Salvini e la Meloni possono sostanzialmente fare a meno di Berlusconi che porta mestamente a compimento il
declino inarrestabile della sua creatura.
Il Pd mette insieme, in una Regione da sempre rossa, il “minimo sindacale” dello storico insediamento comunista con quel che ne è seguito. Mostrando, peraltro, anziché capacità di aggregazione, un effetto repulsivo che ha spinto nella braccia della destra una significativa quota dell’elettorato dei 5 Stelle.
C’ è, peraltro, un criterio infallibile per capire se una certa forza è di destra oppure di sinistra: concerne l’atteggiamento che assume nei confronti delle regole e dei fondamenti dell’ordinamento democratico ed istituzionale.
Chi cerca, a costo di umiliare il Parlamento, di derubricare il bene pubblico della democrazia rappresentativa a favore di una sorta di “privatizzazione” di confuse istanze per un qualche surrogato di democrazia digitale o cosiddetta diretta, non è ascrivibile comunque alla sinistra, per quanto possano essere socialmente avanzate le sue rivendicazioni.
Del resto, come possono convincere e vincere partiti, ciascuno dei quali non si fida non solo del proprio alleato, ma neppure di sé stesso, al punto di dover ricorrere ad un candidato civico che, anzitutto, stia lì ad indicare chiaramente come l’una e l’altra di queste forze preferiscano prescindere dalla propria storia e dalla propria consolidata cultura?
Il sogno che, in qualche momento, Zingaretti ha accarezzato di un inedito “centro-sinistra” che potesse competere con la “destra” in un rinnovato bipolarismo, sulla sfondo di una mai sopita vocazione maggioritaria, è del tutto svanito.
Bisogna prendere atto che, in così larga misura, questo è un Paese che la pensa – oggi – come Salvini e da qui ripartire.
La sfida non si gioca sul piano di una sorta di “bricolage” degli schieramenti per cui metti Leu e togli Renzi, oppure mettici Renzi ed aggiungi Calenda, o togli quest’ultimo e ficcaci dentro +Europa, mettici un pizzico in più di Zingaretti o una spolverata di Franceschini. Il sapore della la minestra non cambia.
Finché la contesa si sviluppa dentro il ventaglio dei soggetti che compongono l’attuale sistema, il rischio è che, a meno di un altro Papeete o faccende simili, non ci sia partita.
E’ pressoché l’intero arco delle forze in campo che sta paurosamente involvendo, per cui occorre una proposta innovativa e di “sistema” complessivo; non bastano aggiustamenti parziali, del tutto interni al ring degli attuali competitors. La questione è ben più di fondo. E’ virato, sta mutando il carattere morale del Paese.
Bisogna, dunque, cambiare gioco ed imporre un linguaggio, una modalità di confronto, un’ agenda di temi che sia “altra” rispetto al verbo di Salvini. Si può sperare di spiazzarlo solo così; portandolo su un terreno che non è più
il suo.
Infatti, è difficile rintuzzare un’emozione con un ragionamento più o meno forbito. Ad una suggestione negativa, ispirata alla paura, attenta a dare fiato – ma senza saper indicare risposte efficaci – ai sentimenti di disagio, di precarietà e di insicurezza, ai timori di un futuro impredicibile ed oscuro di importanti fasce di popolazione, si può rispondere solo se si è in grado di evocare una speranza nuova, una visione alternativa alla tetraggine di un bastione da difendere in armi ed in cui consumare i riti della propria autoreferenzialità.
Ed è in questo senso che una proposta che investa su un sentimento di fiducia, sulla responsabilità e sul coraggio della persona, sulla maturità civile e sull’attesa di una speranza credibile può fare la differenza.
Anche perché il lamento e la paura del corpo sociale che Salvini sa come assecondare ed accarezzare, non nasce dal marocchino sotto casa, bensì dallo smarrimento della prospettiva di un domani credibile, dalla perdita di un senso compiuto della vita.
Insomma, è doveroso – perfino a prescindere da valutazioni quantitative di opportunità o meno che verranno a suo tempo – mettere seriamente in campo una provocazione che si rifaccia ad una visione cristiana della vita. Visione che – lo dimostra la storia dell’ultimo quarto di secolo, non di poche settimane – non ha mai avuto credito e neppure ospitalità nel PD, nemmeno quando a dirigerlo ci sono stati cattolici come Franceschini, per un breve tratto, e soprattutto Renzi per una lunga ed importante stagione.
Non pare davvero che, neppure sotto questo profilo, ci sia oggi da sperare di meglio. Per parte nostra, dobbiamo accelerare il nostro passo e mettere allo studio pochi pilastri che siano capaci di sostenere una nuova, articolata, coinvolgente piattaforma politico-programmatica.
Cominciando – ma è solo un esempio – da uno studio accurato della condizione che vivono oggi, nel nostro Parse, le età minori della vita: i bambini, gli adolescenti, i giovani adulti che meritano politiche ed investimenti mirati al loro vissuto in un contesto civile così problematico, soprattutto per loro, per chi, cioè, affronta le stagioni decisive della propria vita. E da una politica che, ad esempio valorizzando la ricerca, sappia ottimizzare le risorse mentali ed intellettive, appunto, delle generazioni più giovani che sono così spesso costrette ad emigrare, perfino più di quanti non siano i migranti che ospitiamo.
Occorre studiare sistematicamente queste ed altre poche tematiche che possano orientate su una frontiera creativa le energie che sprechiamo in una convulsa ed insipiente disputa.
Domenico Galbiati