello stesso posto.

Ciò che i due studiosi americani intendono sottolineare è che dal dipinto non emerge alcuna “volontà di potenza” e di supremazia della politica, espressa da un potere esclusivo, come è appunto il potere sovrano. A questa interpretazione, aggiungiamo che lo stesso ruolo della politica, come afferma lo Skinner, non è identificato con la produzione del bene comune, bensì è ricondotto in un alveo che gli è proprio: l’ordine e la difesa, che, secondo la teoria del pluralismo delle forme sociali di matrice sturziana, la mette in competizione con altri ambiti, tutti incanalati nei loro rispettivi alvei e ciascuno concorrente, quota parte, alla produzione di quella speciale forma di bene comune che sono le condizioni civili e le comuni regole del gioco che consentono il perseguimento del bene di ciascuno.

In definitiva, attraverso la personificazione della forma di governo commune, lo stesso bene comune è associato ad un metodo, a ciò che hanno in comune i senesi e che consente loro di vivere in pace, in sicurezza, in libertà e in prosperità: le condizioni politiche, economiche, culturali e le regole di convivenza civile. Tale nozione di bene comune, inteso come forma di governo, è il metodo di libertà, il libero gioco delle parti finalizzato alla ricerca del necessario consenso sul legittimo dissenso, che vede protagoniste le persone e le forze sociali, organizzate in partiti, sindacati, imprese, associazioni, famiglie e in tutta quella galassia che chiamiamo società civile.

È per questa ragione che i nostri studiosi affermano che il “Leviatano incatenato” rappresenta la base per la prosperità economica. Il rule of law, la accountability e la responsiveness, condizioni essenziali per l’implementazione di una democrazia di tipo liberale, sono funzioni della qualità delle catene che controllano l’azione del Leviatano, dal momento che esse non dipendono esclusivamente dalla costituzione e dalle regole procedurali formali, ma anche dalla qualità della società civile, dal grado di consapevolezza del proprio ruolo e dalla sua indisponibilità a scendere a patti con il potere costituito, ad ogni costo e a qualsiasi prezzo; la qualità delle catene è funzione della cultura liberale e democratica della società civile.

La prospettiva teorica fin qui abbozzata è quella dell’economia sociale di mercato e del pluralismo delle forme sociali di Sturzo che incontrano il neoistituzionalismo di Acemoglu e Robinson, incentrato sulla distinzione tra istituzioni inclusive e istituzioni estrattive. La sintesi di tale incontro teorico consiste nella consapevolezza che non abbiamo migliore strumento che possa garantirci contro la pretesa della politica di occupare tutti gli spazi della società se non quello di impedire alla politica stessa di essere sufficientemente forte da riuscirvi, inibendo in tal modo il processo di trasmissione delle conoscenze e delle competenze e condannando la società civile ad un regime neo-feudale, contraddistinto dalla miseria e dalla dipendenza dal potere politico.

Flavio Felice

 

Pubblicato su “Il Pensiero Storico”